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Esiste
ancora dopo 2500 anni qualcosa che sia assimilabile alla tragedia, un
destino a cui dobbiamo sottostare. Salvatore Natoli, possiamo ancora parlare
ancora di tragedia oggi?
Per
molti versi si, per altri no. Vediamo gli aspetti relativi al no: che
cosa caratterizza il nostro mondo? Un a-cosmismo, gli antichi avevano
un cosmo, c'era la continuità eterna di Zoé, la physis,
dove era altrettanto naturale la morte che la nascita, la morte era un
riconsegnarsi alla terra. La Physis immortale raccoglie i morti
come semente e così rinasce senza fine; la natura fondamentalmente
era uno schema di regolarità che contenevano tante distorsioni,
irregolarità, ma in essa c'era cmq un ritmo, conformarsi a questo
ritmo era la prescrizione dei filosofi, "vivere secondo natura",
la morte insensata per il soggetto era quanto di più logico nell'ottica
della continuità della Physis.
Nell'esperienza della tarda modernità, della modernità probabilmente
finita irrompe l'infinito, la perdita di senso, appunto. La morte, la
fine, vengono a corrispondere con l'insensatezza: che si vive a fare?
Direi che la passione di infinito è l'elemento che fondamentalmente
rende non del tutto possibile il tragico.
Le persone chiamano tragedie ciò che loro accade, la morte improvvisa,
l'irruzione dell'imprevisto. Nel mondo antico la tragedia ha questo sfondo
della regolarità della Phisis, ecco, la vita è misteriosa
ma dentro una natura che eternamente sta.
Oggi, non possiamo parlare più di destino. Ma questi dilemmi insoluti
- il caso della morte assistita, della procreazione assistita - là
dove le posizioni opposte possono sembrare entrambe illegittime oppure
legittime, entrambi sbagliate o giuste, questo non è sufficiente
a riprodurre le condizioni del tragico? Il conflitto ineliminabile della
tragedia?
Questo si, questo è il lato per cui noi siamo nel tragico, siamo
chiamati come nella tragedia costantemente alle decisioni e siamo sempre
sotto rischio, la tentazione della hybris; cambiano le condizioni: nel
mondo antico, il rischio veniva dalla natura, l'improbabile veniva dalla
natura e questo lo si chiamava destino, la potenza più forte che
scomponeva i piani dell'uomo. Qui la situazione è cambiata, qui
è l'uomo che immette rischio nella natura, qui sta la differenza
di fondo: la rischiosità dentro una regolarità, è
oggi la rischiosità all'aperto. C'è lo sfondo tragico, ma
oggi l'uomo si trova più solo di fronte alla sua decisione, ciò
rappresenta una radicalizzazione della tragedia. L'uomo è più
solo, e siccome è lui ad immettere rischio nella natura, a maggior
ragione deve trovare dentro di sé la sua misura, sicché
il motivo tragico della assunzione del limite oggi si configura molto
determinatamente sotto la voce della responsabilità, oggi si parla
di responsabilità nei confronti della natura. Mentre prima l'uomo
era custodito dalla natura, oggi ne è custode; se volessimo dunque
trovare una formula l'uomo è dunque in una situazione ipertragica.
L'altro
grande termine di paragone della tragedia: il cristianesimo; la commistione
di due mondi nelle nostre origini; due matrici, due modalità diverse,
due risposte a domande analoghe. Una delle figure che più ha preso
a cuore la questione della analogia fra mondo greco e mondo cristiano
e Simon Weil.
