Sole d'inverno



di
Laura La Rocca

 

Sono impaziente. Disgustata per il vecchio. Incuriosita per chi non conosco. Mi sembra di essere stata cieca per anni. Mi stupisco che la vita regali ancora sorprese.

Chi mi ha destato è detestabile. Vorrei condividere un'eternità di arti e segreti. Le persone, le parole mi attraggono. Ancora attendo l'ultimo segno positivo, se questo non verrà, abbandonerò. Non posso attendere sempre l'indefinito. Voglio bianco e nero, che mi assomiglia. Ho sopportato a lungo troppe sfumature di rosso e blu.

Io sono come questa città che tanto ho disprezzato. E' come una madre____lotto e m'incazzo con lei per quello che mostra e dice, ma il vero motivo per cui m'incazzo è perché scopro di essere uguale a lei.

Io sono circondata da fumo e caos e sono in salita. Cammino su di me: ho gradini, chiese che guardo da lontano, negozi e visi conosciuti. Io sono ed ho tutto questo. Ho le piccole mattonelle di Via Etnea e via Sangiuliano. Ho il mio bar preferito e strade piccole, dissestate. Tutto ciò che so, mi è stato suggerito da questi muri e palazzi. Tutto ciò per cui ho pianto è come i ventidue natali che ho passato passeggiando per queste strade, più o meno affascinata dalle luci e dai loro riflessi. Ho incontrato persone che ho poi odiato, ma altri, ad un primo sguardo, mi sono risultati indifferenti. E' tra questi che devo ancora cercare. Ma non aspetterò. Sono stanca e sul mio viso si vedono già i segni della mia vecchiezza interiore.



Questa cesura è irrimediabile. Il tempo fa sì che i nostri due paesi si allontanino ancora di più. Il mare è lentamente diventato un oceano e la mia barca è rimasta ancorata. Sono sul molo e porto le mani sugl'occhi perché il sole della mia terra a volte mi acceca. Guardo in fondo e l'orizzonte è solo una linea che divide il cielo dal mare. Tutto è diventato desolazione e non vedo più la tua mano all'altra estremità che mi saluta e mi invita a raggiungerla in fretta. Non posso affrontare un viaggio pericoloso, quale sarebbe con la mia piccola barca, verso l'incertezza. Non so più cosa c'è sull'altra sponda. Credevo di averlo visto, ma a volte i riflessi del mare possono creare strani miraggi. Sono lì, su quell'estremità. Sono stanca e mi siedo. Tolgo le scarpe e le dita dei piedi accarezzano la superficie dell'acqua. E' una piacevole sensazione. Tutto intorno a me si colora di rosa e un leggero vento mi porta gli odori tipici del tramonto d'estate. Chiudo gli occhi per abbandonarmi agli altri sensi: i capelli giocano a disegnare forme sinuose sul mio volto e il fresco, sempre tanto sperato, mi rigenera. Il sudore che mi imperlava la fronte scompare e in un attimo la notte.

Riapro gli occhi.

In lontananza bagliori, dev'essere una città.

Chissà quale idioma si scambiano quelle genti straniere. Prego che i rumori lontani della mia città cessino per un attimo perché io possa udire il sussurrare al di là.

Un' ambulanza, ho pietà per lui. Mi sembra di essere così inutile a restare qui seduta a godere della mia compagnia. Poi il vento soffia più forte e il leggero vestito che mi accarezza la pelle non basta più.

Un breve cenno della mia spalla. Il broncio. Torno domani. Magari domani verrà. Rimetto le scarpe e cammino sulle tavole dissestate. Poggio i piedi così lentamente che quasi volo. Ho paura di ferirmi. Sono arrivata alla fine del pontile. Mi fermo un attimo ad ascoltare lo scialacquio del mare sulla mia barca. Non mi volto a dare un ultimo sguardo alla notte riflessa sulla superficie dell'acqua. Non mi volto perché chiunque approdasse ora sarebbe arrivato troppo tardi. Fine del pontile. Io, sovrapensiero. Una macchina quasi mi investe. Faccio un passo indietro e mi rendo conto che fa troppo freddo. Ma che mese è, che giorno è oggi? E' inverno. La mia città è inverno. Comincio a correre, devo tornare a casa. Se fosse un film ora una musica suonata al piano accompagnerebbe questa mia corsa. Sulle mie guance lacrime gelate. Voci corrono attorno a me; come su un treno alberi e paesaggi, ponti e fiumi e età scorrono e fuggono. Gli anni, le ore si allungano e scompaiono dietro di me. Ho il fiatone. Rido. Sono felice. Perché? Perché non è arrivato. Forse non lo volevo davvero. Rido forte. I corpi intorno a me sembrano frantumarsi come vetro. Rido. Tolgo i capelli dal viso. Corro. Sono sola e fiera. Ci siamo io e i miei piedi e Rido. Sono libera. Dalle ossessioni, dai pensieri ripetitivi, dagli errori sempre uguali. Corro e cancello il passato sullo sfondo. Rido. Ferma, un ostacolo: la porta di casa mia. Come quando ero bambina, mi fermo al mio traguardo, alzo i pugni e urlo, arrivata! Sono arrivata. Prima che il passato mi superasse e mi imprigionasse in se. Sono arrivata. Cerco le chiavi, dove cazzo sono, non le trovo mai. Sigarette, accendino, agenda, ah, eccole. Apro: sono nel mio futuro. Un bambino corre verso di me a braccia aperte. Ride. Sono felice. Lo prendo in braccio.
Dove sei stata? Ho aspettato te.

pubblicato online il 28/1/2002

 

©_2001-2002 erroneo.org diritti umani rispettati - human rights respected Scrivici!