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claudio
parentela 
Zero
di Davide Arcidiacono

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Ho ancora in bocca il sapore della terra
che mi ha visto nascere.
Nato. Qualunque sia il seme, qualunque sia la pianta.
Il ventre polveroso mi ha formato in un involucro dorato, innaffiato dagli
astri e dalla luce immensa che mi affonda e mi sovrasta.
Mani, queste sono mani, mani per afferrarti, mani per graffiarti, mani
per accarezzare te
mondo, verde gioiello abbagliante che lambisce
la vista che non osa chiedere, capire quali altre braccia così
piene abbiano lasciato tutto questo. Per chi? Per quanti?
Non ero che un' idea, un pensiero e ora sono forse una delle infinite
dita di questa Mano?
Avverto un verso, il lamento familiare di un altro animale poco lontano.
L' osservo a distanza. Giace ai piedi di un grande albero i cui rami giganteschi
tessono una densa tela d' ombra che inghiotte la vallata, come se fosse
già notte là dove l' altro si esibisce coi suoi versi lancinanti.
Il mio passo vacilla ma continua ad avvicinarsi, inesorabile al suo richiamo.
Ora che posso guardarlo da vicino non mi appare più così
simile, anche se il suo odore mi apparteneva già nelle viscere
da cui provengo, nell' istante e nel sogno che preannuncia la nascita.
I suoi occhi sono umidi di un liquido purissimo, e le sue mani sono intrecciate
sul ventre come se nascondesse qualcosa. Continua a lamentarsi, sempre
più forte, sempre più inconsolabile.
Desidero comprendere la sua strana lingua, afferrare con le mie mani ancora
acerbe quel viso madido, liberare il segreto che riempie i suoi occhi,
assaggiarne le membra per farle più mie. Desidero riempire le sue
urla della mia bocca e lacerare il suo involucro spaccato che sento stringersi
a me con una forza inaudita. La sua mano si allarga sulla mia schiena
come l' ombra dell' albero sulla vallata, inghiotte il mio pensiero in
un istante immobile fino a raggiungermi tra le gambe. Il suo corpo è
persino più caldo del ventre della terra mentre lascia che io scopra
cosa nascondevano quelle mani. Ed è come se la luce trapanasse
dai rami senza rimedio, mi sollevasse dal suolo per poi abbattermi con
più violenza, fino allo stremo, fino all' orlo che mi separa del
momento in cui non esistevo ancora o non esisterò più.
Ora posso comprendere: ci chiamerete uomini, perché cresceremo
a dismisura, perché ci eleveremo fino al cielo allontanandoci dai
verdi pascoli, perché prospereremo per estinguerci, perché
saremo forti e inadatti a conoscere il limite di tanta forza, perché
compreremo la divinità per restare uomini.
Ora posso piangere: lacrime, queste sono lacrime. Mentre la sento dire:-
Adesso conosci la risposta
-, mentre il sangue che scorre dal suo
corpo soffoca i manti erbosi, mentre il cielo sopra di noi si spegne,
mentre bruciamo ogni albero per sfuggire alla paura del buio. E' la notte
della fuga e dell' esilio dalla nostra breve infanzia. La fine di un inizio.
L' inizio è l' evento terribile, inappellabile, l' unico in cui
l' arbitrio abbia veramente un senso. Il resto è automatismi impercettibili,
assonanze bisbigliate. Caso, fatalità, fortuna. Una mano più
saggia che forza un' altra mano, forse incerta, forse inconsapevole.
Il mio inizio: un dono inatteso, un' occasione già sprecata. L'
inizio ha molti luoghi. Nasce là dove c' è un vuoto, un
moto sospeso, una morte, in un cerchio che si stringe verso un punto che
non inizia e non finisce. Per questo vuoto, per questa morte, per questo
tempo immobile, per questa notte infinita, per questo desiderio già
decadente, per il niente che vorrebbe essere tutto
questo è
un inizio.
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