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Rime In Forma Opaca I II III

di Santo Mangiameli

I
Immagini, poesie in forma quadrata, attimi rubati al giorno,
nulla di più se non immagini.
Frazioni di tempo infinitesimali, limiti verso l'assoluto,
forme sostanziali, allucinazioni cromatiche,
costanti presenze dell'indefinito.
Nulla di più se non immagini.
Sentimenti fugaci, sogni d'estate, distrazioni piacevoli,
sposalizi di vita, giochi di luci e timide ombre.
Cartoline dal futuro.
Piena consapevolezza del divenire,
dell'invecchiare con una sigaretta ancora tra i denti.
Ho incontrato gente distratta per la strada,
gente infastidita, delusi, ubriachi,
uomini in giacca e donne dai tabù dorati.
Tanto vicini da riempire i marciapiedi, e non salutarsi nemmeno.
Poi uno dietro l'altro, casualmente, dietro vetri colorati
in preda a piaceri notturni.
Vetrine come acquari, composizioni dai mille colori
con dentro manichini silenziosi.
Nulla di più se non immagini.
Cosa avrà mai estasiato il mistico, amato il poeta,
scolpito l'artista e filmato il regista,
se non la percezione dell'istante sublime e misterioso
che è linguaggio epifanico del reale?
Queste le rime in carta opaca,
queste le rime tutte con diversa sensibilità,
tante quante le pellicole sacrificate e tutte con soggetti cangianti.
Non avendone il tempo, né tantomeno la voglia
- anche se convinto dell'esistenza di una linearità nascosta in zone più profonde dell'animo-
ho lasciato che ognuna parlasse da sé e che tutte parlassero per tutte
senza imporre labirinti e divieti d'alcun tipo.
Certo ognuna vive del proprio nutrimento, ora pane, ora vino,
poi rose e forse vento.
Uomini, architetture, scorci, elettrodomestici, tutto è e deve essere
visione allucinata, allegorica e polisemica del reale. Questa è l'impostazione verso la pienezza dei sensi che una semplice pellicola non potrà mai dare.
Castrata e allontanata da un assoluto religiosamente divino, dalla celebrazione liturgica e da un mistero votivo di natura sacramentale, cosa diventa una fotografia se non esperienza fallace, limitata, melanconica e gioiosamente umana?
Lascio dunque all'oggetto "artistico" la capacità di comunicare
sfruttando i mezzi espressivi propri del codice; che il resto sia frutto delle mie esperienze e di un mio Comportamento, questo è tutto da discutere
e proprio in un momento in cui il linguaggio verbale è volutamente convenzionalizzato.


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II

Perdersi ovunque, ma perdersi.
Nei silenzi del giorno,
negli attimi spasmodicamente sereni della notte,
ma perdersi.
Annullare ogni certezza dell'io,
dileguarsi nel linguaggio muto delle cose,
e poi lasciare che tutto danzi vanamente in tondo.
Perdersi ovunque: questo il mistero.
Sentire sordamente il sangue straripare
gli argini arteriosi del così è se vi pare,
vederlo inondare i vani vuoti della nostra esistenza e poi tra i gerani all'ombra di silenziosi cortili,
tra i tralicci lignei già bruciati dal sole.
Sinapsi notturna,
meiosi di me stesso in una sola moltitudine,
evaporazione cutanea,
mimesi taciturna.
Non dire, Non fare, Non dire, Non pensare, non certo secondo logica.
Poi rivelazioni sonore e la disfatta dell'io.
Trionfa la notte in un coro di satiri,
nel culto dell'orgia, in un complesso di castrazione.
Forse la cabala come chiave di volta del labirinto quotidiano, labirinto
Saturo di folle noia.
Ed io con vesti e scialle nero , occhi rugosi e serrati.
Il vento come incertezza divina ci sfiora
tra grandi finestre dipinte sui muri.
Quel vento che svelò la forma, quella forma che condizionò la sostanza, quella sostanza che fu respiro, atto d'esistenza e perfetta coincidenza
tra natura ed arte.
Ecco l'attesa, l'inganno della materia,
ecco la lirica dell'errore e la certezza del dubbio,
ecco il sentimento di una continua assenza, di una piacevole mancanza del nulla. Forse un corpo che già fù, un'immagine scarna e consumata, un'allucinazione fiamminga.
In un inferno musicale cosa se non un lento fluire d'incertezze, cosa se non il sublime che nasce dall'errore, cosa se non quella luce che è "forma sostanziale dei corpi".

