rapporto Direzione Investigativa Antimafia al parlamento
[primo semestre 2001]

\[per alleggerirvi il malloppo abbiamo indicizzato gli argomenti principali, buona consultazione]

PREMESSA
Generalità
A... Attività preventive: schema
B... Attività giudiziarie: schema

PARTE I
Contrasto alla criminalità organizzata di tipo mafioso
A. Cosa nostra
1. Situazioni provinciali
1.a Palermo
1.b Trapani
1.c Agrigento
1.d Catania
1.e Siracusa
1.f Messina
1.g Caltanissetta
1.h Enna
1.i Ragusa
2. Attività economiche
3. Collocazione a livello internazionale
4. Studi analitici

B. Camorra
1. Situazioni provinciali
1.a Provincia di Napoli
1.b Provincia di Caserta
1.c Provincia di Avellino
1.d Provincia di Benevento
1.e Provincia di Salerno
2. Studi analitici

C. 'Ndrangheta
1. Situazioni provinciali
1.a Provincia di Catanzaro
1.b Provincia di Cosenza
1.c Provincia di Crotone
1.d Provincia di Reggio Calabria
1.e Provincia di Vibo Valentia
2. Studi analitici

D. Criminalità organizzata pugliese
1. Situazioni provinciali
1.a Provincia di Bari
1.b Provincia di Brindisi
1.c Provincia di Foggia
1.d Provincia di Lecce
1.e Provincia di Taranto
2. Contrabbando di tabacchi lavorati esteri
3. Studi analitici

E. Criminalità organizzate straniere
1. Premessa
2. Criminalità Organizzata dell'ex-URSS
3. Criminalità organizzata albanese
4. Criminalità organizzata nigeriana
5. Criminalità organizzata cinese

PARTE II
Investigazioni preventive
A. Contrasto al riciclaggio
1. Segnalazioni di Operazioni Sospette
2. Rapporti internazionali
B. Controllo di grandi appalti
C. Il fenomeno dell'estorsione
D. Applicazione del regime detentivo speciale
E. Gratuito Patrocinio
F. Attività di investigazione preventiva svolta mediante l'esercizio dei poteri delegati al Direttore della DIA

1. Misure di prevenzione - proposte
2. Misure di prevenzione - applicate

PARTE III
Attività in campo internazionale

A. Cooperazione con organismi nazionali ed internazionali
B. Cooperazione bilaterale
1. Paesi del continente Americano
2. Australia
3. Paesi dell'Unione Europea
4. Paesi europei
C. Altre iniziative

PARTE IV
Gestione della struttura
A. Normativa e ordinamento
B. Organico
C. Addestramento
D. Logistica
E. Informatica
F. Supporti Tecnico Investigativi

APPENDICE
Operazioni di polizia giudiziaria

A. Cosa nostra
1. Operazione Dioniso
2. Operazione Calatino
3. Operazione Cobra
4. Operazione Alba Due
B. Camorra
1. Operazione Ametista
2. Operazione Cielo azzurro
3. Operazione Grillo
4. Operazione Project
C. 'Ndrangheta
1. Operazione Istrice
2. Operazione Larice 2
D. Criminalità organizzata pugliese
1. Operazione Crna Gora
2. Operazione Orso
E. Criminalità organizzate straniere
1. Operazione Danubio blu 2
2. Operazione Picco 2
3. Operazione Random
4. Operazione Seta
5. Operazione Staffetta
6. Operazione Testimone
7. Operazione Tosca
8. Operazione Ramo d'oriente
9. Operazione Vlada
F. Riciclaggio
1. Operazione Malocchio
2. Operazione Paladino

