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EROTISMI ed altre PASSIONALITA' sciolte... aperiodico suppl. a l'Erroneo cARTacEo:::vietato ai minori di 69 anni
 


Omaggio a Betty Page
ho provato a mescolare le immagini di Betty con i miei fantasmi, di ieri e di oggi...
di Edoardo Baraldi

Sex and dream
di Beatrice Ferretti, illust. Gianluca Costantini

Lasciamo perdere, non vorremmo fare uno psicodramma dell'odio. E se ne ando' senza neanche sbattere la porta. La masturbazione è un pensiero è la scoperta del proprio pensiero autonomo. Fatto sta che tutti dimostrano desideri contrastanti intorno a te: tua madre non vorrebbe, tuo fratello ti frusterebbe sul sedere mentre ti massaggi le grandi labbra, sadico ossessione aggiornata su istigazione di tua madre, tuo padre ti spia in attesa di altro. E intanto cosparge la casa di giornaletti porno. Tuo nonno magari, ha avuto una parte in questo. Se a volte nel sogno torna la sua mano che ti stringe una tetta mentre parla posato. Dimenticando tutto. Forse visto che tua madre era allergica al sesso e rimprovera sempre suo marito per qualche piccola avance innocente di notte, nel letto matrimoniale, deve essere stata anche lei a lasciarlo fare con te, finta di non sapere niente.
I tuoi ricordi, che avevi cinque o sei anni sono pochi, ma chiari in proposito.
Alice sognava o forse correva con gli occhi chiusi proiettando avanti a se' il paesaggio di quando era bambina e i suoi la portavano sempre in campagna, per aiutare nei lavori. Corridoi di prati smeraldini con riflessi azzurri e celesti presi dal cielo che pioveva sopra il mondo come su incantesimo gli alberi, peschi e mandorli, simultaneamente fioriti o non ancora, ma scaldati dalla meraviglia del sole dilatantisi in pianure acquee come da bassa marea a specchiarsi nel pensiero dell'universo. Alice correva con gli occhi chiusi come se una mano la opprimesse o fosse lei stessa a non volere o potere, a preferire di immaginare una realta' piu' che doverla vedere, comunque consenziente. Arrivava a un prato e vi si sdraiava sopra sfregandosi il sesso gonfio smanioso da non sentirsi piu', in preda a un desiderio grande come l'io. E il suo masturbarsi era un pensiero indipendente dalla sua mamma. Un rinnegare le sciocche raccomandazioni per essere brava le sgridate per nulla, anzi dopo aver faticato un pomeriggio in cucina, neanche fosse una
Cenerentola-rassegnata-salvabile-da-un-marito-principe-protettore. Era liberata oltre che venuta. Ma continuava il suo addentrarsi rettilineo e adesso arrivo' a uno spiazzo inghiaiato con un furgone bianco parcheggiato e coi portelloni spalancati sul retro. Svolto' dallo specchietto di sinistra sua madre e dal buio dell'interno salto' giu' suo fratello ragazzino con uno scudiscio rubato in un maneggio. Lei si trovo' carponi coi pantaloni calati e chiedeva torcendosi che la frustasse, dopo che sua madre aveva gia' fatto la proposta cattiva. Il suo sesso dal di dietro era scoperto e indifeso, la pelle rossa e gonfia le tirava. Doveva essere lucida come la superficie di una melagrana spaccata. E suo fratello dava senza pieta' sulle anche, sulle cosce e meno sulle natiche e cosi' veniva per la seconda volta come per rabbia e per mancanza. Il suo corpo era stato usato. La sensazione orgasmica si avvero' nella zona frontale. Le mandibole si contrassero gli occhi le si rivoltarono come a Santa Rita nell'estasi scomposta del Borromini. Il cielo nuvole sbiancate marmorizzate, poche macchie di nuvola alla Utrillo. Il sole di gia' scarso dietro le colline orgogliose di un qualsiasi posto dell'Italia centrale.
Ma il suo viaggio in avanti continua quasi spinta da un volere nascostamente coattivo e questa sensazione era aumentata dall'idea di sapere di essere in un sogno e la correlata fatica di costruire le immagini di un paesaggio, e dal fatto che forse non potendo girarsi a guardare, qualcuno la spiava. Ma andava avanti, a strattoni indotti della sua volontà onirizzante…e giunse a un punto che qualcosa di invisibile attirò la sua attenzione folgorandola: intorno non c'erano alberi il sole era meridiano, voltò le spalle e un braccio maschile sinistro iniziò a stringerla e soffocarla. Terrorizzata o eccitata: oscillava dentro di sé il significato. Lo svilimento attorno a un altro. Intorno la scurita Natura. Quel braccio era desiderio e morte. Gridò il suo orgasmo torcendosi prigioniera. E fu tanto