gianluca ferro

Una doverosa premessa.
Da qualche tempo a questa parte l'incertezza di fronte agli avvenimenti presenti ha fornito a molti pensatori più o meno liberi la scusa per vendere la propria idea alla carta stampata e godere di qualche attimo di notorietà. Per molti di questi è stata una scusa per fare "filosofia" contemporanea scandagliando le paure, vere o presunte, della società, in taluni casi senza riuscire a superare "l'esame" della propositività, fatta eccezione per qualche rimpolpato slogan sulla possibilità di un mondo diverso. Per questo, dopo una breve telefonata, una mattina presto ci siamo messi in macchina per andare ad intervistare il professore Barcellona, una persona non schiava dell'ansia di visibilità e che conduce un lavoro su più fronti, scevra dal parolaismo fine a se stesso che caratterizza parecchia "intelligentsia" catanese e non solo.


-Professore, in alcuni dei suoi interventi lei parla di "apocalisse nella storia". Si riferisce con ciò a delle cesure che intervengono tra i fatti storici, all'impossibilità d'armonizzare le diverse istanze sociali o culturali. E' corretto fare rientrare l' undici settembre tra queste?
-Sono convinto che tutti i cambiamenti, sia quelli individuali sia quelli collettivi, sono un momento catastrofico. C'è una retorica del cambiamento, ma il vero cambiamento è quello di orizzonti, quindi l'idea di catastrofe, già abbastanza diffusa, non è una categoria astratta applicabile a piacimento ai processi storici e sociali. Sono quei momenti che hanno una radicalità, difficili da immaginare come un momento evolutivo. Non ho mai creduto in una direzione lineare che va verso un'idea precisa di progresso. Abbiamo alle spalle una grande corrente di filosofia della storia, hegeliana e derivata, che invece pensava ci fosse un percorso lineare. Ci sono delle epoche che davanti ai problemi della propria esistenza, della propria forma di vita producono, in modo molecolare, una risposta diversa alle domande "chi siamo? o "Perché questo accade"?
L'impostazione di Marx, che cioè i rapporti sociali entrano in contraddizione con lo sviluppo delle forze produttive e che quindi si spacchino non mi convince, come non mi convince il passaggio dal feudalesimo al capitalismo così come è stato descritto secondo molte teorie. Secondo me invece in ogni epoca si radica un "significato nucleare", che è una sorta di investimento affettivo che gli uomini di un'epoca fanno su un modello, una figura, la quale diventa il paradigma di riferimento collettivo e individuale. Per esempio, un uomo pre-moderno si rappresentava all'interno di comunità, di caste, in gran parte come rispecchiamento del rapporto tra la vita quotidiana e il sacro; era dominato dalla religiosità che anche l'arte stessa rappresentava natività, crocifissioni, etc.

