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Sono
impaziente. Disgustata per il vecchio. Incuriosita per chi non conosco.
Mi sembra di essere stata cieca per anni. Mi stupisco che la vita regali
ancora sorprese.
Chi mi ha destato è detestabile. Vorrei condividere un'eternità
di arti e segreti. Le persone, le parole mi attraggono. Ancora attendo
l'ultimo segno positivo, se questo non verrà, abbandonerò.
Non posso attendere sempre l'indefinito. Voglio bianco e nero, che mi
assomiglia. Ho sopportato a lungo troppe sfumature di rosso e blu.
Io sono come questa città che tanto ho disprezzato. E' come una
madre____lotto e m'incazzo con lei per quello che mostra e dice, ma il
vero motivo per cui m'incazzo è perché scopro di essere
uguale a lei.
Io
sono circondata da fumo e caos e sono in salita. Cammino su di me: ho
gradini, chiese che guardo da lontano, negozi e visi conosciuti. Io sono
ed ho tutto questo. Ho le piccole mattonelle di Via Etnea e via Sangiuliano.
Ho il mio bar preferito e strade piccole, dissestate. Tutto ciò
che so, mi è stato suggerito da questi muri e palazzi. Tutto ciò
per cui ho pianto è come i ventidue natali che ho passato passeggiando
per queste strade, più o meno affascinata dalle luci e dai loro
riflessi. Ho incontrato persone che ho poi odiato, ma altri, ad un primo
sguardo, mi sono risultati indifferenti. E' tra questi che devo ancora
cercare. Ma non aspetterò. Sono stanca e sul mio viso si vedono
già i segni della mia vecchiezza interiore.
Questa cesura è irrimediabile. Il tempo fa sì che i nostri
due paesi si allontanino ancora di più. Il mare è lentamente
diventato un oceano e la mia barca è rimasta ancorata. Sono sul
molo e porto le mani sugl'occhi perché il sole della mia terra
a volte mi acceca. Guardo in fondo e l'orizzonte è solo una linea
che divide il cielo dal mare. Tutto è diventato desolazione e non
vedo più la tua mano all'altra estremità che mi saluta e
mi invita a raggiungerla in fretta. Non posso affrontare un viaggio pericoloso,
quale sarebbe con la mia piccola barca, verso l'incertezza. Non so più
cosa c'è sull'altra sponda. Credevo di averlo visto, ma a volte
i riflessi del mare possono creare strani miraggi. Sono lì, su
quell'estremità. Sono stanca e mi siedo. Tolgo le scarpe e le dita
dei piedi accarezzano la superficie dell'acqua. E' una piacevole sensazione.
Tutto intorno a me si colora di rosa e un leggero vento mi porta gli odori
tipici del tramonto d'estate. Chiudo gli occhi per abbandonarmi agli altri
sensi: i capelli giocano a disegnare forme sinuose sul mio volto e il
fresco, sempre tanto sperato, mi rigenera. Il sudore che mi imperlava
la fronte scompare e in un attimo la notte.
Riapro gli occhi.
In lontananza bagliori, dev'essere una città.
Chissà quale idioma si scambiano quelle genti straniere. Prego
che i rumori lontani della mia città cessino per un attimo perché
io possa udire il sussurrare al di là.
Un' ambulanza, ho pietà per lui. Mi sembra di essere così
inutile a restare qui seduta a godere della mia compagnia. Poi il vento
soffia più forte e il leggero vestito che mi accarezza la pelle
non basta più.
Un breve cenno della mia spalla. Il broncio. Torno domani. Magari domani
verrà. Rimetto le scarpe e cammino sulle tavole dissestate. Poggio
i piedi così lentamente che quasi volo. Ho paura di ferirmi. Sono
arrivata alla fine del pontile. Mi fermo un attimo ad ascoltare lo scialacquio
del mare sulla mia barca. Non mi volto a dare un ultimo sguardo alla notte
riflessa sulla superficie dell'acqua. Non mi volto perché chiunque
approdasse ora sarebbe arrivato troppo tardi. Fine del pontile. Io, sovrapensiero.
Una macchina quasi mi investe. Faccio un passo indietro e mi rendo conto
che fa troppo freddo. Ma che mese è, che giorno è oggi?
E' inverno. La mia città è inverno. Comincio a correre,
devo tornare a casa. Se fosse un film ora una musica suonata al piano
accompagnerebbe questa mia corsa. Sulle mie guance lacrime gelate. Voci
corrono attorno a me; come su un treno alberi e paesaggi, ponti e fiumi
e età scorrono e fuggono. Gli anni, le ore si allungano e scompaiono
dietro di me. Ho il fiatone. Rido. Sono felice. Perché? Perché
non è arrivato. Forse non lo volevo davvero. Rido forte. I corpi
intorno a me sembrano frantumarsi come vetro. Rido. Tolgo i capelli dal
viso. Corro. Sono sola e fiera. Ci siamo io e i miei piedi e Rido. Sono
libera. Dalle ossessioni, dai pensieri ripetitivi, dagli errori sempre
uguali. Corro e cancello il passato sullo sfondo. Rido. Ferma, un ostacolo:
la porta di casa mia. Come quando ero bambina, mi fermo al mio traguardo,
alzo i pugni e urlo, arrivata! Sono arrivata. Prima che il passato mi
superasse e mi imprigionasse in se. Sono arrivata. Cerco le chiavi, dove
cazzo sono, non le trovo mai. Sigarette, accendino, agenda, ah, eccole.
Apro: sono nel mio futuro. Un bambino corre verso di me a braccia aperte.
Ride. Sono felice. Lo prendo in braccio.
Dove sei stata? Ho aspettato te.
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