Il limite, l’isola, le poesie di Salvatore Solarino parlano dal di dentro in questa raccolta del 1998. Poesie di una condizione che sembra essere anche la sola che si accetta, come la donna sola, che si ama. Condizione è in Solarino un silenzio denso; dobbiamo chiudere gli occhi e persino le orecchie, per sintonizzarci su una poesia che passa sulle onde medie. E’ necessario essere un pò «veggenti», come spesso ama affermare il poeta stesso ricordando il «suo» Arthur Rimbaud in quelle rare volte che ho parlato con lui.

Persona schiva di poche parole: un poeta. Ogni volta mi capita di incontrarne qualcuno dei tanti che abitano Catania, mi capita di pensare che la cialtroneria poco si confaccia ai poeti, e Solarino è certo un tipo “strano” di poeta, davvero poco urbano sebbene viva ed operi in una grande città piena di cialtroni.

Decisi di non descrivere/ i risvolti possibili/ di queste marine azzurrità / perché il timore mi assale/ che ciò divenga monotona vena/ che alimenta il mio poetare./ ma trovai impossibile non fermarmi/ alla metafora di ogni aurora/ che da qui rinasce/ e lo sguardo vuole per ogni disperso orizzonte/ nelle lontananze sconfinare/ e rapito sorprendere/ una segreta, più alta ed immateriale congiunzione.    (“Perché decisi”)

Occorre essere attenti alla nenia malinconica dei suoi versi a volte amari, non disperdersi dentro al largo respiro dei suoi versi che rantolano il bisogno di amore che è presente in ogni cuore di un uomo. Non è facile – ammettiamolo – dare voce ai sentimenti, specie a quelli veri, bisognerebbe cambiare identità ogni giorno per restare fedeli a quel che si è. Pensate alla nebbia ai piedi di una fredda cattedrale del nord. Non sarà l’amarezza l’umore giusto per addentrarsi dentro quell’edificio -assimilabile a ciò mi pare «la condizione» espressa in versi da Solarino-  l’imprecisata altezza di una cattedrale gotica, specie se osservata dal di dentro, ci farà sentire cristianamente soli. Raccontata  in poesia, «la condizione» è invece una luminosissima aura densa, un dentro/fuori, un interno/esterno privi di fratture.

Il tempo è ormai andato/non inerme a forzata convalescenza,/la luce quindi non ricreata/attraverso le schegge del prisma,/l’acqua e gli uccelli malinconici/ancora una volta interpretati liberi.
( “Ancora una volta”)

In «Limite dell’isola» le parole lambiscono appena l’ineffabile essenza di qualcosa che c’è, ma insieme sfugge: pare che si sia esercitato a lungo, il poeta, nella tormentante arte di affilare bene parole come dardi fiammeggianti che scaglia contro al cielo nelle lunghe ore solitarie passate nell’arcana pace dell’oasi del Simeto, ove egli lavora sei mesi l’anno. Ma certo, non è ad un’arma, sebbene nobile come il dardo, che vanno associate le tenere parole di un poeta del Sud come Solarino, poeta del mare e del tormento d’amore. Con maggiore verosimiglianza da manuale,  viene da pensare ad atmosfere tipo  “grigio rosa nube dell’Esterina di Montale” o ad i puliti spazi della metafisica di De Chirico. L’oscuro, mistico perno delle cose, in Solarino, risiede nell’antistorico niente in cui la coscienza deve addentrarsi di necessità, specie quando desidera, assottigliandosi a poco a poco come in un debilitante viaggio nell’assenza che le fanno attraversare paesaggi affissi a pareti di stanze abitate da incognite presenze. Tutto e  niente  permangono in questo intra-uterino al di là, nell’inferno del desiderio che mai si placa, perché niente viene prima e tutto viene dopo. Tutta l’Isola, col suo antichissimo silenzio, urla nei versi di «Limite dell’Isola», si mugugna l’assenza d’amore e si bramano scaltre gesta per impossessarsi dell’aria, o dell’acqua quasi che la terra fosse da evacuare per una definitiva eruzione della “Montagna”.

Il buio è sceso/ con passo consueto della sera/il mondo/è al colmo delle sue glorie/ e delle sue sventure.

