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Sex and dream
di Beatrice Ferretti, illust. Gianluca
Costantini
Lasciamo
perdere, non vorremmo fare uno psicodramma dell'odio. E se ne ando' senza
neanche sbattere la porta. La masturbazione è un pensiero è
la scoperta del proprio pensiero autonomo. Fatto sta che tutti dimostrano
desideri contrastanti intorno a te: tua madre non vorrebbe, tuo fratello
ti frusterebbe sul sedere mentre ti massaggi le grandi labbra, sadico
ossessione aggiornata su istigazione di tua madre, tuo padre ti spia in
attesa di altro. E intanto cosparge la casa di giornaletti porno. Tuo
nonno magari, ha avuto una parte in questo. Se a volte nel sogno torna
la sua mano che ti stringe una tetta mentre parla posato. Dimenticando
tutto. Forse visto che tua madre era allergica al sesso e rimprovera sempre
suo marito per qualche piccola avance innocente di notte, nel letto matrimoniale,
deve essere stata anche lei a lasciarlo fare con te, finta di non sapere
niente.
I tuoi ricordi, che avevi cinque o sei anni sono pochi, ma chiari in proposito.
Alice sognava o forse correva con gli occhi chiusi proiettando avanti
a se' il paesaggio di quando era bambina e i suoi la portavano sempre
in campagna, per aiutare nei lavori. Corridoi di prati smeraldini con
riflessi azzurri e celesti presi dal cielo che pioveva sopra il mondo
come su incantesimo gli alberi, peschi e mandorli, simultaneamente fioriti
o non ancora, ma scaldati dalla meraviglia del sole dilatantisi in pianure
acquee come da bassa marea a specchiarsi nel pensiero dell'universo. Alice
correva con gli occhi chiusi come se una mano la opprimesse o fosse lei
stessa a non volere o potere, a preferire di immaginare una realta' piu'
che doverla vedere, comunque consenziente. Arrivava a un prato e vi si
sdraiava sopra sfregandosi il sesso gonfio smanioso da non sentirsi piu',
in preda a un desiderio grande come l'io. E il suo masturbarsi era un
pensiero indipendente dalla sua mamma. Un rinnegare le sciocche raccomandazioni
per essere brava le sgridate per nulla, anzi dopo aver faticato un pomeriggio
in cucina, neanche fosse una
Cenerentola-rassegnata-salvabile-da-un-marito-principe-protettore. Era
liberata oltre che venuta. Ma continuava il suo addentrarsi rettilineo
e adesso arrivo' a uno spiazzo inghiaiato con un furgone bianco parcheggiato
e coi portelloni spalancati sul retro. Svolto' dallo specchietto di sinistra
sua madre e dal buio dell'interno salto' giu' suo fratello ragazzino con
uno scudiscio rubato in un maneggio. Lei si trovo' carponi coi pantaloni
calati e chiedeva torcendosi che la frustasse, dopo che sua madre aveva
gia' fatto la proposta cattiva. Il suo sesso dal di dietro era scoperto
e indifeso, la pelle rossa e gonfia le tirava. Doveva essere lucida come
la superficie di una melagrana spaccata. E suo fratello dava senza pieta'
sulle anche, sulle cosce e meno sulle natiche e cosi' veniva per la seconda
volta come per rabbia e per mancanza. Il suo corpo era stato usato. La
sensazione orgasmica si avvero' nella zona frontale. Le mandibole si contrassero
gli occhi le si rivoltarono come a Santa Rita nell'estasi scomposta del
Borromini. Il cielo nuvole sbiancate marmorizzate, poche macchie di nuvola
alla Utrillo. Il sole di gia' scarso dietro le colline orgogliose di un
qualsiasi posto dell'Italia centrale.
Ma il suo viaggio in avanti continua quasi spinta da un volere nascostamente
coattivo e questa sensazione era aumentata dall'idea di sapere di essere
in un sogno e la correlata fatica di costruire le immagini di un paesaggio,
e dal fatto che forse non potendo girarsi a guardare, qualcuno la spiava.
Ma andava avanti, a strattoni indotti della sua volontà onirizzante
e
giunse a un punto che qualcosa di invisibile attirò la sua attenzione
folgorandola: intorno non c'erano alberi il sole era meridiano, voltò
le spalle e un braccio maschile sinistro iniziò a stringerla e
soffocarla. Terrorizzata o eccitata: oscillava dentro di sé il
significato. Lo svilimento attorno a un altro. Intorno la scurita Natura.
Quel braccio era desiderio e morte. Gridò il suo orgasmo torcendosi
prigioniera. E fu tanto violento che si svegliò. Ebbe appena la
sensazione che subito scese al suo inferno personale di carne e delirio.