violento che si svegliò. Ebbe appena la sensazione che subito scese al suo inferno personale di carne e delirio. Parlava con suo nonno pacato e in qualche modo compartecipe delle esitazioni asmatiche e di piccola dodicenne impaurita sempre toccata dall'occhio vigile paterno ladro della sua ombra pasco della sua angoscia viva impenetrabile e mai dimenticata, del suo ossigeno razionato della luce rincorsa come un elitropio a bassa mobilità perché il corridoio comunicante col bagno rifugio era la sua stanza la tana cui intorno girava teoria assurda di disegni pastello nudi sotto rondini ossessive e mortali troppo grosse e nel loro peso pericoli anche per i globi chiari vagamente grigi di Sant'Agnese in piccola bianca cornice rivolti al soffitto paurosamente alto e da cui ci pendeva la lampada lunga della povertà col tenue paralume ceruleo ondulato. E io dovevo essere come lei. Il suo tenero seno nudo davanti a tutta quella bocca che parlava senza arrabbiarsi, glielo impastava con la lingua tiepida riposante che appena si staccava sentiva un brivido sul capezzolo bagnato. Terrorizzata e ferma la poppava. Per minuti interi.
L'esperienza devastante dell'orgasmo anche così anche senza toccare nelle mutandine. Dopo in bagno sentiva un po' di umido e freddo. Si toccò la vulva ancora tesa e ingrossata. Le pareva un mostro. Una volta l'aveva costretta a inginocchiarsi con quelle grandi mani e aveva colato su di lei che per paura non guardava la sua lava bianchissima. Alice tagliava via gli occhi non appena lui andava con la mano sulla fibbia. La chiamava 'piccola troia' 'piccola troia' ma invece che arrabbiarsi lei rimaneva indifferente come di sasso, per poi scoprire con vergogna, quando l'aveva lasciata sola, di essersi bagnata. E allora se la impastava con la furia inespressa della mano forse per strapparsela tirandosi la peluria già adulta aprendo la bocca per baci affamati con la lingua che leccava l'intonaco e s'asciugava fermandosi presto e così seduta sbatteva; la strusciava la vulva a terra, sul pavimento freddo, eccitante ripetendo quelle parole. E veniva gridando come in un lungo abbaglio. Luminanza interrotta.
Poi si ripiegava sulle ginocchia come in ascolto. Un'eco. Del niente.
A volte Alice nella serenità un po' lassa post-masturbatoria percepiva quello sguardo anche solo cadendo poco l'occhio sul vestimento diafano della santa che leggeva l'imperscrutabile orrore dal fondo monocolore del suo quadro emetteva un baluginio marino alle severe altezze cui era tutta vita dedicata e anche girandosi a pancia in giù rimaneva lì fissa nella sua diatesi eterna a giudicare fattasi carne in quello sguardo invivibile che voleva nell'oscuro e si faceva dilatandosi grande come tutta la stanza.
Ogni cosa la guardava e lo sguardo era in ogni cosa. Non la smetteva. Aveva cambiato significato al cocker verdearancio con la pipa di metacrilato marrone mélange nero che stava al centro del suo mobile-letto. Polveroso, tra le orecchie una specie di tonda gialla spugnetta di ufficio postale indolente e scassato con gli impiegati dai capelli unti e la fronte luccicante detentori comunque di un potere e di un rispetto che in un paesetto del centro-sud è ben grande. Gli impiegati. E le impiegate. Cariche di ori come madonne del mare e rallentate nel gesto pregnante come mogli di industrialotti padani del salume bello. Liquami inquinanti delle porcilaie. Fosforosi. Addio.
L'impresentabile. Sguardo. Viventi anche le pareti. Respirano con occhi invisibili sempre aperti. Pelle. Sua madre poteva apparire da un momento all'altro materializzandosi dietro quella porta sottile sbucando all'improvviso a gridare a farla sparire, inghiottirla nella totale Negatività. Nel buco nero del perpetuo Non-essere. Forza invincibile, immateriale che le toglieva la presenza fin dalla radice dei piedi evelta con rapidità di sigillo a levare che implica l'assolutezza di se stesso persistente nei più scuri e imprecisabili avvinghiati labirinti dell'io. Impregnati intestini a sconoscere. La trappola preparata. Il senso della propria dissezione nella fuga in avanti, nello sporgersi sulla distanza dal proprio nome nel desiderio di caduta cranica aposiopetica. E ancora invece risollevarsi sul letto col polso a 130, la visione del buio che seguiva la stretta sistolica del proprio cuore e franare poi tra il tormentato sudore acido della propria vita. Il piccolo silenzio.