   Radice del sogno è l’inventare c’è scritto sulla prima pagina di “Limite dell’isola”, quasi l’apocalisse sul fondo della pagina bianca, sentenza blindata di vuoto, sibilata tra i denti stretti di un uomo solo, sotto un assurdo vuoto/pieno bianco-bianco che acceca.  Al principio del Limite - limite del limite - il poeta ci presenta l’insidia della pagina vuota, abbandonandoci alle sue insidie. Ci presenta il niente col suo potere di assimilarci - e di farlo «del tutto» - come in una morte bianca. La Terra è una madre morbosa, l’Isola, una servizievole puttana per truppe di passaggio, la sua bocca, violentata dai millenni, ingoia tutto ad ogni posa, poi lo vomita costruendo il limite. “Fine” è la prima traccia al principio di questa poco “divertente” giostra di umori feroci e di veglie visionarie.

La notte s’inarca verso l’abisso/fa presumere una fine./uno strenuo sorriso/ e un mattino che mai sopravverrà  ( ”Fine”)

 Quasi didascalica compare la notte  in “Fine” che -proprio sul principio del limite-  s’inarca verso l’abisso. Un visionario amplesso genera entità che la conoscenza può solo presumere: una fine, uno strenuo sorriso, un mattino che mai sopravverrà. La morte della presenza è condizione di una leggenda antimeridiana. Nera e sabbatica balugina la notte generando simboli. Un’inondazione solare in “Ore quindici” si imbeve di luce franta d’acqua fluttuante generando una graziosa rappresentazione della fine: nell’unico bagliore la vela dispiegata/ sottovento virando adagio s’inclina mentre il mare rapace si accoppia alla notte copulando sul suo bianco ventre  vellosi cumuli nerofumo.

La notte ingoia il mare, il mare beve la notte: cera azzurra disciolta/ guizzante di schegge lunari, così si annunzia “Sul mare sotto la  luna” ove ha luogo la prima di una lunga serie di metamorforsi che accadono lungo tutta la raccolta; la prima il poeta, classicamente, la realizza in un periplo sopra una navicella sospesa sull’altitudine marina, a bordo di una barca procede verso un levante talmente remoto da parere inesistente, una frontiera smarrita nel limite vanificato, ci pare di credere, poiché niente più ci separa da niente, quel che è da quel che sarà.     

L’ultima strofa è un atto di invalidazione della realtà.

Immatura speranza confliggemi/ d’impossibili ritorni, d’ostinate attese./ Via non andranno più dai lidi le spettrali schiere,/f orse risponderò ancora a vivi aneliti/ fingendo un cuore indifferente/ nel sbirciare timoroso e fuggente/ la volubile seduttrice. (“Sul mare sotto la luna”)

Caduto il limite, le spettrali schiere hanno occupato i lidi dell’isola, la Speranza, virtù cardinale, tramonta come l‘immatura escrescenza di un frutto non germinato, impossibili si profilano i ritorni, ostinate le attese: naufraga la realtà, la storia cade giù dal suo cavallo alato divenendo luogo di aneliti insinceri prodotti da un indifferente cuore. Solo la fine,  volubile seduttrice, può riscaldare il cuore generando il sangue. Si tratta di una  “Condizione”.                                                 

Si schiude il mattino/ Come un vegetale/ Alla velocità del sole che si leva

Che a volte  si manifesta  “Inverno”:

Come fiamme d’oro rosse/ attorte foglie si liberano/ spogliando rami di platano lentamente

 Quale altra realtà oltre questa? L’incendio divampa nella mente. I sogni del poeta attingono senza posa al lucido delirio di immagini inedite violentemente mimate in coltre densa, il mondo intero delle cose trascolora in sempre nuove, arcane dimensioni prominanti da un’oscura, incognita, assenza. “All’Imbrunire” segna ormai un salto di qualità in questa poetica del limite, il cielo, il mare, le divinità intermedie si assorbono e si assimilano risucchiate in imprevedibili salti di campo visivo, nuovi ambiti cromatici dissacrano la mente:

 spume candide baciano le sabbie scure/, nubi lente in alto vagano lanose/ paiono fra clamori trasportare/ d’intere legioni d’angeli in festa,/ il bel celeste è risucchiato/  nell’ultimo respiro del giorno, di momento in momento grava/ ed incombe la notte vellutata/ che già Sirio luccicando perfora

 Un nuovo universo di senso si staglia davanti gli occhi di un lettore che abbia mantenuta alta l’attenzione, a costui converrà, forse, chiudere le pagine del libro, per sottrarsi al potente risucchio  verso il settimo cielo di una poesia mistica, certamente eretica per l’ardore febbricitante di certi suoi momenti intensi come mari lunari. Oppure lasciarsi penetrare da immagini viventi nel giardino del desidero che le viole di nuovo impregnano di chiari eppure incogniti sentori di voluttà.
luca guarneri

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Il limite, l'isola, le poesie di Salvo Solarino

a cura di Vince Ferrara

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