----------------------------------------------------
Generalità
La presente Relazione, predisposta ai sensi dell'art. 5 della Legge n.410/91, si prefigge lo scopo di riferire "sull'attività svolta e sui risultati conseguiti (nel periodo gennaio- giugno 2001) dalla Direzione Investigativa Antimafia" cui è attribuita la competenza (art.3 legge 410/91) "di assicurare lo svolgimento, in forma coordinata, delle attività di investigazione preventiva attinenti alla criminalità organizzata, nonché di effettuare indagini di polizia giudiziaria relative esclusivamente a delitti di associazione di tipo mafioso o comunque ricollegabili all'associazione medesima".
I risultati ottenuti nel periodo di riferimento, ripartiti fra quelli provenienti dalle attività preventive e quelli derivanti dalle attività repressive, sono condensati, per comodità di consultazione, nei due prospetti che immediatamente seguono, mentre le sole operazioni di polizia più significative sono state sintetizzate nell'Appendice.
Una descrizione più completa dell'attività antimafia svolta viene, invece, fornita nelle Parti I e II.
Le quattro grandi organizzazioni mafiose presenti sul suolo nazionale (cosa nostra, camorra, 'ndrangheta e criminalità organizzata pugliese), pur continuando a modellarsi secondo le linee tradizionali negli ambiti territoriali di rispettiva influenza, non hanno non potuto risentire, a vario titolo, degli effetti anche perversi che in questi anni i flussi migratori di ampia portata hanno determinato sul territorio nazionale attraverso l'immissione di gruppi criminali, per lo più su base etnica, che hanno via via occupato spazi sempre maggiori e consolidato le loro attività.
Più nel dettaglio:
- cosa nostra, in relazione alla maggiore o minore destrutturazione subita dalle rispettive famiglie a seguito dell'azione di contrasto nel suo complesso, ha privilegiato la linea di una ridefinizione degli assetti interni per il ripristino di un equilibrio richiesto anche dalle pressioni esercitate dalle nuove forze emergenti. Con l'obiettivo di compartimentare, per renderli più impenetrabili verso il vertice, i livelli d'impermeabilità interna, così duramente messa alla prova negli anni seguiti alla stagione stragista, e avviare l'intera struttura verso una maggiore sicurezza in tempi in cui la globalizzazione dei mercati sollecita i grandi circuiti internazionali del crimine ad opportunità di guadagno ed al reinvestimento di somme di provenienza illecita. Il rinnovamento dell'organizzazione dovrebbe quindi consentire un migliore sfruttamento delle risorse economiche a disposizione e nuovi considerevoli guadagni anche in previsione delle grandi opere pubbliche prospettate per adeguare le infrastrutture nazionali agli standard europei. Compaiono segnali, pur flebili, che sottolineano un meno rigido controllo delle tradizionali leadership, sia per il prolungato stato di detenzione di alcuni capi "storici" che a lungo andare inizia a farsi sentire, e sia anche per il lento ricambio generazionale con la possibile conseguenza che un minore equilibrio fra le cosche comporti una ripresa della conflittualità. Le famiglie sono, tuttavia, tenute ancora solidali e compatte dalle prospettive e dalle attese suscitate dall'accorta e convincente regia di Provenzano basata sulla ricerca del consenso e sulla convergenza dei propositi, stabilità più difficile da raggiungere ma, se realizzata, certamente più duratura.
Nelle regioni tradizionalmente da questa mafia controllate, sporadici ed inconsistenti risultano, invece, i rapporti con gli emergenti sodalizi criminali stranieri;
- la camorra ha continuato ad evidenziarsi quale organizzazione criminale molto snella, flessibile e versatile in grado di modificare i propri obbiettivi e le proprie modalità d'intervento con estrema duttilità e facilità in relazione alle esigenze strategiche o tattiche imposte dall'importanza degli affari economici che si presentano. Priva di un polo egemonico compatto, è strutturata in molteplici gruppi, costituiti normalmente dall'aggregazione di soggetti legati tra loro da vincoli di parentela, molte volte difficilmente gestibili all'interno dello stesso nucleo familiare. Risulta avvalersi sempre più spesso della criminalità ordinaria, sovente composta da giovanissimi, per la perpetrazione di reati, in alcuni casi di alto profilo, condotti con azioni molto violente, frequentemente sproporzionate rispetto agli scarsi risultati conseguiti. Sostanzialmente si dedica ad attività criminali tradizionali anche in settori nuovi quali, ad esempio, il mercato delle carni e quello dei fiori;