In
varie tragedie greche si vede una maledizione nata dal peccato trasmettersi
di generazione in generazione finché la maledizione non tocca un
essere perfettamente puro che ne subisca tutta l'amarezza, allora la maledizione
si arresta. Si è assai mal compreso quel che si dice il Fato nella
tragedia greca, non c'è fato, bensì la concezione della
maledizione che, prodotta da una colpa, è trasmessa dall'uno all'altro
uomo e non può essere distrutta che dalla sofferenza di una vittima
pura obbediente a Dio. Zeus non designa una divinità particolare
più che non designi la parola Dio, è del resto la stessa
radice, non si sa, d'altra parte il suo nome, ciò che secondo le
idee degli antichi - secondo il quale nominare era dominare- , implica
che non si può raggiungerlo contrariamente ai falsi dei, si può
solo raggiungere il pensiero verso di lui, e questo basta ad ottenere
la perfezione. I greci furono perseguitati dal pensiero che l'amore non
è amato, Prometeo soffre perché ha troppo amato gli uomini,
soffre al posto degli uomini, la collera di Zeus contro la specie umana
si è interamente trasferita su di lui e tuttavia era ed è
destinato a ritornare l'amico di Zeus: proprio Prometeo è la saggezza
di Zeus. Quando si vede nell'Agamennone che basta volgere il pensiero
verso Zeus per ottenere la pienezza della saggezza; che Zeus ha aperto
ai mortali la via della saggezza e si avvicina a questa parola a quelle
in cui dice come Egli è stato l'educatore degli uomini si deve
pensare che Zeus è Prometeo sono un solo e medesimo Dio, e si deve
interpretare la frase "egli ha posto come legge suprema attraverso
la sofferenza la conoscenza" in relazione al supplizio di Prometeo,
allo stesso modo il cristiano sa che deve passare attraverso la croce
per unirsi alla saggezza divina.
(Simon Weil, la Grecia e le intuizioni precristiane).
Differenze ed analogie fra diversi momenti del pensiero tragico e
di quello cristiano.
Direi che le letture della Weil sono finissime, un ermeneutica acuta;
ma possibile solo perché c'è stato il cristianesimo.
Se ci mettiamo dal punto di vista dei greci allora si vede che (
)
la dimensione del tragico prevede sempre che l'uomo si trovi in mezzo
ad una contraddizione, una via chiusa, una aporia dal quale deve uscire
attraverso una decisione, prendere una posizione, deve muoversi, e poi
c'è quel punto di vista superiore della Pietas. La caratteristica
della tradizione ebreo-cristiana non è la contraddizione ma il
paradosso cioè a dire quella situazione in cui l'uomo si trova
all'angolo, l'angolo è chiuso non c'è più via di
uscita e allora c'è un ribaltamento non prodotto da lui, ma da
Dio ed è il sacrificio di Abramo. Questo io lo chiamo paradosso
o, come dice la teologia classica, i possibilia dei, ciò
che è possibile solo a dio: la pietra rigettata diventa la pietra
angolare (della verità); paradoxa, qualcosa al di là
dell'opinione comune: la sterile che diventa madre, tutta la Bibbia è
giocata sulla dinamica dello piazzamento, è il dio del deserto;
il dio inafferrabile, può essere in un punto o in un altro, la
dimensione deangolante. Questa i greci non ce l'avevano.
Contraddizione e paradosso (
) quando lei parla di una colpa originaria
diceva che risalendo, a proposito dell'Orestea; indietro non c'è
un primo peccato, ma che c'è sempre un peccato che arriva prima
dei fatti. Qui c'è una differenza ed un'analogia.
Si,
c'è una differenza ed un'analogia, intanto della enucleazione stessa
del concetto di peccato. Dice Paul Ricoeur in Finitudine e colpa
di: è la finitezza che ci rende colpevoli oppure, al contrario,
è la colpa che ci perde? Dal punto di vista greco pur non essendoci
un punto di inizio puro, però evidente che è dal "dolore
della natura" che l'uomo è condotto ad errare e quindi direi
che è la ferocia dell'esistenza che genera la colpa.
L'intenzione maligna viene dopo, poi, una volta che è apparsa nel
mondo ed ha il suo corso; è dalla crudeltà della natura
che l'uomo apprende ad essere cattivo, e, in ogni caso, dalla Natura l'uomo
apprende a sbagliare; ecco che l'origine della colpa è quindi nella
finitezza.