Alice si alzava alle sette e quaranta. Avrebbe voluto lasciarsi
cadere nel suo bisogno di disperazione ma si mise qualcosa addosso e uscì in fretta, forse del giorno prima. In eterno ritardo. L'affanno al benzene, il sudore sudato di tutte le mattine lunghe, in fila come cordoni ombelicali staccati da mani di lattice blu sbrigativamente senza ricorso a consigli, consulti, versamenti epato-biliari, mentre le siepi correvano come in una sequenza a spalla aspre amare verdi-stupende felici-folte interminabili custodi di vespe calde, già da marzo, ramarri singoli sole scioglisangue. Manovre nevrotiche di macchine su percorsi sempre serpentini maledettamente ritornanti sugli stessi metri di asfalto su se stessi, sullo stesso punto inciso dalle gomme ansiose, bissato dai cambi antagonisti, ingoiato dagli acceleratori barbarici. Emuli di nascondimenti prolassati del versante ileo-cecale a scomparire. E tutto a causa di genitori pedoparanoici a dare delle sgasate pazzesche sotto, sotto il portone della scuolina del giandone con la cellulite le borse sotto gli occhi per il grasso e dallo sguardo francamente idiota.
In eterno ritardo sul sorriso dell'autista dai capelli neri giovani, per la vergogna di essere se stessi.

Cicci-lardi. Amavo mio fratello. Ora non c'è più, portato via dal disvelamento delle azioni, dall'apertura del passato, dal tugatricidio ossessivo non nascosto sempre bisognoso di rinnovata rabies pavlovrispondente. È un povero malato. Luridi i denti si scoprono non avere presa sulla realtà. Ma sullo schema genitoriale impartito con quotidiana musica di sberle non dirette a lui. Topo di fogna. Giallastri imprecisi che si aprono su pieghe cutanee orbicolari segni scavati nella spenta pretesa giovinezza da hashish, da cocaina fumata col piglio superiore di chi ha inculato tutto il mondo e non gli resta ora che mandarlo a cagare. Espresso.
Un battito scrollo di cenere.
Costole esigue porose sotto deflagrazione univoca e piccole mani chirurgiche.

"I fattori che possono portare un ragazzo al gesto suicidario… una valutazione della soddisfazione oggettiva trasversale o longitudinale dell'utente… e fornisce uno scoring analitico -su 32 item- o sintetico -su 5 fattori" e il terrorista in cravatta senza senso che si lanciava in queste arditezze senza pensiero era un rosso papavero della sanità locale. Alice in terza fila pur non sudando altrettanto come lui era ripiegata su un quadernetto coprendolo di abbreviazioni note tironiane e anche geroglifici se possibile per colmare il distacco di completezza di registrazione che la separava da un qualunque conoscitore della stenografia "la relazione di aiuto e il counseling con le persone morenti"..il tacchino aveva preso il seminario di formazione e aggiornamento come ci si avventa su una rampa di lancio da missile. Occhi corti puntati. Le prime file erano inchiodate al proprio stomaco e io al mio. Per fortuna tutto si arenò in una disperazione costernata di lucidi mentre l'assessore diventava grado a grado viola e ispido come un grosso carciofo impuntandosi mandando sguardi prima circospetti e poi intimidatori dalla poltroncina sofferente. Affondamento optato dal cicalare in rimonta della folla infrinita e gallereccia di assistenti sociali in training obbligatorio. Sommesso omicidio.