- la 'ndrangheta, presente sul territorio regionale con diversi gradi di pericolosità, si è recentemente dotata di una struttura unitaria di comando mutuando, attraverso la creazione di mandamenti, i modelli tradizionali organizzativi di cosa nostra. Il rinnovamento dell'organizzazione avrebbe sostanzialmente il duplice scopo di limitare i cruenti conflitti interni affidando le decisioni più importanti ad un preciso organismo e di migliorare sensibilmente la gestione dell'elevato volume di affari economici. Le principali fonti di reddito si originano dai grandi traffici nazionali e internazionali di droghe, armi, appalti ed estorsioni, per la conduzione dei quali necessitano di proiezioni e collegamenti extraregionali;
- la criminalità organizzata pugliese: si presenta come struttura formata da clan distribuiti in buona parte delle zone della Regione, caratterizzati dalla ridotta dimensione del numero degli adepti, dal limitato territorio (spesso il comune o nel caso delle città anche il quartiere), dall'adozione di metodologie e strategie criminali tipiche delle grandi organizzazioni mafiose e da forte autonomia, tutti fattori che esasperano la conflittualità fra i diversi gruppi; opera sostanzialmente in temporanea assenza di un vertice gerarchico unito e gli attuali quadri criminali complessivi sono connotati da un vasto reticolo di formazioni malavitose che, nell'opportunismo dettato dai singoli affari, in specie contrabbando, interagiscono non solo fra di loro ma anche con altre organizzazioni criminali italiane e straniere, queste ultime principalmente di etnia kosovaro-albanese.
A questo processo di "apertura esterna" non ha corrisposto un parallelo fenomeno di espansione e consolidamento dei gruppi criminali pugliesi all'estero stabilendosi, di fatto, per favorire anche la latitanza di alcuni di loro, quasi esclusivamente in quei paesi del continente europeo che si affacciano sul mare Adriatico;
- le criminalità organizzate straniere, maggiormente quelle russa, albanese, nigeriana e cinese, generalmente denotano gradi diversi di penetrazione sul territorio, radicamenti sempre più intensi e, soprattutto, forti collegamenti con i Paesi di origine, dei quali, talvolta, costituiscono dei veri e propri "terminali" per la conduzione di attività illecite, maggiormente nel settore dei flussi dell'immigrazione irregolare ed attività criminali a questa connesse. Siamo comunque di fronte ad organizzazioni che si connotano, allo stato, per una assenza di un controllo del territorio così come esercitato dalle mafie tradizionali, con una capacità di intimidazione che normalmente si è palesata all'interno delle rispettive comunità e la circostanza per alcune etnie, ad esempio i cinesi, che le vittime della criminalità da loro stessi originata siano i propri connazionali.
Le analisi sinora redatte, sotto il profilo delle condotte operative, risentono dei limiti di una conoscenza frammentaria del fenomeno della criminalità organizzata straniera nella sua globalità in quanto anche le Istituzioni internazionali, nell'affrontare le problematiche che in materia si presentano, spesso - per carenza di elementi e di una normativa comune - ricalcano i modelli nazionali che non sono proponibili e sovrapponibili a strutture criminali molto complesse ed articolate che operano a livello internazionale se non intercontinentale. Si pensi, ad esempio, al riciclaggio e alla criminalità economica in generale o al traffico di esseri umani. In quest'ultimo caso esistono più organizzazioni criminali, fra loro in qualche modo interdipendenti, che provvedono a fornire tutto ciò che serve per il trasporto dei migranti lungo tutta la tratta dal paese di origine a quello di arrivo.
Ne deriva che questi fenomeni criminali, di ampia portata e raggio d'azione, possono essere efficacemente combattuti non solo allorquando gli Stati interessati avranno adottato una legislazione penale comune, ma soprattutto quando si attuerà un'azione di contrasto compatta e coordinata che non risenta i limiti oggi imposti dalle diversificate metodologie investigative in uso nei vari Paesi dell'Unione Europea.
La Parte III è dedicata ad illustrare le attività a livello internazionale che sono state realizzate a fini istituzionali.
La Relazione si conclude con la consueta parte dedicata alla gestione della Struttura.

