Battilcuore



di
Otello Urso
illustrazioni di
Claudio Parentela

 


Alle otto Passa Niko il Greco. Ce ne giriamo in macchina per un pò, rolliamo un paio di canne al mare e tornando in centro incrociamo il furgone rosso e bianco di Skizzo. A me mi viene il flash. Lo fermiamo e ci facciamo dare quattro pastiglie che dice che vengono da Ibiza. Gli diamo tutto quello che abbiamo, ci mancano 10 carte ma lui che è un amico ce le molla uguale.
Al momento di ripartire ci stringe la mano in quel modo strano dei rasta. Stare un attimo con i pollici intrecciati come solo quando dai la mano a uno veramente come te è un gesto che mi fa sentire ancora vivo.
Rimasti soli discutiamo per mezz'ora se calare subito oppure aspettare un sabato per prenderle a ballare. Decidiamo che l'estasi si fa in discoteca sennò è sprecata. Passano trenta secondi e ci guardiamo. Cazzo contemporaneamente! e lui mi fa:
"MMM?- e io, - mm mm." e caliamo.
L'ondata di calore non è mai come la prima volta. Mi rilasso come se tra un po' dovesse avvolgermi inaspettata e stupenda facendomi rivivere per un secondo tutta l'emozione mistica che avevo provato quel giorno a casa di Niko.
Quel giorno era la prima volta che calavo. Io mi sentivo come se fossi dentro alle storie del catechismo per la prima comunione. Quella cosa che ti dicono che provi quando te ne vai in paradiso. Stai con Dio per tutta l'eternità e vedi sta luce bianca e senti tutti dei canti in sottofondo. L'armonia universale!
Come quando il Greco mi è sembrato un personaggio spaventoso col suo odore pesante di gomma e nocciole e l'alito di cannella.
Ed io l'ho sentito diverso, diverso e straniero. E ho visto la sua faccia diventare sempre più grande con gli occhi nerissimi che sparavano una luce perfida di odio meccanico. Poi gli sono cominciati ad apparire un paio di baffetti intorno alla
bocca aperta e lentamente si sono trasformati nella tenda nera e oro che stava davanti al portone della casa di mio nonno il giorno che è morto. E dall'ombra squarciata dai pianti disperati e dagli strilli acutissimi delle figlie sue che si strappavano con le mani il feto del padre marito portato in grembo da tutta la vita, ha cominciato a venire fuori un carro funebre di denti bianchissimi con i buchi delle carie tutti neri da cadavere assassino.
Sembrava che da quella rete di paranoia fatta di ombra gommosa che mi stava intorno non sarei mai più potuto uscire. E poi quando stavo per urlare anch'io acutissimo da spaccare i vetri della finestra sul cortile, ho tirato forte un respiro e ho schiacciato l'aria fino a dentro la pancia.
Mentre trattenevo tutto quel fiato le cose hanno cominciato a cambiare. Ho visto un cumulo di costruzioni gialle rosse azzurre arancioni nere di legno che avevo da bambino riordinarsi da sole mentre l'aria mi cominciava ad uscire gorgogliante dalla gola.
E man mano che le costruzioni si mettevano a posto a formare colonne archi e templi antichi tutti colorati mistici e perfetti anche il mondo andava a posto.
E quando il respiro è finito il Greco era in armonia con l'universo e lo sentivo
vicino a me, anzi insieme a me un palmo più in alto di tutti quelli che non hanno provato l'estasi e non possono capire e non sanno cosa si perdono.
Ne siamo usciti profondamente fratelli.
Fratelli e complici.
Noi ci capiamo al volo con una telepatia che una volta un medico pazzo mi ha detto si chiama metalinguaggio e vuol dire che sai quello che l'altro ti vuole comunicare senza bisogno di parlare.