 

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III

E' un dovere il nostro, una necessità, quella di demistificare, d'apprendere, d'assorbire ed eiaculare.
Demistificare le mille città invisibili del nostro animo.
Dialettica, contrasto, separazione e solitudine,
illusione, sogno, evasione e ritorno,
mille, e forse più, gli atti del vecchio dramma di Madame La Follia.
Vivere, o forse no, vivere, o meglio scrivere; ma si! Vivere ridendo, sospesi in tal maniera: aquiloni monocromi senza filo né padrone.
E poi eccoci qui tutti in questa piazza che tanto grande non é, ad amare,
a denigrare, ad insultare ad essere poi così comicamente tragici.
Eccoli , guardali pure, lasciali ancora giocare i figli della noia,
i figli del denaro, i figli del divorzio, i consumatori
d'anfetamine e caramello.
Ma in qualche cortile, in una taverna forse, tra il tanfo di mosto
e l'umido che sale,
qualcuno ha già deciso di non essere ciò che è già stato, non tollerare e non reggere il gioco. Ubriaco, vaneggia Tiresia all'incrocio della settima; cieco, folle, furbo e disperatamente solo. Consequenziale sarà poi l'amore per il vino, per il fumo, per la poesia araba, per la danza dei sufi, in questa sua vita ai margini della vita.
Primo Attore e ultima comparsa, redentore e peccatore, solitario ed in mezzo ai tanti, sempre in lotta con i fantasmi del giorno,
ultimo collezionista di sogni.
Asceta del futuro, ingegnere dei pazzi, infinito amante,
artista del nulla e teatrante del quotidiano. Ritorna Tiresia, cautamente, vesti i panni di un umile bibliotecaio,
d'un onesto cittadino anarchico, d'un impiegato qualunque, ma non dimenticare lo scrigno, non dimenticare il sogno segreto dell'alchimista, torna Tiresia, cautamente, ma sia il tuo pensiero astuto e lucido, torna Tiresia al tuo caleidoscopio magico, scruta ancora di più la realtà, c'è ancora tempo, ricrea questa volta il reale a tua immagine e somiglianza. Distruggi ogni certezza borghese, ogni speranza di consumo e sciogli i legami di perfetta sovrapponibilità tra reale ed irreale, tra mistero
e marketing. Torna Tiresia alle alchimie visive, alle immagini altre, immagini come partiture musicali, sequenze di note inseparabili; incomincia a lacerare i contorni di questa nera icona, evidenziane il patetismo, la sua presenza esclusivamente funzionale, il suo essere per Messere Profitto.
Che siano dunque immagini dure, severe, che distruggano ogni facile incanto.
Immagini metropolitane, notturne, che siano emarginazione dell'animo, degrado esistenziale e denuncia del presente.
Immagini, sì quelle sì , di dame eleganti e misteriose, di vecchi girovaghi rugosi ed arsi dal sole, di uomini in giacca nera senza alcuna identità.
Che sia dissoluzione totale dello sguardo, esplosione lenta della cornea, che sia la mano tesa verso il diverso, che sia una crepa sul muro e che sia poi il niente, il vuoto,
l'orizzonte marino.
Il tutto, cioè Anarchia. Dissoluzione senza tempo: attimi di radicale solitudine, di fedele lucidità estraniante, di nausea egocentrica, di fervore isterico, di piena presenza. Muoversi sempre in apnea e poi autodenunciarsi per non morire, fare e disfare, innalzare cattedrali e poi distruggerle con follia, muoversi sempre nel precario e non cedere mai alle certezze, ridere, questo si, con grande ironia.
Un'immagine come costruzione di una realtà ipoteticamente alternativa; gioco di luci in frammenti vitrei, "Blason de couleurs", mosaici del terzo millennio, riflessi piacevolmente ingannevoli - "la sala risplende illuminata al centro. Risplende infatti ciò che viene egregiamente unito a quel che illumina, e ciò che una luce nuova inonda, brilla come nobile opera" (Suger de Saint Denis)-
Non uno quindi, ma infiniti fotogrammi che rovescino la stilizzante tendenza all'omologazione del reale, che squassino gli argini di una pia devozione cattolica, che aprano prospettive imprevedibili, non uno ma infiniti punti di fuga, non l'uno ma il molteplice, soggetti sempre mutevoli e cangianti.
La metamorfosi di un Arlecchino dentro una bolla di sapone, delirio surreale lungo i grafismi d'una mimesi Klimtiana.

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