Parlava con suo nonno pacato e in qualche modo compartecipe delle esitazioni
asmatiche e di piccola dodicenne impaurita sempre toccata dall'occhio
vigile paterno ladro della sua ombra pasco della sua angoscia viva impenetrabile
e mai dimenticata, del suo ossigeno razionato della luce rincorsa come
un elitropio a bassa mobilità perché il corridoio comunicante
col bagno rifugio era la sua stanza la tana cui intorno girava teoria
assurda di disegni pastello nudi sotto rondini ossessive e mortali troppo
grosse e nel loro peso pericoli anche per i globi chiari vagamente grigi
di Sant'Agnese in piccola bianca cornice rivolti al soffitto paurosamente
alto e da cui ci pendeva la lampada lunga della povertà col tenue
paralume ceruleo ondulato. E io dovevo essere come lei. Il suo tenero
seno nudo davanti a tutta quella bocca che parlava senza arrabbiarsi,
glielo impastava con la lingua tiepida riposante che appena si staccava
sentiva un brivido sul capezzolo bagnato. Terrorizzata e ferma la poppava.
Per minuti interi.
L'esperienza devastante dell'orgasmo anche così anche senza toccare
nelle mutandine. Dopo in bagno sentiva un po' di umido e freddo. Si toccò
la vulva ancora tesa e ingrossata. Le pareva un mostro. Una volta l'aveva
costretta a inginocchiarsi con quelle grandi mani e aveva colato su di
lei che per paura non guardava la sua lava bianchissima. Alice tagliava
via gli occhi non appena lui andava con la mano sulla fibbia. La chiamava
'piccola troia' 'piccola troia' ma invece che arrabbiarsi lei rimaneva
indifferente come di sasso, per poi scoprire con vergogna, quando l'aveva
lasciata sola, di essersi bagnata. E allora se la impastava con la furia
inespressa della mano forse per strapparsela tirandosi la peluria già
adulta aprendo la bocca per baci affamati con la lingua che leccava l'intonaco
e s'asciugava fermandosi presto e così seduta sbatteva; la strusciava
la vulva a terra, sul pavimento freddo, eccitante ripetendo quelle parole.
E veniva gridando come in un lungo abbaglio. Luminanza interrotta.
Poi si ripiegava sulle ginocchia come in ascolto. Un'eco. Del niente.
A volte Alice nella serenità un po' lassa post-masturbatoria percepiva
quello sguardo anche solo cadendo poco l'occhio sul vestimento diafano
della santa che leggeva l'imperscrutabile orrore dal fondo monocolore
del suo quadro emetteva un baluginio marino alle severe altezze cui era
tutta vita dedicata e anche girandosi a pancia in giù rimaneva
lì fissa nella sua diatesi eterna a giudicare fattasi carne in
quello sguardo invivibile che voleva nell'oscuro e si faceva dilatandosi
grande come tutta la stanza.
Ogni cosa la guardava e lo sguardo era in ogni cosa. Non la smetteva.
Aveva cambiato significato al cocker verdearancio con la pipa di metacrilato
marrone mélange nero che stava al centro del suo mobile-letto.
Polveroso, tra le orecchie una specie di tonda gialla spugnetta di ufficio
postale indolente e scassato con gli impiegati dai capelli unti e la fronte
luccicante detentori comunque di un potere e di un rispetto che in un
paesetto del centro-sud è ben grande. Gli impiegati. E le impiegate.
Cariche di ori come madonne del mare e rallentate nel gesto pregnante
come mogli di industrialotti padani del salume bello. Liquami inquinanti
delle porcilaie. Fosforosi. Addio.
L'impresentabile. Sguardo. Viventi anche le pareti. Respirano con occhi
invisibili sempre aperti. Pelle. Sua madre poteva apparire da un momento
all'altro materializzandosi dietro quella porta sottile sbucando all'improvviso
a gridare a farla sparire, inghiottirla nella totale Negatività.
Nel buco nero del perpetuo Non-essere. Forza invincibile, immateriale
che le toglieva la presenza fin dalla radice dei piedi evelta con rapidità
di sigillo a levare che implica l'assolutezza di se stesso persistente
nei più scuri e imprecisabili avvinghiati labirinti dell'io. Impregnati
intestini a sconoscere. La trappola preparata. Il senso della propria
dissezione nella fuga in avanti, nello sporgersi sulla distanza dal proprio
nome nel desiderio di caduta cranica aposiopetica. E ancora invece risollevarsi
sul letto col polso a 130, la visione del buio che seguiva la stretta
sistolica del proprio cuore e franare poi tra il tormentato sudore acido
della propria vita. Il piccolo silenzio.
