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Se rifletto nel
rapporto tra la parola animale e l'essere in sè,
mi accorgo delle ingenue illusioni umane. Designare con il termine animale
quell'essere che ha funzioni simili alle nostre significa accaparrare
diritti su di esso: il mio cane, il mio gatto; del resto all'uomo bastano
bocca, genitali ed ano per rapportare tutto a se stesso.
Il
problema affonda le sue radici nelle diatribe tra nominalisti e realisti,
le quali non bastarono per stabilire concreti rapporti tra parole (umane)
e cose, con esse designate. Rimane intatto il cerchio all'interno del
quale parola e cose si inseguono reciprocamente senza mai toccarsi. E'
vero che esiste l'animale o è un semplice suono emesso dalla nostra
gola?
In ogni caso, quando parliamo di "animale" stiamo già
umanizzando, cioè classificando, ordinando e concettualizzando
qualcosa o qualcuno di cui non conosciamo nè origine nè
fine, ma di cui invece presupponiamo la subordinazione; infatti l'uomo
crede di essere il primo tra gli animali.
Cosa significa
rispettare gli animali? Compatirli, nutrirli, non ucciderli? Niente di
questo mi sembra rispetto, ma solo umanizzazione, la quale in tali atti
è utile.
Il vero rispetto nei confronti dell'animale io lo concepisco come il riconoscimento
dell'effettiva diversità ontologica di quell'essere di cui non
posso avere nessuna conoscenza, quell'esser altro anch'esso appartenente
al sottile ed invisibile ordine cosmico.
Insomma, da essere corticale non mi fermo alle apparenze ma cerco di sondarle
e di carpirne legami e relazioni oltre le semplici rappresentazioni standardizzate.
Mi infuria il pensare che l'uomo creda di essere veramente il primo tra
gli animali, o ancora di più che si vanti di tale primato. Ma poi
penso: in relazione a cosa l'uomo è primo? Alla capacità
di adattamento all'ambiente? Alla scienza? E chi l'ha detto che questi
siano valori assoluti?
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