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Chiara
è ora la memoria di ciò che furono i giochi, le voglie e
quei lunghi silenzi, preziosi come perle distillate dal tempo.
Amarcord che in dialetto romagnolo vuol dire "io mi ricordo"
è sintesi suprema di un'intera vita, sublimazione artistica di
un racconto autobiografico ai limiti del reale.
Biglietto d'andata senza ritorno o fiaba dal sapore filmico; nient'altro
che magia felliniana: opera alchemica dall'umore letterario.
Pulsione estrema, ora dolce, poi malinconica ed ancora estrema.
Profumo di proustiana memoria, ricordo di un qualcosa che fù un
tempo,ed ancora discussione sull'io che c'è e che continua ad essere.
E' la pellicola in cui Fellini, curiosamente attratto dal quotidiano,
dal domestico, dal gioco dei caratteri, senza intruglio di romanzo e senza
artificiosi travestimenti, allontanando ogni falso convenzionalismo, ricorda
e reinventa quella Rimini che fù già città dell'adolescenza,
allegoria di un Italia, o meglio di un'italietta tra Chiesa e fascismo.
Sentieri di celluloide nei quali Realtà e Magia, quelle con la
maiuscola per intenderci, muovono l'artista verso contingenze parallele
in cui severi tribunali da giorni hanno già serrato ogni porta
e sentenza.
Tempo e Spazio: tutto è reinventato, riallestito in una dimensione
ludica, geometricamente ipnotica, esclusivamente funzionale ad un intreccio
provinciale e fantastico. Il rischio è alto, sia il pericolo di
una facile esasperazione naturalistica, ora lo smarrimento in un'atmosfera
freddamente simbolica potrebbero compromettere il tutto.
Ma l'incanto che è illusione filmica non è altro che continua
reverie: potrebbe essere certamente piacevole ritrovarsi d'inverno per
le vie surrealmente innevate di
Quella che ci appare come una Rimini dai mille volti.
"il viaggiatore gira, gira e non ha dubbi: non riuscendo a distinguere
i punti della città, anche i punti che egli tiene distinti nella
mente gli si mescolano" (Le città invisibili di Italo
Calvino).
Per il resto tutto è un brulicare, un dialogare ironico e muto
di attori non protagonisti. Caratteri ben definiti ai limiti della tipizzazione,
ma sempre vivi, reali,
legati al quotidiano come un'allegra ciurma per una nave di folli.
La
Gradisca, l'enorme e ruzantiana Tabacchiera, il popolare Venditore di
Bruscolini, e poi Volpina, il Nonno automa in preda a solitudini sessuali,
l'insegnante di matematica, poi quello di latino, il padre e la madre
di Titta, un duce più deriso che altro, un transatlantico che è
epifania di un futuro sempre incerto, gli anni del fascismo e della celebrazione
borghese, i precetti cattolici di un prete bigotto, le pulsioni erotiche
di una gioventù irriverente, l'attesa ed il consumarsi veloce degli
anni, la neve, il mare, il sogno vanificato, il gioco che consola; quant'altro
avremmo potuto chiedere al regista?
Fellini,
ovvero tanto quanto basta per assaporare la malinconia di un sogno che
ci tiene sì, sospesi dal suolo, ma interamente sporchi di fango.
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