Zoologia umanizzata



di
Sergio Nicotra


Se rifletto nel rapporto tra la parola animale e l'essere in sè, mi accorgo delle ingenue illusioni umane. Designare con il termine animale quell'essere che ha funzioni simili alle nostre significa accaparrare diritti su di esso: il mio cane, il mio gatto; del resto all'uomo bastano bocca, genitali ed ano per rapportare tutto a se stesso.
foto di antonino muscoIl problema affonda le sue radici nelle diatribe tra nominalisti e realisti, le quali non bastarono per stabilire concreti rapporti tra parole (umane) e cose, con esse designate. Rimane intatto il cerchio all'interno del quale parola e cose si inseguono reciprocamente senza mai toccarsi. E' vero che esiste l'animale o è un semplice suono emesso dalla nostra gola?
In ogni caso, quando parliamo di "animale" stiamo già umanizzando, cioè classificando, ordinando e concettualizzando qualcosa o qualcuno di cui non conosciamo nè origine nè fine, ma di cui invece presupponiamo la subordinazione; infatti l'uomo crede di essere il primo tra gli animali.
Cosa significa rispettare gli animali? Compatirli, nutrirli, non ucciderli? Niente di questo mi sembra rispetto, ma solo umanizzazione, la quale in tali atti è utile.
Il vero rispetto nei confronti dell'animale io lo concepisco come il riconoscimento dell'effettiva diversità ontologica di quell'essere di cui non posso avere nessuna conoscenza, quell'esser altro anch'esso appartenente al sottile ed invisibile ordine cosmico.
Insomma, da essere corticale non mi fermo alle apparenze ma cerco di sondarle e di carpirne legami e relazioni oltre le semplici rappresentazioni standardizzate. Mi infuria il pensare che l'uomo creda di essere veramente il primo tra gli animali, o ancora di più che si vanti di tale primato. Ma poi penso: in relazione a cosa l'uomo è primo? Alla capacità di adattamento all'ambiente? Alla scienza? E chi l'ha detto che questi siano valori assoluti?

 

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