A. Attività preventive: schema
Proposte di misure di prevenzione personali e patrimoniali avanzate nei confronti di appartenenti a:
- cosa nostra
- camorra
- 'ndrangheta
- criminalità organizzata pugliese
- altre organizzazioni criminali
totale 28
a firma del Direttore della DIA
Proposte di misure di prevenzione patrimoniali avanzate nei confronti di appartenenti a:
- cosa nostra
- camorra
- 'ndrangheta
- criminalità organizzata pugliese
totale 1
a firma dei Procuratori della Repubblica
Sequestro di beni (l. 575/1965) operato nei confronti di appartenenti a:
- cosa nostra 56.900.000.000
- camorra 14.000.000.000
- 'ndrangheta 10.520.000.000
- criminalità organizzata pugliese
- altre organizzazioni criminali
totale 81.420.000.000 (lire)
Confisca di beni (l. 575/1965) operata nei confronti di appartenenti a:
- cosa nostra
- camorra 58.000.000
- 'ndrangheta 220.000.000
- criminalità organizzata pugliese 15.120.000.000
- altre organizzazioni criminali 20.000.000.000
totale 35.398.000.000
Applicazione del regime detentivo speciale (articolo 41 bis dell'Ord. penitenziario). 625

B. Attività giudiziarie: schema
Arresto di grandi latitanti: 3
Ordini di custodia cautelare emessi dall'autorità giudiziaria, a seguito di attività della DIA, nei confronti di appartenenti a:
- cosa nostra 24
- camorra 39
- 'ndrangheta 45
- criminalità organizzata pugliese
- altre forme di criminalità organizzata 88
totale 196
Sequestro* di beni (art. 321 C.P.P.), operato dall'A.G. a seguito di attività della DIA, nei confronti di appartenenti a:
- cosa nostra 840.000.000
- camorra
- 'ndrangheta
- criminalità organizzata pugliese
- altre forme di criminalità organizzata 1.291.000.000
totale 2.131.000.000
Operazioni concluse 24
Operazioni in corso nei confronti di appartenenti a:
- cosa nostra 62
- camorra 48
- 'ndrangheta 31
- criminalità organizzata pugliese 9
- altre forme di criminalità organizzata 30
totale 180
* I beni sequestrati ai sensi dell'art. 321 c.p.p. possono costituire oggetto di separata trattazione ai fini dell'applicazione delle misure di prevenzione patrimoniali e, di conseguenza, essere assoggettati a sequestro anche ai fini della L. 575/65.

