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Dialogo muto dei certosini di Federico Garcia Lorca |
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Personaggi: Nel patio della certosa, i Certosini, in veste bianca, passeggiano. Vanno e vengono fra i rovi e le malve caroliniane. Sono cinque e sono uno. Il frate più vecchio sta scrutando una rosa appena sbocciata. Gli altri si avvicinano delicatamente. I CERTOSINO: ? (Il Frate Dispensiere attraversa la galleria con il mazzo delle chiavi avvolto nel cotone. Nella vetrata della sera volano gli uccelli mistici. La rosa giudicata trema nelle mani del più vecchio. L’ombra delle ali dell’Angelus ricopre la superficie cattolica. I frati si calano i cappucci e si avviano verso la chiesa). I CERTOSINO: (camminando lentamente). (In
un angolo del gran refettorio prismatico di brusii ed echi difficili,
un rivolo di formiche si arrampica lungo la parete fino alle melacotogne
mature del soffitto). Commento al testo Cinque certosini e un vecchio frate dispensiere. Un dialogo che non esiste. Un silenzio mistico si sostituisce alla parola. Incapacità di confrontarsi con un simbolo dell’eros (si spiegherebbero così le mani tremanti del dispensiere e i frati che abbassano i loro cappucci), o paura di aver colto lo spirituale nella rosa, trasposizione simbolica della più fervente passione? Le didascalie, come in un altro famoso dialogo “La passeggiata di Buster Keaton”, diventano portatrici di un alto valore significativo o, meglio, si trasformano in poesia. Ma il silenzio dei certosini non è anch’esso poesia? O quel silenzio che sembra sfiorare i toni della comicità, quale oscura relazione intrattiene con il tragico “silenzio” imposto dalla madre-tiranna nel finale di “La casa di Bernarda Alba” che è considerato il capolavoro di Garcia Lorca? Alessandro Baricco di fronte a tale spettacolo ermeneutico e surreale utilizzerebbe una sola parola che contiene mille emozioni: “Musica”. D’altra parte Raphael Alberti, considerato da molti il “fratello gemello” di Lorca, ricordava la gran passione dell’amico verso quelle cose per cui era principalmente versato: la poesia e la musica. Legato da profonda amicizia al regista Luis Bunuel (al quale dedica un dialogo), al musicista Manuel De Falla e al pittore Salvador Dalì, Federico troverà nell’espressione scenica la sua più alta realizzazione artistica, credendo nell’attività divulgatrice del teatro (esemplare l’esperienza de “La Barraca”, teatro itinerante per mezzo del quale Federico vuole raggiungere il popolo proponendo capolavori della drammaturgia classica spagnola da Cervantes a Lope de Vega, da Tirso de Molina a Calderòn de la Barca) e criticando l’organizzazione del teatro tradizionale. Un
teatro, si badi bene, che non contraddice la poesia “il teatro è la poesia
che si solleva dal libro e si fa umana”. E’ il sigillo dato da Garcia
Lorca ad una produzione artistica segnata da una profonda solarità (“Gaio
come il sole” diceva di lui Pablo Neruda) e un ossessionante ritorno del
tema della morte. |
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