MAFIA E STATO
Il Tar ha condannato la Prefettura a rilasciare atti e documenti all'assistente sociale
CASO D'ALEO: PRESTO UNA RELAZIONE ESPLOSIVA



di
Marco Benanti

Suo figlio è costretto ad andare via prima da Catania e poi dall'Italia, lei, vittima innocente della mafia, chiede aiuti per lui, ma alla fine questo sostegno, previsto anche dalla legge, non arriva mai. "Chiave di volta" è una relazione inviata, nel novembre del '99, dalla Prefettura di Catania alla Presidenza della Repubblica e alla Commissione Nazionale Antimafia, contenenti notizie sulla vicenda, relazione della quale, però, la diretta interessata non ha mai potuto prendere visione, per il divieto della Prefettura stessa, arrivato con una nota del 30 marzo 2001.
Il Tar di Catania, però, nel dicembre scorso ha dato ragione anche questa volta ad Enrichetta D'Aleo, l'assistente sociale dell'ospedale "Ascoli Tomaselli" al centro di una tormentata vicenda seguita alle sue denunce contro il boss Pippo Ferrera "Cavadduzzu" e soprattutto contro la rete di complicità e coperture, attorno al capomafia, dei "colletti bianchi" di Stato . Il 12 dicembre scorso, però, presso la segreteria del Tar di Catania, è stata depositata la sentenza con cui "la Prefettura intimata va condannata -vi è scritto- al rilascio di copia dei documenti e atti richiesti". Nel dispositivo, i magistrati del Tribunale Amministrativo sottolineano che "la corrispondenza in questione pur avendo carattere di informativa interna, non si sottrae al principio generale della trasparenza, nella misura in cui si inserisce nel procedimento volto a riconoscere provvidenze economiche in favore della ricorrente; difatti la l- 214/90 non sottrae al diritto di accesso gli atti interni, qualora non rientrino nelle categorie di atti sottoposti a segretezza (art. 22, comma 2 l. 241/90)…" Una "vittoria" per Enrichetta D'Aleo, che da anni cerca giustizia dopo un "calvario" cominciato nel 1988: allora, mentre cominciava a conoscere le rappresaglie della mafia e dei suoi complici, suo figlio fu costretto a scappare da Catania e successivamente, tre anni dopo, dall'Italia. Passaggio indispensabile per il sostegno economico erano notizie sul caso, raccolte in una relazione, un primo tempo rifiutata e che ora il Tar ha "sbloccato". La dottoressa D'Aleo farà notificare la sentenza a Prefettura, Presidenza della Repubblica e Commissione Nazionale Antimafia. Invero, quindici giorni fa, Enrichetta ha tentato di avere la relazione, notificando di persona il provvedimento. Evitare l'ufficiale giudiziario ("un gesto di signorilità" l'ha definito) non l'è servito, però. Dall'ufficio di gabinetto, infatti, è stato a lei fatto presente che il Tar non aveva informato la Prefettura, "prologo" della chiusura in faccia della porta. Non è soltanto questa disavventura ad amareggiare Enrichetta: ben altri timori riserva alla relazione per due anni secretata. "Gli interventi che la Farnesina doveva adottare per mio figlio vennero bloccati da quella infame relazione…." Per saperne di più Enrichetta, la scorsa estate, è arrivata in in Inghilterra. "Sono andata -ha detto- in visita dell'ambasciatore italiano Amaduzzi, già segretario generale della Presidenza della Repubblica all'epoca di Scalfaro (nel periodo in cui fu trasmessa la relazione ndr). Egli mi scrisse, quando io chiesi aiuto per gli interventi a favore di mio figlio. Non dobbiamo dimenticare che mio figlio è esule in un altro paese e che i miei consuoceri hanno venduto delle proprietà per tutelare mia nuora, mio figlio e il bambino. Non è stato lo Stato italiano". Un passo importante, anche per un altro motivo: in Inghilterra è, infatti, emerso che "nessuno dei documenti che io avevo consegnato ad un personaggio altolocato di Catania -ha spiegato la D'Aleo- sono mai arrivati all'ambasciata. Successivamente, invece, a mio figlio qualcuno, che non ha voluto rivelare la sua identità, ha telefonato, invitandolo a fermarmi perché starei sputtanando tanta gente in Sicilia. Altrimenti lo avrebbero fatto loro. Chi ha potuto avere il numero di mio figlio, se costui vive nascosto?". Questi sono però alcuni degli aspetti di una vicenda che appare inquietante, anche per una serie di coincidenze che potrebbero adombrare l'esistenza di una congiura, protagonisti taluni presunti servitori dello Stato. Su questo la dottoressa D'Aleo non ha dubbi. "Io sto lasciando la Sicilia -ha concluso- ma non mi fermo davanti a nessuno, devono pagare tutti quelli che mi hanno fatto del male". L'attesa è per la lettura degli atti secretati.

pubblicato online marzo 2002

 

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