 

Per una mezz'ora scorriamo lenti lungo la strada del mare.
Nella mia testa quello che gli occhi dovrebbero vedere. Scogli bassi lidi anni sessanta scalcinati bunker della prima guerra mondiale col verde delle pinete a interrompere rapido l'azzurro increspato di bianco del mare, e dentro al naso odori di alghe secche leggermente marce la salsedine e il profumo degli eucaliptus che sa di piscio di gatto. Piano piano comincio a sentire un impercettibile cambiamento alla bocca dello stomaco.
Mi sbrago meglio sul sedile e mi preparo a riceverla. Lei fatica a venir su. Mi prende la paranoia che sia uno di quei viaggi dove ti sembra di non sentirla mai abbastanza e invece sei strafatto. Mi accendo una paglia e chiacchero di stronzate col Greco facendo finta di niente. Per radio trovo un pezzo techno. Dopo trenta secondi comincio a sentire come se qualcuna fosse su di me e mi si muovesse addosso strisciando tutto il suo corpo contro il mio.
Smetto di parlare e mi godo tutto questo piacere che ora mi sta entrando anche dentro nel petto nel cuore nello stomaco e in tutto il corpo diffondendo calma perfezione e amore. Respiro forte e l'energia o come cazzo si chiama invade veramente tutte le cellule del mio corpo stupito. Sto respirando come quando scopo, veloce profondo e col naso. La percezione del mio respiro mi riporta alla realtà, se si può chiamare realtà quella centrifuga di amore passione eccitazione e controllo totale del mondo che ti senti quando sei fatto di estasi.
Gli faccio al Greco: "Sentita?" Sono sicuro che gli sto cacciando negli occhi gli occhi più sinceri di amico vero e dilatati che ho, e lui: "Cazzo si. E' bellissimo. E poi -Birra?" "birra." E il coglione fa schizzare la macchina costringendo anche me a schizzare seduto e vigile per gestire la nuova situazione che non si sa mai con 'sto scemo.
Ce ne andiamo in giro cazzeggiando nei bar e chiaccherando con gli amici che incontriamo.