Alice si alzava alle sette e quaranta. Avrebbe voluto lasciarsi
cadere nel suo bisogno di disperazione ma si mise qualcosa addosso e uscì
in fretta, forse del giorno prima. In eterno ritardo. L'affanno al benzene,
il sudore sudato di tutte le mattine lunghe, in fila come cordoni ombelicali
staccati da mani di lattice blu sbrigativamente senza ricorso a consigli,
consulti, versamenti epato-biliari, mentre le siepi correvano come in
una sequenza a spalla aspre amare verdi-stupende felici-folte interminabili
custodi di vespe calde, già da marzo, ramarri singoli sole scioglisangue.
Manovre nevrotiche di macchine su percorsi sempre serpentini maledettamente
ritornanti sugli stessi metri di asfalto su se stessi, sullo stesso punto
inciso dalle gomme ansiose, bissato dai cambi antagonisti, ingoiato dagli
acceleratori barbarici. Emuli di nascondimenti prolassati del versante
ileo-cecale a scomparire. E tutto a causa di genitori pedoparanoici a
dare delle sgasate pazzesche sotto, sotto il portone della scuolina del
giandone con la cellulite le borse sotto gli occhi per il grasso e dallo
sguardo francamente idiota.
In eterno ritardo sul sorriso dell'autista dai capelli neri giovani, per
la vergogna di essere se stessi.
Cicci-lardi.
Amavo mio fratello. Ora non c'è più, portato via dal disvelamento
delle azioni, dall'apertura del passato, dal tugatricidio ossessivo non
nascosto sempre bisognoso di rinnovata rabies pavlovrispondente. È
un povero malato. Luridi i denti si scoprono non avere presa sulla realtà.
Ma sullo schema genitoriale impartito con quotidiana musica di sberle
non dirette a lui. Topo di fogna. Giallastri imprecisi che si aprono su
pieghe cutanee orbicolari segni scavati nella spenta pretesa giovinezza
da hashish, da cocaina fumata col piglio superiore di chi ha inculato
tutto il mondo e non gli resta ora che mandarlo a cagare. Espresso.
Un battito scrollo di cenere.
Costole esigue porose sotto deflagrazione univoca e piccole mani chirurgiche.
"I
fattori che possono portare un ragazzo al gesto suicidario
una valutazione
della soddisfazione oggettiva trasversale o longitudinale dell'utente
e fornisce uno scoring analitico -su 32 item- o sintetico -su 5 fattori"
e il terrorista in cravatta senza senso che si lanciava in queste arditezze
senza pensiero era un rosso papavero della sanità locale. Alice
in terza fila pur non sudando altrettanto come lui era ripiegata su un
quadernetto coprendolo di abbreviazioni note tironiane e anche geroglifici
se possibile per colmare il distacco di completezza di registrazione che
la separava da un qualunque conoscitore della stenografia "la relazione
di aiuto e il counseling con le persone morenti"..il tacchino aveva
preso il seminario di formazione e aggiornamento come ci si avventa su
una rampa di lancio da missile. Occhi corti puntati. Le prime file erano
inchiodate al proprio stomaco e io al mio. Per fortuna tutto si arenò
in una disperazione costernata di lucidi mentre l'assessore diventava
grado a grado viola e ispido come un grosso carciofo impuntandosi mandando
sguardi prima circospetti e poi intimidatori dalla poltroncina sofferente.
Affondamento optato dal cicalare in rimonta della folla infrinita e gallereccia
di assistenti sociali in training obbligatorio. Sommesso omicidio.
Il Sabato pomeriggio si arrotolava in un grande Ammonite scuro, caverna
di spessa olivina puntante all'intimo vertice di raggio che annega e smotta.
Veder convolvere tutto nel nulla dell'inguardabile e rimanere oppresse
da un mistero vivente che in qualche modo ha sfocate sembianze umane.
L'occhio non può sollevarsi fino all'idolo dannoso che gioca a
essere Dio. Il cielo mostrava il lavoro striato del suo partito. La luce
lasciava il sogno.
La stanza della sporcizia era a volte, alta e rettangolare fuligginosa
e prima era come cucina di poveri in vago assomigliamento con la cucina
di Fratta, il pavimento ingombro di cose immondizie vestiti lacerati e
macchiati che Alice andava a recuperare come parte propria di sé.