-Lei parla di significato nucleare in cui gli uomini e le donne di un periodo credono. Pensa che sia una risposta che viene dagli uomini o indotta negli uomini?
-La risposta che danno gli uomini avviene tramite un processo che è in gran parte inconsapevole e che spesso gli uomini hanno paura di attribuire a se stessi e alle loro pratiche. Tendono a dare spiegazioni metasociali, metastoriche. La modernità è una rottura con questo modo di credere, gli uomini tematizzano la loro capacità di darsi leggi che prima venivano attribuite ad autorità extra-sociali: la divinità, la natura. Questa rottura avviene perché si esaurisce quello che io definisco "investimento affettivo", come l'amore per una donna o un uomo si spegne, si spegne la motivazione per cui quel significato è in grado di mobilitare gli uomini. La catastrofe è una perdita di sensi, quella che Martino chiamerebbe una "crisi della presenza". Quando c'è un disinvestimento (affettivo) si libera energia. Per esempio nel passaggio dal mondo pagano a quello cristiano, ben descritto nei libri di Peter Brown, si evidenzia come le motivazioni delle elite romane, adesive verso l'impero e verso la romanitas vissuta come valore positivo - attraverso la partecipazione ai giochi, alle attività pubbliche, politica compresa - si andarono poi esaurendo in una routine che determinò un ripiegamento della società in se stessa. Molti si allontanarono dalle città ritirandosi nelle campagne mentre la nuova fede conquistava le donne con maggiore facilità per il fatto che, come documentato, esse nutrivano un culto particolare per i defunti e spesso si riunivano vicino ai cimiteri per compiere riti di gruppo. Lì arrivava per primo il nuovo messaggio cristiano della passione, dell'amore, una rappresentazione "altra". Questo, dal punto di vista formale, culminò nella chiusura della scuola di Atene e nella fine dell'insegnamento pagano-classico, della paideia greca. Ne scaturì un nuovo modo di socializzare e di creare nuove auto-rappresentazioni. Se guardiamo retroattivamente ci accorgiamo che la nascita di quel mondo cristiano è stata preceduta da una discontinuità assoluta, da un investimento affettivo totalmente incompatibile con quello precedente. Se l'uomo non avesse questa capacità di investire su significati nuovi, di produrli, di crearli, si autodistruggerebbe.
Una bellissima poesia di Spoon River dice: "una vita senza senso può portare a follie". La ricerca del senso è l'unica coazione che l'uomo ha, ma ha paura di riconoscere che questo senso non gli viene da Dio o dalla Natura.
Sono rigorosamente convinto che ancora si debba pensare a una filosofia della prassi; bisogna riflettere su quello che gli uomini fanno, perché questo è realmente rappresentativo di quello che sono. Noi ancora non sappiamo bene quale sarà la trasformazione degli uomini di questo secolo dopo l'11 settembre, mi sembra però di percepire una cosa - di là della disinformazione che ci propinano - sicuramente l'immagine che è stata proiettata ha provocato una percezione del senso di fragilità del Pianeta: fa paura che tutto abbia una fine. Questa percezione è entrata in contraddizione con la rappresentazione del successo, della giovinezza senza tempo, di questa cancellazione della memoria. Quale sarà tra due, tre anni l'impatto di questo mutamento non lo sa nessuno. Potrebbe essere l'inizio di una nuova rappresentazione.

-Crede che ci siano già altri elementi che contribuiscono alla fine del modo comune recente di rappresentare l'esistenza?
-Attualmente, rispetto al Novecento, c'era già stato un cambiamento, non so se epocale, ma comunque rilevante. Gli uomini del '900 si sono sempre rappresentati dentro la storia, la storia era il luogo in cui gli uomini si incontravano e si incontravano come soggetti collettivi. Trenta anni fa' il soggetto storico era l'operaio, prima c'era stato il borghese e così via. La storia era concepita come evoluzione, tappe verso la salvezza. Questa storia si è esaurita non perché la storia sia finita come entità, ma perché è finito il modo di ciascuno di noi di percepirsi dentro questa storia. Il luogo in cui gli uomini si incontrano è ormai chiaramente il mercato che lo vogliamo o no. Io critico i cosiddetti movimenti no-global perché singolarmente non si rendono conto di essere anch'essi immersi nel mercato, non producono pratiche diverse perché il mercato stesso li attraversa.La globalizzazione è proprio questa auto-rappresentazione generalizzata attraverso il mercato.

-Allora potremmo definire il mercato come totalizzante e, conseguentemente, totalitario?
-Il mercato, come la storia nel '900, è totalizzante. Ogni significato nucleare - è tale perché da vita a una configurazione complessiva di mondo, lo informa in tutti i suoi strati, è fondamento di un'epoca. Ma il mercato ha una specificità: mentre tutte le altre significazioni si propongono anche come culture - prefiggendosi un rapporto con la comunità, con il territorio, la geografia e perfino col tempo. Il mercato, come la tecnica non si presenta come cultura ma come mezzo. Si potrebbe dire che sia ad esso del tutto indifferente il problema della cultura. Ma questa irrilevanza che il mercato da ai valori ed ai rapporti fa di esso, comunque, un veicolo di cultura. Il mercato veicola indifferenza, l'equivalenza funzionale di tutto, la rappresentazione del successo: bisogna indagare le forme di soggettività legate al mercato perché la vita è socializzata all'interno di questo spazio che sicuramente non è neutro. La pubblicità è emblematica di questa cultura.

