Storia del fumetto americano
prima parte (1896 - 1937)



di
Salvatore Privitera

Dovendo tentare di scrivere una breve e certamente incompleta storia del fumetto, mi sono concentrato su quello statunitense per due ragioni: perché è quello che conosco meglio e soprattutto perché è stato il primo. Sebbene infatti alcuni autori europei utilizzassero, prima del 16 febbraio 1896, questa forma d'espressione secondo quelli che sono oramai considerati i suoi canoni (suddivisione della pagina in vignette e uso delle nuvolette per rappresentare pensieri e discorsi dei personaggi), tali autori indirizzavano le loro storie ad un pubblico ristretto e perlopiù infantile, senza dargli quella diffusione e quella connotazione di mezzo di comunicazione di massa che fin dagli esordi caratterizzò la produzione statunitense, fu infatti tale produzione che indirizzò il fumetto verso un pubblico più vasto ed eterogeneo.
Alla fine dell'ottocento infatti, i maggiori quotidiani (facenti capo soprattutto agli editori rivali William Randolph Hearst e Joseph Pulitzer) erano soliti pubblicare fumetti e strisce satiriche, soprattutto per attirare gli immigrati, per i quali tali letture costituivano uno sforzo minore di quelle tradizionali, divenendo così veicolo di alfabetizzazione.
Fu proprio nell'inserto domenicale del “The New York World” di Pulitzer che, nel 1893 vide la luce quello che sarebbe poi diventato il primo fumetto della storia: Hogan's Alley di Richard Felton Outcalt, protagonista della serie un ragazzino calvo in una camicia da notte gialla:The Yellow Kid (fu scelto il giallo per testare le macchine di stampa con quel colore).
Outcalt fu il primo ad usare ripetutamente lo stesso personaggio e già dagli inizi era solito commentare le vignette con dei testi inseriti sotto forma di manifesti stradali, ma fu solo in quel fatidico 16 febbraio 1896 che utilizzò una nuvoletta per racchiudere i pensieri dei personaggi.
Già nei primi anni del 1900 i fumetti erano diventati una lettura abituale del pubblico statunitense, al punto che ormai tutti i quotidiani avevano una pagina loro dedicata.