PARTE I
Contrasto alla criminalità organizzata di tipo mafioso
A.Cosa nostra
Per trattare della situazione odierna della criminalità organizzata siciliana occorre risalire al 31 ottobre 1995, allorquando nelle campagne di Mezzojuso (PA) Luigi ILARDO incontrava Bernardo PROVENZANO. L'ILARDO, esponente di rilievo di "cosa nostra" della provincia di Caltanissetta, stava collaborando con la Giustizia e si era prestato a fungere da infiltrato; in tale veste egli era riuscito a stabilire un contatto con PROVENZANO con il quale, fino a quel momento, aveva comunicato esclusivamente per mezzo di biglietti che venivano recapitati da corrieri di fiducia.
Secondo quanto ebbe poi a riferire l'ILARDO, nel corso di quell'incontro PROVENZANO affermò di ritenere che nell'arco di 5 -7 anni "cosa nostra" sarebbe riuscita a recuperare la tranquillità necessaria per gestire i propri affari e, di conseguenza, migliorare la situazione economica, a quel momento precaria.
Quindi il tempo all'epoca preventivato da PROVENZANO per portare a compimento la rigenerazione dell'organizzazione sembrerebbe ormai giunto a scadenza e, effettivamente, "cosa nostra" appare oggi rinnovata.
Bernardo PROVENZANO viene ancora indicato come attuale leader dell'organizzazione.
Tale indicazione, raccolta sul piano investigativo, proviene direttamente dall'interno di "cosa nostra". Infatti nelle valutazioni espresse da soggetti appartenenti all'organizzazione, la figura di PROVENZANO risulta ancora quella in grado di incontrare il maggiore consenso tra gli affiliati. Questi ultimi, obbligati a destreggiarsi quotidianamente in un complicato sistema di interessi contrastanti e di "competenze" territoriali per condurre in porto i loro affari, guardano a PROVENZANO come al garante della stabilità dell'organizzazione, al punto da temere che il suo arresto possa scatenare una "… rivoluzione industriale… " perché "… appena 'u pigghianu… a guerra finisce… ".
Non è mancato neanche chi, facendo valutazioni su possibili disinvestimenti che un latitante avrebbe potuto operare, ha espresso il parere che l'interessato avrebbe lasciato tutto così come era perché " … PROVENZANO arriva a ottant'anni… ", significando che la stabilità "politica" assicurata da PROVENZANO è destinata a riflettersi positivamente sugli affari ancora per lungo tempo.
Si tratta di considerazioni fatte da mafiosi che meritano attenzione, anche se appare opportuna una ulteriore precisazione derivante da risultanze investigative.
La cattura di PROVENZANO, che risulta essere il mediatore per eccellenza in occasione delle frequenti contese originate da motivi di interesse tra "uomini d'onore", effettivamente potrebbe costituire l'inizio di alcuni conflitti locali, anche molto accesi.
Tuttavia si ritiene che un'eventuale anche grave crisi in tal senso possa essere superata in quanto risulta che PROVENZANO abbia già provveduto, come già segnalato in passato, a creare un gruppo dirigente composto da elementi in grado, per esperienza e autorevolezza, a sostituirlo efficacemente anche nell'azione di moderazione dei conflitti interni.
Circa la "rigenerazione" di "cosa nostra", o meglio, il punto a cui essa è pervenuta, si tratterà adesso dei suoi più significativi segnali indicatori e precisamente:
- situazione interna a "cosa nostra";
- attività economiche illecite in atto;
- collocazione di "cosa nostra" in campo internazionale.

1. Situazioni provinciali
La situazione di "cosa nostra", per quanto riguarda la sua struttura organizzativa, è invariata rispetto a quella rilevata nel corso dell'anno 2000. L'organizzazione sul territorio è ormai abbastanza ben definita e, tranne alcuni possibili aggiustamenti contingenti - dovuti, per esempio, alla scarcerazione o all'arresto di qualche personaggio di rilievo - le "famiglie" e i "mandamenti" risultano aver trovato un assetto sostanzialmente stabilizzato, tanto che neanche l'arresto di latitanti di elevato rilievo, come quello di Benedetto SPERA a Palermo e Vincenzo VIRGA a Trapani, sembrano aver prodotto effetti dirompenti.
In linea con quanto già esposto nelle precedenti Relazioni, ci si limiterà, circa le situazioni nelle province, a riportare alcuni brevi cenni, non senza aver sinteticamente ripreso le linee fondamentali - ampiamente condivise all'interno dell'organizzazione - su cui PROVENZANO ha impostato la sua strategia per restituire piena efficienza a "cosa nostra", così riassumibili:
-un ritorno all'osservanza delle vecchie "regole" mafiose;
-la riduzione del numero di "uomini d'onore" e il controllo "a distanza" di una manovalanza destinata ad esercitare le attività criminali maggiormente a rischio;
-l'innalzamento del livello culturale e sociale della dirigenza mafiosa.