Alle due il Greco mi molla.
In casa rigiro un po' senza un vero obiettivo, poi mi calo l'altra.
Cazzeggio coi vecchi dischi ma sono troppo alto per questa roba e decido che ho bisogno di qualcosa di più stimolante. Così metto il bastoncino bianco piegato in
quattro nella tasca di dietro dei jeans a mo di pistola e me ne esco tutto solo. Ora, il fatto che non ci vedo non mi deve impedire di fare il cazzo che voglio. Così mi ritrovo a camminare nelle vie vuote con gli anfibi dottor Martens bordeaux dai lacci bianchi, jeans scoloriti giubotto Scot faccia coi denti ingrignati e cappello di pelle da pilota della seconda guerra avvolti dal gelo della notte.
Mi convinco subito che il freddo è solo un'illusione e come d'incanto dallo stomaco si espande lento un tepore che mi fa sentire perfettamente efficiente.
Riesco a vedere con una nettezza e limpidità mai provate gli odori e i rumori delle
piante ed è tutto davvero bello.
Improvvisamente mi ritrovo ai piedi della costruzione più alta di Brindisi.
Arrivo al monumento fascista ai morti della guerra. Una torre altissima con una piazza di giardini sotto e degli archi e tutto un casino di muraglioni fiaccole e cannoni in riva al mare.
In quel posto ci andavamo a fare le canne, finché non hanno cominciato una crociata gli ipocriti borghesi abitanti di questo quartiere bellissimo pieno di gente di merda. Gli sbirri in forze hanno cacciato via i cannaioli giocatori di frisbee e da quel momento il posto si è svuotato diventando ricettacolo di tossici e scoppiati di tutte le risme. Così l'hanno presa una volta tanto nel culo anche loro i bastardi, che adesso le loro villette calano di prezzo e le loro Toyota Volvo Orion Land Rover e le Golf delle mogli e le moto da 10 milioni dei figli quindicenni sono in pericolo.
Giro per i vialetti e tra le siepi. Inseguo ricordi di canne giovanili pomiciate adolescenziali insieme a compagne di scuola con le tette grosse e seghe fatte per la prima volta da mani che non erano le mie.
Mi siedo sulle scale e mi stendo a guardare il cielo. Con la poca luce che filtra
dentro a questa retina del cazzo posso almeno convincermi che qualche stella la sto proprio vedendo. E lì sale davvero tutto. Me ne accorgo perché mi viene su un'eccitazione pazzesca e comincio ad accarezzarmi lentamente la stoffa ruvida e
fredda dei jeans fino a tormentare con le unghie la trama stordita dei singoli fili di tela. Infilzo dentro a quei canyon i miei artigli che oramai sono mostri dei film del terrore.
Esseri grandi quanto grattacieli di carne gelida grigia e viscida ma con delle lame luccicanti di metallo sottilissime che stanno cercando gli ultimi uomini del pianeta
rifugiati nel deserto dell'Arizona. Con i loro laser scavano e bruciano quelle rocce rossastre dove i marines hanno imboscato il battaglione salvaguardia della specie... gente alta bionda e con tutti i sensi in perfetta efficienza selezionata per far risorgere una razza umana geneticamente pura. Frugano e tagliano fino in fondo e mi trovo dentro ai jeans a graffiare piano le cosce con le unghie che lacerano la carne tesa e fredda e fanno partire un brivido velocissimo.
La pelle bianca si gonfia quando passa quell'elettricità malata che sale gelida e contratta verso la pancia il cuore le braccia e sbattendo violenta contro la testa ritorna trasformata in un'ondata calda di piacere appiccicoso.
Resto un po' steso su quelle scale. Poi decido che è ora di muovermi. Barcollo verso il mare ma dopo una ventina di metri sento una macchina arrivare alle mie spalle.
A quell'ora in quel posto o sono rompi coglioni o sono sbirri rompi coglioni. Mi giro e li aspetto.
La macchina si ferma. Io vedo solo i fari, sento uno che scende. Se dice buona sera è uno sbirro se no è uno scoppiato.
"Buona sera." "Buona sera..."
E si ferma a più o meno tre metri da me.
Non so, ma sono sicuro di essere sotto tiro. Si apre l'altro sportello e scende uno