Dal momento che agli inizi, la maggior parte degli autori proveniva dall'illustrazione satirica, l'unico genere esistente ai tempi era quello comico (da cui il termine “comics”), con storie e personaggi (come ad esempio Happy Hooligan di Frederic Burr Opper del 1900), caratterizzati da un umorismo volgare e grossolano che raramente si preoccupava della possibilità di urtare la suscettibilità di una delle molte minoranze etniche di un'america popolata dagli immigrati.
Col passare del tempo però le storie ed i disegni cominciarono a raffinarsi, anche grazie all'influenza di fattori esterni come ad esempio le ricerche di Sigmund Freud sul significato dei sogni, che fortemente influenzarono il Little NemoLittle Nemo di Winsor McCay (1904) che tra i fumetti di genere fantastico è tuttora considerato un capolavoro, al punto che neanche Matt Groening ha saputo negargli un omaggio in una puntata dei Simpson.
È inoltre notevole come, in un mondo lavorativo ancora prettamente maschile, le autrici di fumetti non mancano già dai primi tempi (come testimoniato da The Kewpies di Rose O'Neill del 1905) con storie che pur non divenendo famose a livello internazionale, furono molto apprezzate in patria. Sebbene fosse infatti ampiamente diffuso negli Stati Uniti, il fumetto nei primi anni non andò mai al di là dell'atlantico, e la sua distribuzione veniva affidata unicamente alle strisce quotidiane, ai supplementi domenicali e alle promozioni commerciali.
Fu solo negli anni venti che, tramite le agenzie di stampa, ebbe inizio la distribuzione del fumetto al di fuori del territorio statunitense. Con l'arrivo di tali agenzie ( o Syndicates) giungono però anche le prime restrizioni nei confronti di ciò che gli autori potevano scrivere o meno, tali restrizioni si concretizzarono nella forma di una serie di norme morali (o forse dovrei dire moraliste): le scene erotiche, violente o di eccessivo orrore erano assolutamente vietate, così come qualunque riferimento potesse risultare offensivo nei confronti di qualunque gruppo etnico, il bene doveva sempre prevalere sul male e soprattutto l'America doveva essere sempre rappresentata come la dimora dei liberi, il paese dove chiunque avrebbe potuto incontrare la sua grande opportunità; l'imposizione di tali norme sarebbe sfociata molti anni più tardi nella costituzione del Comics code, di cui avrò modo di parlare più avanti.
Verso la fine degli anni venti, nel 1929 per l'esattezza, avviene il primo tentativo di distribuzione autonoma da parte di George Delacorte che con il suo The Funnies pubblica per la prima volta una rivista non contenente ristampe di storie apparse su quotidiani, purtroppo l'iniziativa ebbe poco successo e la testata chiuse dopo una trentina di numeri, d'altronde proprio in quegli anni in America infuriava la grande depressione ed il mercato non era pronto ad accettare nuove proposte.
Come qualunque altro mezzo di comunicazione all'epoca, anche il fumetto fece dunque la sua parte per risollevare l'animo degli americani, spostando le loro menti dal tragico presente in cui vivevano ad un passato più felice o ad un futuro carico di opportunità.
TarzanÈ all'interno di tale ottica che s'inseriscono il Tarzan di Burn Hogarth e Buck Rogers in the 25th century (apparso per la prima volta in Italia col titolo "Elio Fiamma nel 2000") di Hal Foster e Dick Calkin, rispettivamente tratti dai romanzi di Edgar Rice Burroughs e di Philip Nowlan.
Un altro contributo che i fumetti dell'epoca diedero alla società fu nella lotta alla criminalità organizzata, il crimine infatti non paga, come dimostrano ampiamente, tra gli altri, Dick Tracy di Chester Gould e Secret Agent X-9 di Dashiell Hammett e Alex Raymond.
A proposito di criminali, un particolare risalto venne Buck Rogersdato al “pericolo giallo” rappresentato, in particolar modo, nei suoi stereotipi classici del cinico criminale e dell'anziano saggio rispettivamente dal Fu Manchu di Sax Rohmer e Leo O'Mealia (1931) e dal Ming Foo di Brandon Walsh e Nicholas Afonsky, oltre che da una masnada di criminali cinesi, mongoli, giapponesi o addirittura extraterrestri ma con fattezze orientali (si pensi all'imperatore Ming nel Flash Gordon di Alex Raymond, 1934) con cui all'epoca combattevano quasi tutti gli eroi, tutto ciò a testimoniare come in qualsiasi società in crisi, oggi come allora, il pericolo venga sempre individuato nell'elemento esterno,leggi immigrante, in quanto sottrattore di lavoro e possibile corruttore dei valori tradizionali della società.
Fu proprio in quegli anni travagliati che iniziò l'attività di quella che sarebbe diventata una delle case editrici più importanti del settore: la National Allied Pubblications, che più avanti cambierà nome per diventare la DC Comics; nel 1935 uscì infatti il primo numero di New Fun Comics, la prima testata, dopo molti anni, a pubblicare solamente materiale inedito, tra le altre storie in essa contenute, vi fu anche il primo lavoro di Jerry Siegel e Joe Shuster, i futuri ideatori di Superman.
Nel 1937, la N.A.P. pubblicò il primo numero uno di Detective Comics cambiando il proprio nome da N.A.P. a, appunto, DC Comics.
Diversamente da altre testate che erano solite pubblicare storie di vario genere, Detective Comics, come suggerito dal titolo, pubblicava solo storie di crimine ed investigazione ed avrebbe ospitato, anni dopo, la prima storia di Batman.
Con la comparsa di The Phantom di Lee Falk nel numero 11 di Ace Comics nel 1938, appare nel fumetto il primo eroe mascherato, ciò sancisce a tutti gli effetti la fine di un era e apre le porte (con la nascita di Superman nel primo numero di Action Comics) alla cosiddetta Golden Age, di cui parlerò nel prossimo articolo

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