-Crede che esista una forbice fra cultura umanistica e cultura materiale che si manifesterebbe, secondo alcune tesi, nel ritardo culturale della politica rispetto alla tecnologia?
-Io non credo alla distinzione tra cultura bassa e cultura alta, credo invece nell'esistenza di una cultura primaria che, come la politica primaria, è il modo in cui una comunità mette in atto le sue pratiche (una qualsiasi delle comunità in cui viviamo, il condominio, per esempio); esiste poi una cultura che io chiamo "secondaria" che altro non è che la riflessione sulla cultura primaria, cioè una riflessione sulla prassi. La pratica della riflessione serve generalmente a codificare le pratiche inconsapevoli, queste sono in gran parte gestite dall'inconscio che, a mio giudizio, funziona come una grande regia sul quotidiano. L'intellettuale nella modernità ha sempre di più assunto un ruolo di razionalizzatore e codificatore di norme che stabilizzassero gli eventi e la società; in poche parole, gli intellettuali sono un disastro perché, nel loro furore "normativizzante" si sono andati sempre più distaccando dalle pratiche. La razionalizzazione ha la principale caratteristica di giustificare introducendo nessi normativi di causalità in pratiche che sono del tutto di interazione. Il moderno si presenta come vero e proprio legislatore, avviene in tal modo la scissione di cui sopra. Questo ha provocato grandi danni creando la metafisica "degli esperti" che ha gettato sulle spalle del cosiddetto popolo l'incapacità di decidere secondo una contraddizione tipica della filosofia razionalista hegeliana e tedesca in generale le quali prima inventano la storia - stabilendo l'esistenza di una preistoria rispetto a una storia che ne costituisce l'evoluzione - e poi lo annichilisce tematizzando e razionalizzando gli eventi, dando vita cioè ad una metastoria. Nessuno si ricorda che i diritti umani sono anch'essi una manifestazione di un pensiero politico nato in Europa, un progetto politico poi esteso agli altri luoghi del mondo e che solo l'altro ieri le donne hanno avuto diritto di voto, che moltissimi di questi diritti umani sono stati cancellati durante le due guerre mondiali e non solo.
Non esistono i diritti umani, esistono delle configurazioni sociali che attribuiscono agli individui dei poteri e dei doveri. Ci sono questi mostruosi libri di Savater (lettera al figlio, lettera alla madre, al nonno) che tendono a contrapporre la civilizzazione come realizzata sulla base di una razionalità universale alle culture che sono sempre particolari; essa è una delle grandi operazioni politiche della modernità per distruggere le specificità storiche.

-C'è bisogno allora di riscrivere la storia?
-La storia non si deve riscrivere. Credo che la storia, come ho già detto, viva un periodo di sospensione. La configurazione attuale è quella del mondo visto come mercato, anche nelle configurazioni soggettive. E' necessario pertanto riflettere su ciò e abbandonare l'economicismo - il feticcio della sinistra - , l'idea che ci sono delle strutture economiche che determinano le forme della coscienza. L'economia è una delle possibili rappresentazioni del mondo, sbaglia chi si ostina a battere il chiodo marxista dell'economia: come non esiste un diritto naturale, non esiste un'economia naturale. Mi sorprendono quelli che per esempio si riuniscono a Porto Alegre e rispolverano la Tobin tax. Ammesso che sia possibile applicarla - cosa che mi lascia molto perplesso - avviene che quel poco di ricchezza rosicchiata dalla transazione di capitali internazionali, verrebbe distribuita ai paesi poveri senza che a ciascuno dei popoli con cui entriamo in contatto sia lasciata la minima possibilità di autodeterminarsi.

-Constatata l'attualità, questo secondo proposito non le sembra più utopistico della Tobin Tax?
-No, se noi non imponiamo i nostri modelli.

-Questi modelli non le sembra che siano già stati imposti?
-Siamo sei miliardi e mezzo, e a questa autorappresentazione del mercato come luogo di incontro partecipano all'incirca solo un miliardo e mezzo di individui, forse due.