Immonda, ma intanto era nuda e doveva coprirsi contro gli sguardi blasfemi
di chi le aveva dato il nome. Il camerone oscuro finiva in bagno da cucina
che era; così senza salti in una confusione ipermnestica anche
degli ambienti. La casa era proibito tirare dei confini. Le porte si dovevano
sempre aprire. O era come un terrazzo, luce senza pareti, e così
il bagno e quello che vi si faceva era mostrato a tutti e i propri panni
luridi che ingorgano in una marcia piscina e la disperata Alice li vede
allontanarsi con poca speranza di recuperarli e benché sporchi
di pus, di sangue di merda di sperma coprirsi e sfuggire alla decisione
del padre e degli amici del padre, brizzolati, inclini al disprezzo e
patiti dell'inculata. Abasia onirica. Oppure tentare con vergogna di raccogliere
afferrando quella biancheria che sfugge a spirale nel sifone di un water
mondiale, grande inverosimile ingiallato in mezzo all'acqua e alla sporcizia.
E accorgersi appunto nel risucchio antiorario dell'acqua di scarico che
si è su un terrazzo all'aperto e che tutti guardano, all'altezza
della strada nel crepuscolo viola che non aveva intenzione di portare
la notte, immobile, imperituro, di fronte la casa del nonno. Ricorrendo
a una fuga che l'avrebbe portata al massimo all'angolo del portale del
giudizio della chiesa con organo ligneo dorato del diciassettesimo secolo,
fatto costruire appositamente dalla famiglia Castelli.
Qualcuno le avrebbe dato dei soldi monete parole promesse per sigillare
la schisi del tradimento e con un braccio l'avrebbe riportata di là
alla casa. La porta è sempre aperta sulla strada. Anche scappando
più in là, sotto il garage nuovo anni '70 della comare Masina,
non era niente di altro che epilogare con due schiaffi in più.
Minacce, peggio. Di raccontare tutta la storia delle colpe e di come si
facesse fare di tutto, che non sembrava, di come era troia e la sorprendeva
sempre con le dita nella sua ficona. Piccola puttana con le mutandine
che non ce la facevano e lasciavano andare la sbroda bagnata giù
per le cosce. Fino alle ginocchia, a morire all'orlo delle bianche calze
di cotone stretti gli elastici segnano la pelle. Dai leccami la cappella
ingoia. Dai che poi la vuoi infilata nel culetto nel cervello. Dai che
ti schizzo dai che ti schizzo
oh, come sei fradicia fattela toccare.
Paralisi. La mente ha annerito quella faccia e l'ha assolta. La colpa
a occhi chiusi.
È ricaduta tutta su di sé come un insensato pianto di sperma.
Nero. Anestetizzante delle proprie emozioni. La speranza eiaculata e raffreddata.
Rimorso appiccicoso e funestato di sempre nuove paure che non rivelano
sagome, nuovi sguardi conficcanti che approfondiscono la distanza, la
scissione. L'amore costa troppo come un vestito. Che non si può
mai comprare. Mese dopo mese. Ventisette dopo ventisette. Si impara a
guardarlo come da un vetro sapendo di esserne da sempre separate. Il corpo
fatto a pezzi eterodermico cola, con ingiunzione centrifuga. Quella spada
incarnata del Logos persuasore lo ha scisso in parti incoerenti di disordine
anappercettivo. Corpo. Ognuna funzionalizzata a una pratica di vergogna
e distruzione, a un uso, in gloria del chimismo coniugale. Apoteosi della
normalità. Rococò dei sentimenti. Per mamma e papà
bisogna sacrificarsi. E fare "come se", vivere sempre "come
se" in uno stato di trance di gruppo di follia organizzata: atteggiamenti
falsi, false parole, falsi sorrisi, ordine nella prigione perversa del
non-dicibile e dunque non verificabile. Ed è la perpetuazione dell'inganno.
A
un certo momento le venne da pensare che era impossibile tutto quel camerone
lungo volta a botte in cucina fuliggine diaria che s'apriva in budello
alla luce di un bagno discinto sporco perché lasciato a sé
con il bianco dei sanitari opaco dal tempo e finendo la finestra sul vuoto,
come una soffitta. Nascere al vuoto.
E come se dovesse lavarsi decise di uscire di lì, ripercorse all'indietro
il pavimento nero e la minaccia soprastante degli oggetti lerci dei decenni
al muro, le volte incurvate a chiudere, sulle credenze laide sui bianco-smaltati
fornelli coperti di sordida illuvie oscuramente dotati di un vago senso
di minaccia. Fu in un corridoio senza dimensione costruito dal lanciarsi
dello sguardo alla sinistra. Asettico da nuova costruzione. Grandi mattonelle
grige della Mapei. Voltando in una delle due direzioni si trova davanti
a una porta aperta di legno chiaro faggio con maniglia cromata tipo ottone.
Il padre di spalle nudo, con le natiche da proginnasmi, davanti una tinozza
di stagno alla sua destra un bambino girato che ammiccava maliziosamente
a lei, toccandosi il pisello esibendolo distruttivo a dispregio di chi
guardava con atto di
pura passività. Il fratello, a sei anni.