Il Sabato pomeriggio si arrotolava in un grande Ammonite scuro, caverna di spessa olivina puntante all'intimo vertice di raggio che annega e smotta. Veder convolvere tutto nel nulla dell'inguardabile e rimanere oppresse da un mistero vivente che in qualche modo ha sfocate sembianze umane. L'occhio non può sollevarsi fino all'idolo dannoso che gioca a essere Dio. Il cielo mostrava il lavoro striato del suo partito. La luce lasciava il sogno.
La stanza della sporcizia era a volte, alta e rettangolare fuligginosa e prima era come cucina di poveri in vago assomigliamento con la cucina di Fratta, il pavimento ingombro di cose immondizie vestiti lacerati e macchiati che Alice andava a recuperare come parte propria di sé. Immonda, ma intanto era nuda e doveva coprirsi contro gli sguardi blasfemi di chi le aveva dato il nome. Il camerone oscuro finiva in bagno da cucina che era; così senza salti in una confusione ipermnestica anche degli ambienti. La casa era proibito tirare dei confini. Le porte si dovevano sempre aprire. O era come un terrazzo, luce senza pareti, e così il bagno e quello che vi si faceva era mostrato a tutti e i propri panni luridi che ingorgano in una marcia piscina e la disperata Alice li vede allontanarsi con poca speranza di recuperarli e benché sporchi di pus, di sangue di merda di sperma coprirsi e sfuggire alla decisione del padre e degli amici del padre, brizzolati, inclini al disprezzo e patiti dell'inculata. Abasia onirica. Oppure tentare con vergogna di raccogliere afferrando quella biancheria che sfugge a spirale nel sifone di un water mondiale, grande inverosimile ingiallato in mezzo all'acqua e alla sporcizia. E accorgersi appunto nel risucchio antiorario dell'acqua di scarico che si è su un terrazzo all'aperto e che tutti guardano, all'altezza della strada nel crepuscolo viola che non aveva intenzione di portare la notte, immobile, imperituro, di fronte la casa del nonno. Ricorrendo a una fuga che l'avrebbe portata al massimo all'angolo del portale del giudizio della chiesa con organo ligneo dorato del diciassettesimo secolo, fatto costruire appositamente dalla famiglia Castelli.
Qualcuno le avrebbe dato dei soldi monete parole promesse per sigillare la schisi del tradimento e con un braccio l'avrebbe riportata di là alla casa. La porta è sempre aperta sulla strada. Anche scappando più in là, sotto il garage nuovo anni '70 della comare Masina, non era niente di altro che epilogare con due schiaffi in più. Minacce, peggio. Di raccontare tutta la storia delle colpe e di come si facesse fare di tutto, che non sembrava, di come era troia e la sorprendeva sempre con le dita nella sua ficona. Piccola puttana con le mutandine che non ce la facevano e lasciavano andare la sbroda bagnata giù per le cosce. Fino alle ginocchia, a morire all'orlo delle bianche calze di cotone stretti gli elastici segnano la pelle. Dai leccami la cappella ingoia. Dai che poi la vuoi infilata nel culetto nel cervello. Dai che ti schizzo dai che ti schizzo… oh, come sei fradicia fattela toccare. Paralisi. La mente ha annerito quella faccia e l'ha assolta. La colpa a occhi chiusi.
È ricaduta tutta su di sé come un insensato pianto di sperma. Nero. Anestetizzante delle proprie emozioni. La speranza eiaculata e raffreddata. Rimorso appiccicoso e funestato di sempre nuove paure che non rivelano sagome, nuovi sguardi conficcanti che approfondiscono la distanza, la scissione. L'amore costa troppo come un vestito. Che non si può mai comprare. Mese dopo mese. Ventisette dopo ventisette. Si impara a guardarlo come da un vetro sapendo di esserne da sempre separate. Il corpo fatto a pezzi eterodermico cola, con ingiunzione centrifuga. Quella spada incarnata del Logos persuasore lo ha scisso in parti incoerenti di disordine anappercettivo. Corpo. Ognuna funzionalizzata a una pratica di vergogna e distruzione, a un uso, in gloria del chimismo coniugale. Apoteosi della normalità. Rococò dei sentimenti. Per mamma e papà bisogna sacrificarsi. E fare "come se", vivere sempre "come se" in uno stato di trance di gruppo di follia organizzata: atteggiamenti falsi, false parole, falsi sorrisi, ordine nella prigione perversa del non-dicibile e dunque non verificabile. Ed è la perpetuazione dell'inganno.

A un certo momento le venne da pensare che era impossibile tutto quel camerone lungo volta a botte in cucina fuliggine diaria che s'apriva in budello alla luce di un bagno discinto sporco perché lasciato a sé con il bianco dei sanitari opaco dal tempo e finendo la finestra sul vuoto, come una soffitta. Nascere al vuoto.
E come se dovesse lavarsi decise di uscire di lì, ripercorse all'indietro il pavimento nero e la minaccia soprastante degli oggetti lerci dei decenni al muro, le volte incurvate a chiudere, sulle credenze laide sui bianco-smaltati fornelli coperti di sordida illuvie oscuramente dotati di un vago senso di minaccia. Fu in un corridoio senza dimensione costruito dal lanciarsi dello sguardo alla sinistra. Asettico da nuova costruzione. Grandi mattonelle grige della Mapei. Voltando in una delle due direzioni si trova davanti a una porta aperta di legno chiaro faggio con maniglia cromata tipo ottone. Il padre di spalle nudo, con le natiche da proginnasmi, davanti una tinozza di stagno alla sua destra un bambino girato che ammiccava maliziosamente a lei, toccandosi il pisello esibendolo distruttivo a dispregio di chi guardava con atto di
pura passività. Il fratello, a sei anni.
Le direzioni antitetiche: la caduta nel bianco vuoto o il suo evitamento scivolando ai fluidi omeostatici seduttivi di sessi moltiplicati quasi in un pre-vita prima di ogni identità gli occhi ancora chiusi nel caldo latte dello sperma che la fasciava.