-Non è vero quindi che gli altri quattro miliardi vengono comunque influenzati dagli affari del rimanente?
-Ci sono ancora moltissime relazioni umane di natura non economica che in qualche misura si stanno riproponendo; un esempio può essere dato dalla situazione attuale dell'assistenza agli anziani e ai bambini, settori molto mercificati finora, che si stanno riscoprendo; molte madri preferiscono restare a casa coi figli anziché accompagnarli in questi asili dove vengono messi a guardare video-cassette; anche gli anziani sono meno soggetti al disprezzo. Con la crisi economica che è in atto, ritorna in campo l'affettività. Ho scritto un libro per una casa editrice siciliana, si intitola "Le passioni negate": secondo me l'uomo, non avendo un codice istintuale definito, ha dentro quel che definiamo psiche una massa di pulsioni che non hanno oggetto e lo spingono ad agire ma senza avere una precisa direzione - tanto è vero che l'uomo sarebbe privo della capacità di vivere senza l'aiuto di un altro essere umano, la madre, che lo aiuta ad entrare nel mondo. Questa massa di pulsioni che io chiamo energia psichica non è saturabile, non ci sono riusciti coi lager e coi gulag, è una forza, in un certo senso, destabilizzante; nessuno di noi è mai interamente presente a se stesso. Le passioni possono essere incatenate attraverso la neutralizzazione della morte che viene operata come testualità del mondo moderno; la morte è stata cancellata dalla visibilità eppure la morte, per certi versi, dà senso alla vita. La pubblicità nella sua rappresentazione estetica dei corpi maschili e femminili è un agente della rimozione di tutto quel che non è ritenuto gradevole, quindi di quel processo di singolarizzazione che la cultura del mercato opera, facendosi veicolo dell' indifferenza.
Quando l'energia psichica si libererà dall'investimento affettivo che ha riversato nella cultura del mercato, cercando una nuova direzione, potrebbe dare luogo a forme di inaudita violenza. Da Eros è impossibile separare Thanatos, forme che adesso non riusciamo più a rappresentare. La tragedia greca, per esempio, riusciva a dare una risposta al parricidio, mettendolo in scena. Ma le energie posso essere anche investite positivamente, l'uomo può innamorarsi, può ritornare la domanda di trascendente, il mondo si può ri-sacralizzare, non lo sappiamo cosa può avvenire.

-Quale è il ruolo che può avere la politica in questi processi?
La politica è la consapevolezza di questi processi, la consapevolezza della socializzazione, e non può essere soppressa; non capisco cosa voglia dire riformare al politica, la politica si cambia, non si riforma. Gli uomini dovrebbero farsi carico della loro vita, prendere consapevolezza di quel che accade. Tutti quelli che oggi parlano di sinistra, compreso Bertinotti, non sanno di quello che parlano. Rispetto a quello che succede vengono appoggiate delle istanze, come quelle del lavoro portato a 35 ore; secondo me il problema è che il lavoro ha perso il valore rappresentativo che aveva nel '900: l'uomo si auto-rappresentava come produttore, la grande borghesia industriale era convinta di essere a capo di un fondamentale processo produttivo. Adesso la gente nel lavoro non ci crede più, se ne fotte, lo fa per forza. Siamo sicuri che tutti vogliono lavorare? Gli uomini si sono disinnamorati dell'idea del lavoro, perché ora è precario, in nero o fittizio. Tutte queste cose messe insieme ci impongono di pensare che il lavoro non può essere più il criterio da identificare per una lotta di sinistra.
Mi sembra paradossale che una serie di questioni siano definite "di coscienza", come per esempio votare per l'aborto o la clonazione o per la guerra e' un fatto di coscienza mentre la politica è invece relegata a scelte di economia, di occupazione. E' tutto il contrario. L'economia, il lavoro saranno cambiati se quei famosi fatti di coscienza verranno messi al centro della discussione; il tema della genetica, della bioetica e della tecnologia applicata è un problema politico rilevantissimo, non un fatto di coscienza. La guerra dovrebbe essere uno dei grandi argomenti della politica ed invece non si capisce perché mentre i governi sono legittimati a farla le forze politiche lo considerano un fatto di coscienza. L'etica è una questione personale ma queste decisioni non sono un fatto di coscienza: il patrimonio genetico dell'umanità, per esempio, non è una proprietà a disposizione di qualcuno, di qualche scienziato, o di qualche casa farmaceutica. Il grandissimo errore della sinistra è quello di limitare la politica all'economia, di valutarla come un'interfaccia dell'economia, mentre ci sono tutti gli altri aspetti che sono decisivi dell'esistenza. Si pensa che per restituire libertà all'individuo la politica debba ritirarsi; se usiamo un canale televisivo o una saponetta piuttosto che un'altra, facciamo politica; la politica è l'insieme delle pratiche deliberative che danno significato alle cose.
Deve finire il politichese così come sono da smentire le tesi di Negri che auspicano una società civile contro la politica, è una mistificazione. Le forme della politica non sono date, sono gli uomini che essendo animali politici le scelgono per affrontare i problemi della loro esistenza. Ribadisco, sono gli uomini che devono farsi carico della vita e delle decisioni, singolarmente prima che sotto forme parlamentari, queste vengono solo in un secondo momento.

