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"Come
vanno le cose. E cosa le guida. Un niente. A volte può cominciare
con un niente, una frase perduta in questo vasto mondo, pieno di frasi
e di oggetti e di volti, in una grande città come questa, con le
sue piazze e la metropolitana, e la gente che cammina frettolosa uscendo
dagli impieghi, i tram, le automobili, e poi il fiume placido sul quale
scivolano al tramonto i battelli verso la foce, là dove la città
si allarga in un suburbio basso e bianco, sbilenco, con grandi pozze vuote
fra le case come occhiaie scure e una vegetazione rada, e i piccoli caffè
sporchi, ristorantini dove si può mangiare in piedi guardando le
luci della costa oppure seduti ai tavolini di ferro rosso, un po' rugginosi,
che fanno rumore sul marciapiede e camerieri con la faccia stanca ed una
casacca bianca con alcune macchie.
Ci sono vecchie cabine telefoniche ancora di legno, a volte dentro c'è
qualcuno, una vecchia con l'aria di un perduto benessere, un ferroviere,
un marinaio: con chi parlerà?
[...] Ti siedi alla spalletta del lungofiume, l'acqua è limacciosa
e inquieta, forse c'è l'alta marea e il fiume sfocia con difficoltà,
sai che è tardi, ma non nel senso dell'orologio, intorno a te l'ora
è vasta, solenne, grande come lo spazio: un'ora immobile che non
è segnata sul quadrante, e tuttavia leggera come un sospiro, rapida
come un colpo d'occhio".
I racconti di Antonio Tabucchi sono
spesso racconti di viaggi, percorsi "obliqui" di personaggi
al limite dell'esistenza, forse disperati e ironici, uomini o donne in
fuga, che scappano sperando di riacquistare la vita che hanno perso, la
vita che scorre e li ha lasciati in disparte. "Avanti e indietro,
che bel divertimento. Avanti e indietro, la vita è tutta qua"
come recita il ritornello di una antica canzone popolare. Qual'è
il senso dell'esistenza di questi personaggi situati negli interstizi
che attraversano il tessuto della vita, protagonisti eccentrici di avventure
insolite? Probabilmente nessuno. O perlomeno un significato riverbera
nella ricerca di un segnale, un messaggio (quasi un kafkiano messaggio
dell'imperatore) di un'apparizione che questi inseguono. Oppure attendono.
Si tratta della ricerca di un segno o dell'attesa che questo arrivi? Il
viaggio e l'attesa sono due condizioni apparentemente opposte, eppure
simili, forse coincidenti. Le cose scorrono in continuazione e vanno verso
il viaggiatore che le attende.
Non esiste sintonia tra il reale ed il narrato, ma è presente uno
scarto che crea inquietudine, incertezza e ci riporta questi personaggi
avvolti da una luce onirica, metafisica (come in certa pittura di Carrà
e De Chirico) che ricorda le atmosfere di Kafka, Tozzi, Buzzati e Pirandello
(e soprattutto Fernando Pessoa di cui Tabucchi è curatore dell'edizione
italiana). Le situazioni raccontate sono paradigmatiche, indecifrabili,
poiché indecifrabile è il senso dell'esistenza, precaria
e fragile; si rivelano allora profonde riflessioni intorno al caso e alla
scelta.
Come il bambino Volturno in "Piazza d'Italia" cresceva nell'immobilità
e nel silenzio, in un recinto costruito vicino al focolare, acquattato
nel buio della sua prigione, rifiutando il mondo, disegnando figure incomprensibili
sulla cenere con un bastoncino, Tabucchi ci racconta storie di malinconia,
testimonianze del vuoto dei giorni e dello stordimento che ne segue, ci
racconta del gioco degli equivoci, del doppio , del tempo che passa ,
del vento che si porta le nuvole di settembre.
"Di cosa si formano le nostre poesie? Dove?
Quale sogno avvelenato risponde loro?
Se il poeta è un risentito, e il resto, è nuvole?"
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