Alice stamattina è al centralino. Entrano parecchie chiamate. Molte le passa alla collega con più esperienza. Senza mezzi termini. Si mette a sfogliare le varie casistiche catalogate nell'ultimo anno di lavoro. Lo schedario di servizio. Nell'ufficio c'è tolleranza e quindi si può accendere una sigaretta. Le danno fastidio le forbici poggiate sul tavolo: ci si può tagliare. Si può provare la paura reale di piantarsele nei polsi. Propone alla collega di potersi mettere lei a sistemare l'archivio. Voleva seppellircisi dentro ecco, sarebbe stato bello. Quella è più che felice e la invita per la pausa pranzo. In quel lavoro doveva vedere anche troppa gente. Sono di sotto al bar Luciano.
io preferisco il bombolone, quello spolverizzato, mi dia quello anche a pranzo..dai cosa vuoi, non voglio ingrassare! Ed è puro cacao olandese ma un mix d'insalata con due fette di salmone capirai il salmone che hanno detto che è pieno di diossina allora mi dia l'halibut sì e tu fai la Susanna tutta panna, diventerai diabetica dolcezza nel sangue, dolcezza di cuore.
La rabbia non veniva mai al suo fondo che deve essere mesto. La chimica. Devitalizzato, una struttura cartilaginea erosa leggera schianto del dolore di cui siano svanite tutte le connessioni con il contesto cosciente. Il grado zero del
significato. Il grado zero dell'essere. L'essenza della fragilità del suo corpo esile sconosciuto al mondo, invisibile per disprezzo predicato passato come un timbro di passaporto ricoperto addosso come altro fondant perfettamente isolante.
Ti amo. E il sole suda ti ricorda a quei passi con l'amaro di se stessa all'odore dei capelli neri di padre che ti guarda camminare usa quello sguardo incarnato alle tue gambe quasi di donna, solo undici anni già sfruttati già per coazione bagnati e per questo per sempre maledetti. Da quell'occhio
blasfemo materiale e da tua madre che ti rimprovera le tue puttanizie: di lavarti i denti alla mattina perché l'aveva spiegato il maestro a scuola per la campagna anticarie (e anche questo era sospetto, chissà cosa ti faceva lui) e giù ceffoni e battere i denti sangue sui rubinetti: due, uno per la calda sempre in speranza di funzionare un giorno, uno per la fredda, l'unico attivo col quale si continua a sognare acqua più clemente tiepida. E lavarsi la faccia come quell'attrice col sapone Lux che se lo incremava sorridendo sulle gote e l'asciugamano in testa. Colpi sulla testa ceffoni che non sperano mai di finire, lubrificati dalle lacrime cieche inarticolate. E volavano le accuse. Nel '76 o nel '77.
Solo una piccola puttana può attirare suo padre a scoparsela. Ceffoni che ti si portavano via. Ti facevano ballare. Ceffoni che avresti voluto ti dissolvessero. Eppure eri ancora lì, per terra in un mare di cocci e una sedia ti vola addosso e spostandoti ti sei tagliata il polso. Movimento minimo.

Si era dimenticata di timbrare prima dell'uscita. Il capo entrò e fece uno sguardo ricognitivo con puntata finale antalgica, così come per tenerle d'occhio. Tanto per fare il superiore si
fece portare un vassoio anonimo nella saletta da the. E mangiò da solo. Trincerato.
Alice dopo pranzo doveva fare un intervento. Al sesto piano del solito fragile casermone affacciato sulla tangenziale in mezzo alla selvaggia campagna di periferia in area industriale dismessa.


Riempiva il questionario per il colloquio e faceva le domande si può dire in contemporanea tutto era così lento senza soffermarsi sullo squallore che la circondava in soggettiva e che da solo chiedeva aiuto. La vecchia zonizzazione. Con un deciso disappunto guardava chi volesse far ricorso alle sue risorse personali. Gli interventi psico-sociali effettuati. Al suo supervisore faceva la commedia della disponibilità umana. Sociopatica per procura. Ma fondamentalmente stanca, tanto stanca. Desiderava veder affogata nell'eterno cloroformio la piccola emiplegica dalla personalità non strutturata perché cominciava ogni volta con la stessa domanda. Capita a tutti quando si è al limite del crollo fisico. Lo chiamano burning out.