Sull'università, gli studenti e la modernità.

Voi che siete studenti di Lettere, sapete cosa diceva Schopenhauer dell'Università?
-No.
-Che l'Università è una macchina che serve a sfornare deficienti.E' un errore delegare all'Università la cosiddetta cultura, l'università offre un sapere morto, un sapere che ha esaurito le sue motivazioni, si è sclerotizzato, e viene trasmesso come si possono trasmettere i pacchi postali. Anche questa divaricazione tra didattica e ricerca è una stupidaggine perché io se insegno qualcosa è perché sto cercando qualcosa; se io riduco il rapporto coi miei studenti ad una somministrazione di pillole di nozioni basta una videocassetta. L'università è in gravissima crisi: piena di stereotipi e di conformismi, è un luogo di formazione negativo: tema dell'università dovrebbe essere la diagnosi del mondo in cui si vive, dell'attualità, perché scavando in essa ritrovo i riferimenti al passato.
Che cos'è questa storia dei crediti al posto del voto? Della lezione di 45 minuti anziché di un'ora? La cosa grave mi sembra che nessuno ponga il problema delle strutture. Io faccio lezione in un cinema da anni (a Catania) e lo trovo molto controproducente, non solo perché gli studenti non hanno un luogo fisico in cui incontrarsi ma anche perché la comunicazione appare distorta.
Non si può sottovalutare l'ambiente in cui si vive, esso influenza il nostro modo di essere, a Giurisprudenza si spendono un mare di soldi di affitti, è un problema che coinvolge l'intera amministrazione di Catania e che sarebbe da denuncia penale. I proprietari dei cinema - che è poi sempre uno solo - guadagnano una barca di soldi. Gli studenti dovrebbero fare del problema degli spazi una questione cittadina, questo potrebbe coinvolgere l'apparato produttivo, potrebbero costringere il consiglio comunale a fare una politica più attenta al sociale; gli studenti dovrebbero entrare attivamente nella vita pubblica, oltre che studiare sul serio per proporre cose concrete. Queste specializzazioni (vedi SISSIS) sono una burla, nessuno dei corsi fa capo ad un progetto culturale. Davanti a cose del genere considero grave la responsabilità della generazione anziana, ma i giovani devono imparare ad autogestire i loro progetti, a me sembrano apatici. Bisognerebbe dire con onestà agli studenti che la laurea non serve a niente, è una truffa, il sistema didattico dovrebbe essere organizzato in maniera diversa, per esempio, dovrebbero esserci molti più insegnanti a tenere i corsi giornalieri e i professori anziani a gestire i seminari e gli approfondimenti. Gli studenti avrebbero così un rapporto più personalizzato col docente, usare tutti i pochi docenti allo stesso modo è sbagliato. L'attuale didattica non serve a niente, a che serve la didattica dei grandi numeri? Serve solo a creare un sacco di tasse che vengono alimentate dagli studenti fuori corso. E' un problema di contenuti. Anche le università private fanno schifo, nonostante siano date in mano al fior fiore degli imprenditori, la Luiss fa più schifo dell'università pubblica.
Viviamo in un'epoca che vuol fare la quinta e la sesta modernizzazione, il Mezzogiorno si deve modernizzare, modernizzare è sempre e ovunque la parola d'ordine. Ma cos'è moderno,? chi è moderno?

