Apocalisse
(pellegrino e straniero)



di
Davide Arcidiacono

 


"Non piangere più, ecco ha vinto il Germoglio di Davide…"
Dopo mesi di gelo la mia mano ha smesso di tremare. Indietro…
Il mattino di quei giorni mi sembrava troppo lungo per essere vissuto. Mi ero costruito un antico giardino dove rampicanti incombono freschi di verde vivo, distillando un miele delizioso, e fiori rossi e celesti fanno l'amore dall'alto dei rami. Vivevo su un monte altissimo che sovrastava la Città dell'Odio e la Metropoli delle Grida.
Compresi contro voglia che non esistono felicità durature, paradisi inviolabili.
La realtà ha leggi inappellabili, non risparmia mani tese e mani feroci.
La realtà è un bastione nazista così è arrivata l'ennesima finzione: ho creduto di sopportare, ho auspicato l'esplosione del vecchio mondo, volevo che si abbattesse su di me un pianto divino, ho desiderato che tutto perisse perché solo l'estinzione poteva rigenerare l'essere, ho voluto essere schiacciato dall'enorme peso, ho voluto piangere, urlare, e ancora sopravvivere nello stremo.
Volevo essere l'ultimo a perire per essere condannato al lutto dei propri fratelli.
Ma non esiste medicamento per noi esseri privi di peso, inconsistenti bambole di un pensiero ciclico ed ossessivo, prigionieri di un caleidoscopio dai ritmi innaturali.
Ho sfogliato per anni il libro mastro alla ricerca di una stregoneria che mi salvi dal dramma delle scelte: al mio risveglio vedrò un bambino, una mano bianca, un treno che corre verso est.

Oggi ripercorro il filo nella speranza di ricongiungere una mente spezzata.
Ritorno dalla terra degli spiriti ibernati ed erranti.
Sono vivo ma non ho ancora imparato.

Pubblicato online il 28/1/2002

 

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