Le direzioni antitetiche: la caduta nel bianco vuoto o il suo evitamento
scivolando ai fluidi omeostatici seduttivi di sessi moltiplicati quasi
in un pre-vita prima di ogni identità gli occhi ancora chiusi nel
caldo latte dello sperma che la fasciava.
Alice
stamattina è al centralino. Entrano parecchie chiamate. Molte le
passa alla collega con più esperienza. Senza mezzi termini. Si
mette a sfogliare le varie casistiche catalogate nell'ultimo anno di lavoro.
Lo schedario di servizio. Nell'ufficio c'è tolleranza e quindi
si può accendere una sigaretta. Le danno fastidio le forbici poggiate
sul tavolo: ci si può tagliare. Si può provare la paura
reale di piantarsele nei polsi. Propone alla collega di potersi mettere
lei a sistemare l'archivio. Voleva seppellircisi dentro ecco, sarebbe
stato bello. Quella è più che felice e la invita per la
pausa pranzo. In quel lavoro doveva vedere anche troppa gente. Sono di
sotto al bar Luciano.
io preferisco il bombolone, quello spolverizzato, mi dia quello anche
a pranzo..dai cosa vuoi, non voglio ingrassare! Ed è puro cacao
olandese ma un mix d'insalata con due fette di salmone capirai il salmone
che hanno detto che è pieno di diossina allora mi dia l'halibut
sì e tu fai la Susanna tutta panna, diventerai diabetica dolcezza
nel sangue, dolcezza di cuore.
La rabbia non veniva mai al suo fondo che deve essere mesto. La chimica.
Devitalizzato, una struttura cartilaginea erosa leggera schianto del dolore
di cui siano svanite tutte le connessioni con il contesto cosciente. Il
grado zero del
significato. Il grado zero dell'essere. L'essenza della fragilità
del suo corpo esile sconosciuto al mondo, invisibile per disprezzo predicato
passato come un timbro di passaporto ricoperto addosso come altro fondant
perfettamente isolante.
Ti amo. E il sole suda ti ricorda a quei passi con l'amaro di se stessa
all'odore dei capelli neri di padre che ti guarda camminare usa quello
sguardo incarnato alle tue gambe quasi di donna, solo undici anni già
sfruttati già per coazione bagnati e per questo per sempre maledetti.
Da quell'occhio
blasfemo materiale e da tua madre che ti rimprovera le tue puttanizie:
di lavarti i denti alla mattina perché l'aveva spiegato il maestro
a scuola per la campagna anticarie (e anche questo era sospetto, chissà
cosa ti faceva lui) e giù ceffoni e battere i denti sangue sui
rubinetti: due, uno per la calda sempre in speranza di funzionare un giorno,
uno per la fredda, l'unico attivo col quale si continua a sognare acqua
più clemente tiepida. E lavarsi la faccia come quell'attrice col
sapone Lux che se lo incremava sorridendo sulle gote e l'asciugamano in
testa. Colpi sulla testa ceffoni che non sperano mai di finire, lubrificati
dalle lacrime cieche inarticolate. E volavano le accuse. Nel '76 o nel
'77.
Solo una piccola puttana può attirare suo padre a scoparsela. Ceffoni
che ti si portavano via. Ti facevano ballare. Ceffoni che avresti voluto
ti dissolvessero. Eppure eri ancora lì, per terra in un mare di
cocci e una sedia ti vola addosso e spostandoti ti sei tagliata il polso.
Movimento minimo.
Si
era dimenticata di timbrare prima dell'uscita. Il capo entrò e
fece uno sguardo ricognitivo con puntata finale antalgica, così
come per tenerle d'occhio. Tanto per fare il superiore si
fece portare un vassoio anonimo nella saletta da the. E mangiò
da solo. Trincerato.
Alice dopo pranzo doveva fare un intervento. Al sesto piano del solito
fragile casermone affacciato sulla tangenziale in mezzo alla selvaggia
campagna di periferia in area industriale dismessa.
Riempiva il questionario per il colloquio e faceva le domande si può
dire in contemporanea tutto era così lento senza soffermarsi sullo
squallore che la circondava in soggettiva e che da solo chiedeva aiuto.
La vecchia zonizzazione. Con un deciso disappunto guardava chi volesse
far ricorso alle sue risorse personali. Gli interventi psico-sociali effettuati.
Al suo supervisore faceva la commedia della disponibilità umana.
Sociopatica per procura. Ma fondamentalmente stanca, tanto stanca. Desiderava
veder affogata nell'eterno cloroformio la piccola emiplegica dalla personalità
non strutturata perché cominciava ogni volta con la stessa domanda.