-La tesi prevalente tra i sociologi americani è che l'uomo moderno sia caratterizzato da una pressoché totale adattabilità a qualunque stile di vita; può cambiare cinque sei lavori in un anno e simili, che ne dice?
-I sociologi sono i meno adatti a tematizzare queste cose. Gli americani si può dire che siano all'anno zero della storia, noi qui in Sicilia basta che scaviamo e troviamo un oggetto che ha una storia e una cultura che è confluita nelle nostre tradizioni. Per poter capire la modernità bisogna avere un rapporto con la non-modernità, loro che non hanno un passato a cui riferirsi credono che modernità sia continua rivoluzione, mutamento continuo, già dalle loro città: quartieri un tempo italiani sono adesso cinesi, case nuove vengono abbattute per fare spazio ad altre.

La politica del piacere

-Nei suoi libri c'è un profondo ottimismo. Da cosa nasce?
-Io penso di amare la vita. La vita è qualcosa di cui bisogna sapere approfittare. Il comunismo per me è un modo per stare insieme. Molti comunisti pensano che il fine ultimo da raggiungere sia la libertà, io non sono d'accordo. La libertà è un mezzo, non un fine della vita. Forse non si può definire in positivo la libertà, è vivere facendo l'esperienza della scoperta della creazione, cercando di capire meglio le potenze affettive che ci muovono e cercare di farle agire.
Il piacere è un fine a cui la libertà si offre come un mezzo, il narcisismo non è solo un affetto negativo ma è anche il motore di azioni e passioni positive, non si può voler bene agli altri senza voler bene a sé stessi. Il piacere è tutto quel che ha a che fare col desiderio di auto-realizzazione. Il piacere è un fine. Cos'è la depressione? è un disinvestimento verso l'esterno. La felicità è mettersi nelle condizioni di provare piacere, l'eros è un fine perché ti mette in rapporto con te e col mondo.

-Quale potrebbe essere una definizione possibile di libertà, cosa può dare?
-Libertà vuol dire riuscire a realizzare la minor pressione possibile sulla capacità soggettiva degli uomini servendosi delle istituzioni collettive. Concretamente la libertà è una maniera di restituire la palla, non è una norma giuridica, è consentire ad un quartiere la libertà di organizzare la propria scuola od il proprio spazio verde come meglio gli aggrada, vuol dire consentire ai cittadini di predisporsi i propri momenti di piacere. Il vero obiettivo dell'uomo non è la libertà. Certo, se ci fossero i tedeschi a minacciarci io imbraccerei il fucile. I veri obiettivi sono il piacere, l'amore, l'eros. La vera rivoluzione non è l'altruismo bensì la disponibilità a lasciarsi prendere in una relazionalità. Mentre adesso c'è la tendenza a svalutare i rapporti affettivi, (e non mi riferisco al matrimonio come istituzione), a neutralizzare le passioni e a rendere i nostri incontri umani occasionali. La "sveltina" è emblematica di questo modo di fare ed è tristissimo che piaccia agli uomini ed ancor più, sembra, alle donne. I valori non sono quelli che si studiano sui libri o si predicano nelle chiese, faccio un esempio: quando una madre si fa ammazzare per il figlio non lo fa per un valore, lo fa per un affetto, siamo noi che gli attribuiamo un valore, il valore è quindi un prodotto sociale. Il problema non è che questa società ha bisogno di libertà, forse, ne ha troppa, ma piuttosto che non riuscire a limitarsi, non riuscire a produrre vincoli, bisognerebbe costruire esperienze condivise. Mi addolora vedere, quando esco la sera, migliaia di giovani in silenzio, non credo che tornino contenti a casa.

Le rivoluzioni dell'eros
intervista a Pietro Barcellona

di Gianluca Ferro e
Renato Di Paola

online da maggio 2002, pubblicata ne l'Erroneo cARTacEo numero 1, marzo/aprile 2002
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