Nella dimensione biblica il discorso cambia: quando si parla di peccato
originale, dal pdv dell'esegesi ci troveremmo in una figura analoga a
quella della tragedia; ma quando appare la Legge allora lì si capisce
in un modo molto più chiaro che cosa è la colpa: la colpa
è AFFRONTO DELLA LEGGE, deviazione rispetto ad un comando: l'indicazione
c'è, la via c'è; ecco l'indicazione della WAKà, della
ortodossia nella condotta; essa fornisce la misura rispetto al quale l'uomo
può essere reso colpevole; è detto in Paolo ove dice che
l'uomo è reso colpevole dalla legge perché non ce la fa
a rispettarla, però in ogni caso, c'è una definizione possibile
di colpa; ecco direi che i greci lavoravano più sulle conseguenze
che su l'inizio..
Nella tragedia greca l'uomo è su un confine, ma non sa bene dov'è,
è su un transitare, non conosce bene la sua posizione, la conosce
e non la conosce. L'indicazione che il dio da all'uomo è "Conosci
te stesso", questa è una componente per la quale nella tragedia
l'uomo ci mette del suo, Edipo nell'interpretare il volere del dio (la
Sibilla) ci mette molto del suo. Nella dimensione biblica la dimensione
normativa è molto più chiara, più determinata e questo
permette molto più facilmente di identificare la propria colpevolezza:
quando c'è legge, c'è colpa.
I greci la legge se la sono pensata, la legge dell' aereopago, gli uomini
se la sono data per bloccare l'ambiguità di cui sopra, agli ebrei
la legge è invece "data"; ed è data come offerta
di salvezza, non a caso parlano di "DONO della Torah", e questo
dono permette all'uomo, paradossalmente, di identificare la propria colpa.
Alla fine si tende ad avvicinare il male come colpa ed il male come sofferenza
come effetto della fragilità naturale dell'uomo.
E' fondamentale distinguere tra fragilità naturale e fragilità
creaturale dell' uomo in quanto ente "creato". L'uomo creato
vuol dire che l'uomo non consiste in sé; se non ci fosse dio cadrebbe
nel nulla; questo ci fa inoltre ben comprendere la caratteristica decisiva
della modernità (vedi alla fine)
Il peccato che si ripete finché non si trova una vittima sacrificale
che prende su di sé le colpe; faceva riferimento a Prometeo, ma
lo si può facilmente estendere a Cristo. La vittima sacrificale,
Il capro espiatorio
La dimensione della purezza non coincide con quella del capro espiatorio.
Nei greci esiste il momento della pietà in cui il male non torna
più indietro perché qualcuno se lo accolla, è la
Pietà, per il quale il male non torna indietro, il discorso di
Neottolemo nel Filottete di Sofocle o la pietà di Lucrezio, più
di purezza parlerei di non rimbalzo; sotto questo pdv il gesto di pietà
è davvero preparatorio del cristianesimo, il cristianesimo radicalizza
questo aspetto presente nei greci: non rendere male col male affinché
il male non si propaghi.
Zeus è un Dio giusto ed un dio inconoscibile, anche questi sono
gli attributi del dio giudaico-cristiano (
)
Il
divino ha il compito di garantire la salvezza. Zeus Sotér, un dio
che non salva che dio è? Tanti sono i motivi per i quali si è
generata l'idea di dio, ma una è certamente quella del bisogno
della salvezza, della protezione; che rassicura e protegge l'uomo messo
al riparo dalla contingenza del mondo, allora ci deve essere un ente che
si sottrae all'improbabile, dio è anche l'ente necessario, e cosa
più necessaria della giustizia che è misura.
Sull'elemento della salvezza abbiamo invece le divergenze più forti
tra pensiero tragico e pensiero cristiano (
).
Il
cristianesimo non può dirsi dimensione tragica perché vi
è la resurrezione; la tragedia è interna alla fede: Dio
deve salvarmi per essere Dio ma nello stesso tempo non mi salva affatto,
in questa tensione molti vedono la tragedia del cristianesimo.