Capita a tutti quando si è al limite del crollo fisico. Lo chiamano
burning out.
In ascolto. Una nenia veniva forse dal quarto piano nel silenzio notturno
che voleva addormentare un bambino mentre la pioggia spiaccicava le sue
gocce peso fosforico sul terrazzino dove la rosa di Alice si bagnava.
Assorbiva il buio. I minuti dopotutto sono minuti. In tutto il mondo.
E nessuno forse ha condizioni privilegiate per la conoscenza della propria
necessità. Il buco affettivo. Tu. E il nulla dell'universo. Oppure
rivoltare surrettiziamente l'assunto a costituirsi come particola positiva.
Ego sum e questo se non mi giova di per sé nemmeno mi nuoce. Prescindendo,
questo è chiaro, dalle costrizioni del dolore, certamente insostanziali
nel modo assoluto dell'essere in quanto tale. Ora conosco e so che non
potrò mai avere chi amo. Chiunque. Il corpo antroposofico del mondo.
Non lo capirò. Io perdo: eppure questo non mi costa nulla perché
era tutto quello che avevo. Cosa importano i nomi in tutto questo o le
sequenze? Pietro, Antonio, Marco, Fabio primo e secondo, così bello
nella sua incoscienza. Avvolgimenti automatici di fatti che non toccano.
Giacomo o lo strano essere che appoggia la sigaretta sul labbro inferiore
con angelica levigata lentezza di telamone ambonifero dorato cui augello
gemello riflesso conforta di voluta perfezione e noncurante e smilza accidia?
Sopra l'altare dei santi felsinei.
Lo stesso corpo desiderato e moltiplicato per mille perdite. L'io sforacchiato
dalla mitraglia. Insostenibile e perso colum di se stesso. Analizzarsi
con filtro. Desiderio fumo cocente. Certificazione nulla. Balia assurda
invece di schemi mentali biecamente socioderivati e variabili quanto quelli
della tragedia classica ai tempi della restaurazione cinquecentista.
Le
ruote dentate del lampadario a doppio cilindro disegnano due eccentrici
sul soffitto triste-dorato dalle lampadine economiche a 40 watt. I contorni
zigzagati dell'ombra a margine binario sfalsato segnano il tempo delle
penetrazioni di sé esercitate con ritmo congruente per mano da
un pistone adatto a precipitare la combustione interna. Il verniciato
manico inviante che entra in lacca cinese. Il suo corpo sospeso a quella
inserzione conservava una posizione indipendente
dalle oscillazioni del punto di sospensione, il bacino accanito a colpire
efficacemente sul letto astrattamente privo di movimento di risposta.
Vivo, contrario. Che lotta. Le cosce labefacte in sogno soggette ad atassia
dei gruppi muscolari. Plurima irrelata. In attesa della paralisi duratura
del Piccolo Orgasmo. Selbst sottile e non posseduto. La giunzione è
ottenuta per il tramite di una croce di acciaio.
Aveva
pensato tutto diverso. Sostituita anche la plancia di comando. Però
un modello col senso postmodern di odissea nello spazio. Schiacciò
un tasto col numero 6 grosso come una pastiglia per la gola. Non c'era
lo specchio. Le altre pasticche fantastiche cerchiate di nero si illuminavano
al passaggio del rispettivo piano con una certa consequenzialità.
C'era una calla col viso in su, magnifica sul nero fondo dell'ascensore.
Atterrò sull'eterno pavimento di gres che pareva molestato dai
topi segretamente di notte. Ma no era solo l'età media di tutto
quanto lì. Una visita domiciliare. Lo scenario si apriva con cuscini
e cuscini di boccioli assonnati al loro clinico mestiere e le finestre
di alluminio anodizzato da parte loro non facevano parola. La porta ancora
chiusa sembrava abbagliare. Il nome sul campanello era coperto con dello
scotch da medicazione intrinsecamente soffocante. L'interruttore muto.
Sulla sua bocca.
Papà.
Il mio piccolo papà. Se n'era andato una sera per sempre ritirando
le sue fruste elettriche. Voleva fare a tutti i costi un gelato. Ma nessuno
dei due sapeva che la gelatiera andava ghiacciata a minimo 18 sotto zero.
Il suo scopo principale era gelare. Non era per lei che era venuto. Era
così ogni volta: si metteva a fare qualcosa di diverso. E lei tentava
di toccarlo devorsum sapendo che era la sua morte. Si sottraeva. Il vuoto
prodotto per intangibilità mentale. Abbracciarlo ai fianchi per
rifare l'inutile morte. E venire il succo dolce, il fluido cieco che l'annichilava.