In ascolto. Una nenia veniva forse dal quarto piano nel silenzio notturno che voleva addormentare un bambino mentre la pioggia spiaccicava le sue gocce peso fosforico sul terrazzino dove la rosa di Alice si bagnava. Assorbiva il buio. I minuti dopotutto sono minuti. In tutto il mondo. E nessuno forse ha condizioni privilegiate per la conoscenza della propria necessità. Il buco affettivo. Tu. E il nulla dell'universo. Oppure rivoltare surrettiziamente l'assunto a costituirsi come particola positiva. Ego sum e questo se non mi giova di per sé nemmeno mi nuoce. Prescindendo, questo è chiaro, dalle costrizioni del dolore, certamente insostanziali nel modo assoluto dell'essere in quanto tale. Ora conosco e so che non potrò mai avere chi amo. Chiunque. Il corpo antroposofico del mondo. Non lo capirò. Io perdo: eppure questo non mi costa nulla perché era tutto quello che avevo. Cosa importano i nomi in tutto questo o le sequenze? Pietro, Antonio, Marco, Fabio primo e secondo, così bello nella sua incoscienza. Avvolgimenti automatici di fatti che non toccano. Giacomo o lo strano essere che appoggia la sigaretta sul labbro inferiore con angelica levigata lentezza di telamone ambonifero dorato cui augello gemello riflesso conforta di voluta perfezione e noncurante e smilza accidia? Sopra l'altare dei santi felsinei.
Lo stesso corpo desiderato e moltiplicato per mille perdite. L'io sforacchiato dalla mitraglia. Insostenibile e perso colum di se stesso. Analizzarsi con filtro. Desiderio fumo cocente. Certificazione nulla. Balia assurda invece di schemi mentali biecamente socioderivati e variabili quanto quelli della tragedia classica ai tempi della restaurazione cinquecentista.

Le ruote dentate del lampadario a doppio cilindro disegnano due eccentrici sul soffitto triste-dorato dalle lampadine economiche a 40 watt. I contorni zigzagati dell'ombra a margine binario sfalsato segnano il tempo delle penetrazioni di sé esercitate con ritmo congruente per mano da un pistone adatto a precipitare la combustione interna. Il verniciato manico inviante che entra in lacca cinese. Il suo corpo sospeso a quella inserzione conservava una posizione indipendente
dalle oscillazioni del punto di sospensione, il bacino accanito a colpire efficacemente sul letto astrattamente privo di movimento di risposta. Vivo, contrario. Che lotta. Le cosce labefacte in sogno soggette ad atassia dei gruppi muscolari. Plurima irrelata. In attesa della paralisi duratura del Piccolo Orgasmo. Selbst sottile e non posseduto. La giunzione è ottenuta per il tramite di una croce di acciaio.

Aveva pensato tutto diverso. Sostituita anche la plancia di comando. Però un modello col senso postmodern di odissea nello spazio. Schiacciò un tasto col numero 6 grosso come una pastiglia per la gola. Non c'era lo specchio. Le altre pasticche fantastiche cerchiate di nero si illuminavano al passaggio del rispettivo piano con una certa consequenzialità. C'era una calla col viso in su, magnifica sul nero fondo dell'ascensore. Atterrò sull'eterno pavimento di gres che pareva molestato dai topi segretamente di notte. Ma no era solo l'età media di tutto quanto lì. Una visita domiciliare. Lo scenario si apriva con cuscini e cuscini di boccioli assonnati al loro clinico mestiere e le finestre di alluminio anodizzato da parte loro non facevano parola. La porta ancora chiusa sembrava abbagliare. Il nome sul campanello era coperto con dello scotch da medicazione intrinsecamente soffocante. L'interruttore muto. Sulla sua bocca.