che mi arriva addosso e comincia a perquisirmi nervoso:
"Ti buchi vero!" Io sto fermo e aspetto.
Quello mi tocca dietro la schiena fà un salto di fianco e mi dice:
"Cos'hai in tasca!" He! He! t'ho fottuto.
Apro il giubbotto lento tipo film americano infilo la mano e tiro fuori il mio bastoncino. Sciolgo l'elastico e lui si apre con una molla come un'arma dei supereroi con un bel rumore ta ta ta ta che li lascia di merda.
Assumono quest'aria burbera e bonaria, e il capo: "Che fai in giro a quest'ora?-
-Io, io soffro d'insonnia. Ma voi chi siete... Carabinieri?-
-Polizia...Ti rendi conto che a quest'ora girano solo i pezzi di merda! E' pericoloso!"
E' giovane il capo pattuglia. Lo comincio a immaginare mentre si dissolve il vortice di nebbia nel quale sono precipitato dopo il colpo di genio del bastoncino. Quella mossa li ha totalmente spiazzati.
"Di giorno, se cammino col bastone bianco mi prendono in giro. Faccio l'università a Bologna...là è diverso. Là...Là mi trovo bene...Qua non mi piace come mi tratta la gente." Me lo vedo. Faccia da ragazzino barba appena fatta e un fondo di durezza d'acciaio.
Una determinazione accecata dall'obbedienza. Non si fida di nessuno lui.
Quel tipo anormale in un posto anormale ad un'ora anormale lo fa incazzare."Ma in fondo è un cieco. Che cazzo di male può fare un cieco. Certo questa gente che vuole fare le cose come gli altri è pericolosa perché uno non sa come comportarsi.
Restiamo per un momento così. Io con la mia faccia patetica e sperduta che devo fare svaporare 'sta nebbia, e lui ragazzino ammazzato dalle responsabilità che non ha neanche la via d'uscita di umiliarmi un po' per mostrare chi comanda.
Per fortuna questo è ancora un paese cattolico. Tutti si commuovono davanti a un handikappato.
Una consapevolezza calda scioglie via le ultime volute di nebbia. Ora mi molla.
Lui sta zitto, e poi: "Dammi i documenti e tira fuori il fumo."
Realizzo solo in quel momento che di fumo io ne ho dieci grammi nella tasca dei jeans.
"Non fumo io."
Sono sicuro che lui come Dio li vede benissimo i pensieri bugiardi che mi si stanno agitando nel sistema nervoso centrale scuotendolo con un tremito che non riesco a fermare.
"Ti conviene uscirlo, perché se lo trovo io è peggio..."
Quella piccola sfumatura di pena nei miei confronti è sparita. Ora è veramente duro.
E' disposto ad andare fino in fondo. Sono paralizzato dal terrore. Non dico niente.
Lui è là col mio documento in mano che emette un'energia cieca. Mi guarda.
"Allora dove abiti?"
"C'è scritto la."
"Lo voglio sapere da te."
"Via Francesco Baracca...quattro."
Va in macchina e lo sento che legge i miei dati per radio.
Piangerei. Mi butterei in ginocchio e gli chiederei di perdonarmi.
Sto come quando mia madre da piccolo mi faceva confessare qualche stronzata, e io dopo avere ceduto mi sentivo tanto libero dalla colpa che mi veniva da piangere e accettavo con gioia la punizione sadica e durissima che mi infliggeva.
Lui aspetta. Batte ritmico un grosso oggetto metallico sul tetto della macchina in moto. Nella mia testa agitata quel suono diventa subito una musica trance. L'altro sbirro fa due passi verso la banchina. Gli anfibi gemono sotto il suo peso. Comincia a pisciare nell'acqua. All'improvviso la radio si mette a gracchiare distorta e finisce con un bip bip sinistro.
Il barese torna rapido verso di noi. "Forza Capone! -Grida al collega- andiamo.
Va bene.Tu Te ne puoi andare...Vuoi che ti accompagniamo a casa?"
Si, voglio andare a casa con loro. Voglio andare a casa con loro e voglio confessare.
Voglio essere perdonato da quel Dio poliziotto padrone della forza. Quella che io non avrò mai. Quella che mi farà sempre cagare addosso appena minacciano di usarla.
"Grazie, ma è un fatto di dignità. Ce la faccio da solo." "Attento a non cadere in mare."
Mi raglia senza un minimo di tatto salendo in macchina sto stronzo di barese.