La sua stizza per ciò che riteneva qualcosa di indecifrabile e
comunque non candido, da bravo semita, pur rimasto però solo allo
stato di desiderio per lei. Lui non acconsentiva mai. La sua vita stretta
intaminata e fiera. Un sepolcro di bellezza. Ma tutto ciò, la sua
presenza, era uno sforzo costruttivo del suo intendimento onnivoro di
lui. E Alice rimaneva nel limbo masturbatorio. Incircolandosi in se stessa
nella propria assenza di carne, persa per colpa furto la possibilità
della libera scoperta di io, l'innocenza cosiddetta, e ferma nella sua
adolescenza bloccata a monte, senza possibilità col sesso maschile
che non fosse il veleno già giovato del subire o del sottomettere.
Ma dà assuefazione. Bruciare ogni disponibilità a compiacere,
ecco cosa si dovrebbe.
Irrealizzabile perché guai a verificare la soddisfazione di un
desiderio: ridurre al proprio potere un uomo col proprio uccello di carne,
invasarlo fino alla morte ad annientarlo, e tenere stretto lui che sgorghi
strettamente nella mano che ha il potere, così come in un flashback
chiamava suo padre no, scopriva a occhi aperti albumosi senza poter vedere
poter interpretare lo spazio nel bel mezzo di un invasamento erotico da
hashish involontario. Aveva mangiato l'inganno con un dolce inaspettato
in mezzo a tanti amici improvvisi. E così aveva potuto ricordare
tattilmente il desiderio e la paura. Della cecità dell'imposessamento
paterno. Di nuovo cominciò a piombare con automatico sincronismo
di battiti sul copriletto
text-dralon, sacro del sudore degli anni, comprato fieramente dalla madre
alla liquidazione del negozio Marzotto, dei gridi nella loro alterità
sbarrati a ogni determinazione di tempo contro le chiuse del futuro, insevato
di ogni verità scossa cadendo dal gradino del sonno e colta alla
realtà della consapevolezza senza mediazione. E con quel po' di
vergogna che questo comporta. Quel pudore salvifico che tutte le ragazze
hanno in dotazione, come per sfiga genetica. Ritmava gli strusci apprendendoli
alla ruvidezza inconsistente per quel momento del tessuto imprendibile
incoercibile procuratore di orgasmi espandenti che montano inavvertiti
da lontano fino a esplodere per ripetersi, in ciclo completo, un quarto
d'ora dopo aver superato la reazione di refrattarietà delle terminazioni
nervose del cappuccio. I bronchi sono al massimo della dilatazione consentita,
precisamente elastici comprimono oltre venti inspirazioni al minuto.
Senza
patire nessuna premessa. Nessuno. Dilungava il suo discorso avvitandosi
nella concrezione spiraliforme del trauma di cui aveva perso il punto
d'inizio. Precisa ogni svolta in direzione eccentrica. Vite senza fine.
Il vuoto la conteneva chiudendola nella necessità della disperazione
e togliendole la possibilità la conoscenza ma non il desiderio.
Questa la condanna. Il desiderio l'avrebbe portata alla morte, la conoscenza
alla vita. Con tutt'e due bisogna sprofondare dentro di sé ma nel
primo caso per dimenticarsi nel secondo per cogliersi totalmente e ricordarsi.
Anche, soprattutto il ricordo proibito, quello che circola notturno compiendo
il suo mistero senza parole, informulabile. Che tu sia maledetto padre
mio. Hai 61 anni, tu vivi. Io no.
Imprimata
da un manico di cacciavite rosso plastica trasparente e nero caucciù
con puzza abominevole di pneumatico rigato e seghettato che s'occludeva
nell'introito della vagina senza possibilità di procedere oltre.
Praticamente inservibile. Ritornò a stringere il clitoride iperattivo
contro la ruvidezza del copriletto che voleva annodato di corda aggroppato
torturandosi fino ad allagare saette pulsate spasmi di dolore-piacere,
impresse a scatti da urla diaframmatiche vere, animali.