Papà. Il mio piccolo papà. Se n'era andato una sera per sempre ritirando le sue fruste elettriche. Voleva fare a tutti i costi un gelato. Ma nessuno dei due sapeva che la gelatiera andava ghiacciata a minimo 18 sotto zero. Il suo scopo principale era gelare. Non era per lei che era venuto. Era così ogni volta: si metteva a fare qualcosa di diverso. E lei tentava di toccarlo devorsum sapendo che era la sua morte. Si sottraeva. Il vuoto prodotto per intangibilità mentale. Abbracciarlo ai fianchi per rifare l'inutile morte. E venire il succo dolce, il fluido cieco che l'annichilava. La sua stizza per ciò che riteneva qualcosa di indecifrabile e comunque non candido, da bravo semita, pur rimasto però solo allo stato di desiderio per lei. Lui non acconsentiva mai. La sua vita stretta intaminata e fiera. Un sepolcro di bellezza. Ma tutto ciò, la sua presenza, era uno sforzo costruttivo del suo intendimento onnivoro di lui. E Alice rimaneva nel limbo masturbatorio. Incircolandosi in se stessa nella propria assenza di carne, persa per colpa furto la possibilità della libera scoperta di io, l'innocenza cosiddetta, e ferma nella sua adolescenza bloccata a monte, senza possibilità col sesso maschile che non fosse il veleno già giovato del subire o del sottomettere. Ma dà assuefazione. Bruciare ogni disponibilità a compiacere, ecco cosa si dovrebbe.
Irrealizzabile perché guai a verificare la soddisfazione di un desiderio: ridurre al proprio potere un uomo col proprio uccello di carne, invasarlo fino alla morte ad annientarlo, e tenere stretto lui che sgorghi strettamente nella mano che ha il potere, così come in un flashback chiamava suo padre no, scopriva a occhi aperti albumosi senza poter vedere poter interpretare lo spazio nel bel mezzo di un invasamento erotico da hashish involontario. Aveva mangiato l'inganno con un dolce inaspettato in mezzo a tanti amici improvvisi. E così aveva potuto ricordare tattilmente il desiderio e la paura. Della cecità dell'imposessamento paterno. Di nuovo cominciò a piombare con automatico sincronismo di battiti sul copriletto
text-dralon, sacro del sudore degli anni, comprato fieramente dalla madre alla liquidazione del negozio Marzotto, dei gridi nella loro alterità sbarrati a ogni determinazione di tempo contro le chiuse del futuro, insevato di ogni verità scossa cadendo dal gradino del sonno e colta alla realtà della consapevolezza senza mediazione. E con quel po' di vergogna che questo comporta. Quel pudore salvifico che tutte le ragazze hanno in dotazione, come per sfiga genetica. Ritmava gli strusci apprendendoli alla ruvidezza inconsistente per quel momento del tessuto imprendibile incoercibile procuratore di orgasmi espandenti che montano inavvertiti da lontano fino a esplodere per ripetersi, in ciclo completo, un quarto d'ora dopo aver superato la reazione di refrattarietà delle terminazioni nervose del cappuccio. I bronchi sono al massimo della dilatazione consentita, precisamente elastici comprimono oltre venti inspirazioni al minuto.

Senza patire nessuna premessa. Nessuno. Dilungava il suo discorso avvitandosi nella concrezione spiraliforme del trauma di cui aveva perso il punto d'inizio. Precisa ogni svolta in direzione eccentrica. Vite senza fine. Il vuoto la conteneva chiudendola nella necessità della disperazione e togliendole la possibilità la conoscenza ma non il desiderio. Questa la condanna. Il desiderio l'avrebbe portata alla morte, la conoscenza alla vita. Con tutt'e due bisogna sprofondare dentro di sé ma nel primo caso per dimenticarsi nel secondo per cogliersi totalmente e ricordarsi. Anche, soprattutto il ricordo proibito, quello che circola notturno compiendo il suo mistero senza parole, informulabile. Che tu sia maledetto padre mio. Hai 61 anni, tu vivi. Io no.

Imprimata da un manico di cacciavite rosso plastica trasparente e nero caucciù con puzza abominevole di pneumatico rigato e seghettato che s'occludeva nell'introito della vagina senza possibilità di procedere oltre. Praticamente inservibile. Ritornò a stringere il clitoride iperattivo contro la ruvidezza del copriletto che voleva annodato di corda aggroppato torturandosi fino ad allagare saette pulsate spasmi di dolore-piacere, impresse a scatti da urla diaframmatiche vere, animali.