Ho bisogno di rilassarmi un attimo.
Decido di sedermi sulla banchina coi piedi a dondolare sull'acqua del porto e mi rollo una canna.
Che culo. Mi è andata grassissima.
Poi ritrovo un pontile... e' un pontile dove andavo da bambino con mio padre a pescare... ci salgo pensando a tutte le belle storie di quando a sei anni stavamo ore con la canna da pesca a non prendere niente ma era bellissimo uguale.
Come tutte le cose dell'infanzia. Che anche se stavi di merda e tuo padre tornava ubriaco a casa la sera e nove su dieci picchiava tua madre che si era incazzata,
dopo ti sembra tutto bello. Ho un po' paura perché fin da piccolo uno dei miei incubi ricorrenti era quello di cadere in mare. Tiro fuori il bastone e comincio una specie di passo dell'oca piegato in avanti come se stessi andando all'assalto di un nemico o di una curva del Bari. Nelle orecchie li sento bene quei bastardi. SXtanno battendo ossessivi coi tamburi e cantano "brindisini di merda."
Cammino piegato seguendo col bastone il bordo del pontile perché ho una paura fottuto che la curva avversaria possa vedermi prima che gli arrivo addosso brandendo la mia arma da supereroe, Ma alla fine mi vedono. Il pontile finisce ed io penso solo che non ci posso fare proprio un cazzo sono troppo sbilanciato e sto planando inesorabilmente come uno stronzo verso l'acqua melmosa piena della merda di tutta la storia di questo cazzo di porto...E splash!...
L'acqua mi sta intorno ma non la sento neanche. Tirarmi fuori da quella situazione è l'unico pensiero che come d'incanto mi fa passare tutte le pippe da estatico psichedelico.
Mi ritrovo lucidissimo a cercare una scaletta che mi ricordo da qualche parte deve esserci.
Faccio un paio di bracciate verso la riva. Comincio a strisciare con una mano contro il pontile e botta di culo trovo una corda che pende. Mi attacco felice. Mi puntello coi piedi e quella si spezza...Arisplash...
Merda. gli anfibi si riempiono d'acqua e mi tirano a fondo.
Ma la corda a qualcosa doveva essere attaccata.
Ritrovo il pezzo rimasto appeso e lo seguo con la mano. E' veramente molto in alto, stiro il braccio più che posso e con la punta delle dita tocco un gancio di ferro a cui è legata la fune. Riprovo ad arrampicarmi ma ho la suola bagnata non fa presa sulle pietre del molo e riscivolo in acqua.....Vaffanculo!
Sono troppo pesante! Non riesco più a tenermi a galla! Finisco sott'acqua e comincio a sentirli.
Sono gli italiani dell'Heysel nel 1985. E' appena successo il casino e loro sono sotto la curva del Liverpool incazzati come bestie che lanciano pietre e bottiglie e hanno in mano i bastoni delle bandiere. Nando Martellini sta gridando concitato nel microfono: "E una guerra!...E' una tragedia!" Poi un crash di vetri rotti e il megaschermo del Palasport di Bologna dove stiamo guardando la partita diventa tutto grigio. Si sente solo il sonoro da Bruxelles con le urla dei feriti e il coro dei tifosi impazziti. L'immagine sullo schermo comincia a tremare, ruota su se stessa e si dissolve in una galassia di bagliori i che scompaiono mentre riemergo dall'acqua.
Nelle orecchie mi resta quel grido ossessivo: "Italia... Italia...Italia."
In quell'esatto momento la testa ha fatto clic.
La forza della disperazione. La forza della disperazione è stata quella che mi ha
fatto ritrovare l'anello di ferro. Mi ha fatto appendere con le dita intorpidite e mi ha fatto tirare su fino ad appoggiare un piede sulla banchina. Un'altro sforzo e sono riuscito a strisciare con tutto il corpo sul bordo del molo.
Ho guardato un attimo il cielo, ho tirato un respiro profondo e lì steso per terra tutto bagnato dopo uno scago simile il primo pensiero è stato il barese.
"Chi sa che faccia fa se mi becca adesso..." Ho cominciato a ridere come uno scemo. Non riuscivo a fermarmi. Stavo là steso per terra con l'odore del sale nel
naso e ridevo, Pensavo a me tutto bagnato che ridevo, e ridevo.
Pensavo alla faccia del barese, e ridevo tanto che i muscoli mi facevano male.
Mi sembrava di potere continuare felice all'infinito. "Sono un Dio." E ridevo.
"Ti ho battuto mondo di merda!" E ridevo. Col primo schiaffo ho smesso di ridere. Col secondo mi sono morso la lingua. Col terzo ho cominciato a tremare. Le mani mi hanno frugato rapide. "Hai visto che ce l'avevi il fumo? Pezzo di merda. Hai visto che ti succede a uscire da solo? Ti sei fatto il bagnetto ti sei fatto. Mi volevi prendere per il culo, no? Bravo! Ci siamo fatti una passeggiata dietro a te per vedere che facevi e tu stronzo prima ti sei messo a fumare. E poi sei caduto a mare. Coglione! Ringrazia Dio che sei uscito da solo, perché se mi facevi bagnare per salvarti ti rompevo il culo veramente.
Sentimi a me, non uscire più da solo.
Capò! Andiamo và.

Pubblicato online il 12/3/2002

 

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