In recenti teologie si è riscoperto il lato tragico, l'antinomia
di Gesù che doveva tornare e non è più tornato, questa
delusione: sembrerebbe che colui che salva, non salva; è una contraddizione
tragica; ma non ritengo sia questo il nucleo essenziale della fede; perché
rimane sempre la possibilità dell'invocazione. Non è rilevante
che la salvezza non torni, ma che la si attenda, una salvezza per di più
radicale che libera dal dolore e dalla morte. I greci non avrebbero mai
potuto intendere un mondo senza dolore e senza morte; il cristianesimo
fa irrompere questa possibilità; nel momento in cui non si attende
più finirebbe il cristianesimo; è per molti il senso della
post-modernità (finale di Partita di Beckett). La chiesa modernizzandosi
si accorda col mondo, toglie al cristianesimo la dimensione di eversione
totale della logica.
Ritorniamo
alla tragedia del dolore puro, Filottete di Sofocle; la ferita nel corpo
e la ferita degli amici, Neottolemo, che non intende il dolore dell'amico.
(il coro del Filottete)
(
) Il dolore di Filottete può ricordare quello di Giobbe.
In cosa è simile e in cosa si differenzia
Vi
si avvicina per la gratuità della sofferenza di Filottete che è
giusto coi giusti, è la sofferenza di un uomo giusto, ma
il greco non chiede conto a Dio della sua sofferenza; e soprattutto gli
altri che gli stanno attorno non vanno a spiegargli che lui se lo merita
(Giobbe) ma ci sono uomini che approfittano del suo male per gettarlo
in un isola, solitario e perduto; cioè per scaricarselo. Non c'è
dunque solo il male fisico ma l'isolamento che il male fisico produce,
la crudeltà degli uomini (oltre che di Dio ); ora, gli amici che
vanno da Giobbe, sono involontariamente crudeli, nel senso che gli vogliono
spiegare che se lo merita ma hanno anche l'intenzione di consolarlo; in
Filottete invece ci sono degli uomini depravati che fanno degli interessi,
che speculano sul suo male, fanno ill loro interesse; il paesaggio è
completamente diverso, non c'è un'apertura verticale e, soprattutto,
nella relazione orizzontale si introduce una differenza fondamentalissima
tra la naturalità del male e il male inflitto: del male naturale
non possiamo domandarci causa alcuna, ne rivolgerci ad alcuno, il male
inflitto è invece quello che gli uomini possono evitare.
Rinaldo
Ottone, "Il tragico come domanda" (Glossa, pontificio
seminario lombardo in Roma); Ottone tiene vicine le due dimensioni del
cristianesimo e della tragedia perché rinviene in entrambi l'elemento
della domanda come essenziale e comprimaria; e poi dice che anche il Cristo
conosce la dimensione del tragico, perché conosce la morte fino
in fondo, la morte senza attesa, così come per Prometeo si può
parlare di una dimensione di libertà.
Fatte salve le diverse somiglianze che abbiamo messo in chiaro; la morte
di Gesù è portata sempre come esempio di tragico; c'è
tutta una teologia sul grido di Gesù sulla Croce: "Dio mio,
perché mi hai abbandonato"? Ma mi soffermo soprattutto su
"Dio mio", questo nel mondo greco lo troviamo molto meno.
Ma
anche i greci immaginano un oltre (
)
I
greci non sperano in Dio. La speranza in greco è elpìs,
radice indo-europea -elp- da cui anche voluptas (voglia); la speranza
per i greci è una manifestazione intensa della voglia di vivere;
la speranza come amore per la vita, come voluptas che è più
forte del dolore, questo è diverso dalla speranza come abbandono
e fiducia in un altro (Dio) dei cristiani; allora secondo me la caratteristica
di greci è la fedeltà alla terra, questo sì alla
vita e questo incontro con gli altri come elemento fondamentale di sostegno
e di rinascita; la speranza degli altri. I greci non hanno la speranza
in un Altro, ma negli altri, noi stessi, noi con noi, noi per noi; se
Gesù è colui che si offre per noi; in questo senso, è
davvero umano, possiamo prendere l'incarnazione SUL SERIO in una versione
non teologica, né di fede.
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