Si lasciò andare alla gravezza del suo corpo lasciato di lato in longitudine nel letto dimentico dei suoi orrori, tormentosi strascicamenti, concitate notti a occhi aperti sotto l'assalto di terrori esterni difficili da ricacciare indietro. Battagliare sempre con lo stesso incubo, senza lenire il mostro del sonno che si ribella. Che si quieta solo a mattino fatto e il sole se è tempo, potrebbe già scottare. No i mattini senza scuola dei sedici anni quando si avvolgeva nel lenzuolo laido attorcigliandoselo addosso stretta legata fremendo per mille frustate, mille orrendi bevuti per forza o con dolcezza con tanto di carezza sui capelli dalla grossa mano ciceroniana del suo professore di latino.. oh chissà com'era bello il suo, corto e grosso bruno olivastro e l'avrebbe forata irrorandola tutta. Aveva seminato bene suo padre. Si ritrovò la frase del pornofotoromanzo scovata in mente "Amore schizzami il tuo burro fuso sul sedere" la foto di lei con le chiappe contratte e il viso corrucciato stretto dalla voglia oh sì tutta una caserma di cazzi bei militari che si smanettano in cerchio attorno bagnandola a pioggia.. oh tutta
quella sborra dappertutto. La pelle lucida dalla sborra. Diventata un essere di vetro perfetto la gola vetrofanata oh sì schiantami il tuo bel cazzo dentro. Il giornale non lo trovò in un attacco di carpsite libidinosa doveva essere nel mobile del bagno quella volta che nell'ansia il manico dello sturalavandini nuda a terra sul pavimento nero i capezzoli rigidi le aveva aperto la porta di ogni maledizione in uno stupido semplice flashback. Freddo che fa bagnare. Suo padre l'aveva sempre voluta così, come quelle donne di carta. Era lì, con quelle foto fatte male le stesse di sempre, una specie di internazionale del porno, uno stile fisso le stesse modelle pettinature anni '80 un po' cotonate tipo annunciatrice televisiva, le tizie che fingevano di godere con le bocche spalancate ma gli occhi pensavano altro nelle loro aurore di rosso fucsia o vago limpido celeste sopra una linea incerta di matita nera, ricorse sul letto sfatto ingombro di ogni cosa manuali, vestiti, cd, depliants, tubetti e penne. Ne prese due e aprendo con l'altra mano il giornale sfogliando cercava di spingersele non unite, il fotogramma esposto alla luce della sua infanzia, ma in movimento antagonista nell'ostio come una liceale sbiancata che andando in bagno se le nasconde le bic nelle tasche del jeans passando davanti al professore che qualcosa da dietro i tetrametri giambici ha capito, nella vagina che si scioglie e contrae fino a bagnare quasi le ginocchia nel doloroso desiderio di far bastare le penne. Ne infila un'altra e poi una matita HB di quelle che il suo prof diceva che sono tutte uguali come i cinesi. Animale. Stringe forte le cosce sperando avverarsi la pioggia calda di cui potersele ungere come per benedizione spargendosene ancora le mani sul seno gonfio sul ventre per assorbire il principio maschile una volta per tutte e placare per sempre la sete di cazzo inarrestabile.

Una violenza in piena regola ci vorrebbe. La cintura folk che finisce con la punta di metallo blanda a due fiori incastonati e che aveva conservato dalla seconda liceo per quell'uso le loro incisure imenali. La srotolò regina empatica carezzandola piano per renderla vivente il cuoio freddo il freddo sentì l'ago della fibbia con la lingua infiammandola intorno mentre muoveva il ventre trafitto tardamente. Leccava chiudendo gli occhi e poi giù dal mento al collo al petto nero e maledetto da chi klimtiano può essere si graffiò con quell'artiglio di menzogne. Discendeva. Ricorse alla rabbia dell'informe e coi suoi raffi s'incarnava nelle mani sue notturne, di bambina. Le vedeva ghermite. Era tutto reale. Nella nebbia si incise ancora come tentando un arabesco perfettamente che mostrasse il senso ma non sentiva ancora dolore. Stupita di questa sua superiorità si sentì pronta per venire portata via. In fondo oltre la morte dalla distruzione che non ha altro nome. Tra inibizione motoria e piccola fuga. Aspettava il Padre. Ultimamente si eccitava solo pensando a lui. Oggetto lei di una storia scritta che la scavava dentro disfagica. Cominciò ad attorcigliarsi addosso ai fianchi alla vita al seno la cintura sperando che la mordesse i nuclei paraventricolari poi di colpo la sollevò in aria con un braccio e cominciò a frustarsi la schiena il sedere, le cosce. La punta metallica la faceva godere di dolore. Coprirsi di sangue infinito. Gettò via la bic e s'infilò dentro quel freddo metallico sperando che le provasse abbastanza di essere quello che era. Distanziale. Venne nella disperazione di venire, di essere qualcosa, qualsiasi cosa.
Cristo vince la morte lei no; Alice si glorifica nella morte.

Sentiva friggere rondini nella notte e il ronzio continuo rassicurante del frigo che partiva. Motore. A occhi chiusi. Mille punti nel buio. Succhio virile ano nell'aorta. Aprì gli occhi: la banda di luce dell'avvolgibile s'ingrandiva e si stringeva seguendo il suo battito cardiaco di miope. Immagine fetale.

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