Si
lasciò andare alla gravezza del suo corpo lasciato di lato in longitudine
nel letto dimentico dei suoi orrori, tormentosi strascicamenti, concitate
notti a occhi aperti sotto l'assalto di terrori esterni difficili da ricacciare
indietro. Battagliare sempre con lo stesso incubo, senza lenire il mostro
del sonno che si ribella. Che si quieta solo a mattino fatto e il sole
se è tempo, potrebbe già scottare. No i mattini senza scuola
dei sedici anni quando si avvolgeva nel lenzuolo laido attorcigliandoselo
addosso stretta legata fremendo per mille frustate, mille orrendi bevuti
per forza o con dolcezza con tanto di carezza sui capelli dalla grossa
mano ciceroniana del suo professore di latino.. oh chissà com'era
bello il suo, corto e grosso bruno olivastro e l'avrebbe forata irrorandola
tutta. Aveva seminato bene suo padre. Si ritrovò la frase del pornofotoromanzo
scovata in mente "Amore schizzami il tuo burro fuso sul sedere"
la foto di lei con le chiappe contratte e il viso corrucciato stretto
dalla voglia oh sì tutta una caserma di cazzi bei militari che
si smanettano in cerchio attorno bagnandola a pioggia.. oh tutta
quella sborra dappertutto. La pelle lucida dalla sborra. Diventata un
essere di vetro perfetto la gola vetrofanata oh sì schiantami il
tuo bel cazzo dentro. Il giornale non lo trovò in un attacco di
carpsite libidinosa doveva essere nel mobile del bagno quella volta che
nell'ansia il manico dello sturalavandini nuda a terra sul pavimento nero
i capezzoli rigidi le aveva aperto la porta di ogni maledizione in uno
stupido semplice flashback. Freddo che fa bagnare. Suo padre l'aveva sempre
voluta così, come quelle donne di carta. Era lì, con quelle
foto fatte male le stesse di sempre, una specie di internazionale del
porno, uno stile fisso le stesse modelle pettinature anni '80 un po' cotonate
tipo annunciatrice televisiva, le tizie che fingevano di godere con le
bocche spalancate ma gli occhi pensavano altro nelle loro aurore di rosso
fucsia o vago limpido celeste sopra una linea incerta di matita nera,
ricorse sul letto sfatto ingombro di ogni cosa manuali, vestiti, cd, depliants,
tubetti e penne. Ne prese due e aprendo con l'altra mano il giornale sfogliando
cercava di spingersele non unite, il fotogramma esposto alla luce della
sua infanzia, ma in movimento antagonista nell'ostio come una liceale
sbiancata che andando in bagno se le nasconde le bic nelle tasche del
jeans passando davanti al professore che qualcosa da dietro i tetrametri
giambici ha capito, nella vagina che si scioglie e contrae fino a bagnare
quasi le ginocchia nel doloroso desiderio di far bastare le penne. Ne
infila un'altra e poi una matita HB di quelle che il suo prof diceva che
sono tutte uguali come i cinesi. Animale. Stringe forte le cosce sperando
avverarsi la pioggia calda di cui potersele ungere come per benedizione
spargendosene ancora le mani sul seno gonfio sul ventre per assorbire
il principio maschile una volta per tutte e placare per sempre la sete
di cazzo inarrestabile.
Una
violenza in piena regola ci vorrebbe. La cintura folk che finisce con
la punta di metallo blanda a due fiori incastonati e che aveva conservato
dalla seconda liceo per quell'uso le loro incisure imenali. La srotolò
regina empatica carezzandola piano per renderla vivente il cuoio freddo
il freddo sentì l'ago della fibbia con la lingua infiammandola
intorno mentre muoveva il ventre trafitto tardamente. Leccava chiudendo
gli occhi e poi giù dal mento al collo al petto nero e maledetto
da chi klimtiano può essere si graffiò con quell'artiglio
di menzogne. Discendeva. Ricorse alla rabbia dell'informe e coi suoi raffi
s'incarnava nelle mani sue notturne, di bambina. Le vedeva ghermite. Era
tutto reale. Nella nebbia si incise ancora come tentando un arabesco perfettamente
che mostrasse il senso ma non sentiva ancora dolore. Stupita di questa
sua superiorità si sentì pronta per venire portata via.
In fondo oltre la morte dalla distruzione che non ha altro nome. Tra inibizione
motoria e piccola fuga. Aspettava il Padre. Ultimamente si eccitava solo
pensando a lui. Oggetto lei di una storia scritta che la scavava dentro
disfagica. Cominciò ad attorcigliarsi addosso ai fianchi alla vita
al seno la cintura sperando che la mordesse i nuclei paraventricolari
poi di colpo la sollevò in aria con un braccio e cominciò
a frustarsi la schiena il sedere, le cosce. La punta metallica la faceva
godere di dolore. Coprirsi di sangue infinito. Gettò via la bic
e s'infilò dentro quel freddo metallico sperando che le provasse
abbastanza di essere quello che era. Distanziale. Venne nella disperazione
di venire, di essere qualcosa, qualsiasi cosa.
Cristo vince la morte lei no; Alice si glorifica nella morte.
Sentiva
friggere rondini nella notte e il ronzio continuo rassicurante del frigo
che partiva. Motore. A occhi chiusi. Mille punti nel buio. Succhio virile
ano nell'aorta. Aprì gli occhi: la banda di luce dell'avvolgibile
s'ingrandiva e si stringeva seguendo il suo battito cardiaco di miope.
Immagine fetale.
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