1.a Palermo
Nella provincia di Palermo opera un "direttorio", composto da anziani "uomini d'onore" prescelti direttamente da PROVENZANO. Tra questi un ruolo particolarmente importante sembra essere rivestito dal latitante Salvatore LO PICCOLO, al quale gli "uomini d'onore" palermitani guardano come ad un elemento di riferimento nella composizione delle questioni attinenti la ripartizione degli appalti e degli affari in generale, dando l'impressione che si tratti di un vero e proprio rappresentante di PROVENZANO autorizzato ad operare per suo conto.
Le "famiglie" sono rimaste quelle storicamente conosciute, ma la loro distribuzione tra i vari "mandamenti" ha subito - e, probabilmente, subirà ancora - delle modifiche. I motivi per cui sono stati apportati dei cambiamenti rispetto ai precedenti accorpamenti appaiono essenzialmente due:
-la necessità di affidare le "famiglie" prive di un capo a soggetti qualificati anche se appartenenti ad altre strutture analoghe;
-l'opportunità di smembrare i "mandamenti" più difficilmente controllabili.
La "famiglia" di Cinisi, ad esempio, che faceva parte del "mandamento" di Partinico, ora "… appartiene a Palermo, nun appartiene a Partinico, va bene, Terrasini appartiene a Partinico ma Cinisi appartiene a Palermo" (n.d.r.: dichiarazione di appartenente a cosa nostra). È intuitivo, in questo caso, come l'iniziativa sia scaturita dalla opportunità di incidere sul "mandamento" di Partinico, da dove Vito VITALE, oggi detenuto, ha guidato la sua guerra di mafia contro PROVENZANO.

1.b Trapani
Nella provincia di Trapani i personaggi di maggior rilievo sono Matteo MESSINA DENARO e Vincenzo VIRGA. Nella sostanza ciascuno dei due controlla un territorio pari alla metà della provincia; il primo, che risulta essere anche il "rappresentante provinciale", esercita la sua influenza nella parte più settentrionale ed il secondo nella parte meridionale.
L'arresto del VIRGA, di cui già si è detto nella precedente Relazione, non ha prodotto mutamenti significativi ed è da ritenere che il controllo mafioso a Trapani e dintorni sia esercitato da elementi legati a quest'ultimo.
Altrettanto dicasi per l'area controllata da Matteo MESSINA DENARO, tuttora latitante, il cui epicentro è rappresentato dal territorio del comune di Castelvetrano.
Anche nel mandamento di Mazara del Vallo, retto da MANGIARACINA Andrea, non si registrano situazioni sintomatiche di cambiamenti. La circostanza, infine, che, nel periodo di riferimento, nel trapanese non si siano verificati omicidi, lascia desumere l'esistenza di un intervenuto patto di stabilità.

1.c Agrigento
Nella provincia di Agrigento in questi ultimi due anni vi è stata oltre una decina di omicidi - in gran parte concentrati nella zona ricadente tra i Comuni di Raffadali e Sant'Angelo Muxaro - attribuibili alla criminalità organizzata di tipo mafioso. Si tratta di fatti di sangue che sembrano inquadrabili nell'ambito di assestamenti interni alle locali organizzazioni e finalizzati a respingere tentativi di scalata da parte di elementi emergenti.
Il potere mafioso è, comunque, ancora detenuto da soggetti da tempo ai vertici dell'organizzazione, nonostante lo stato di carcerazione di alcuni di essi come, ad esempio, Salvatore FRAGAPANE, che all'atto del suo arresto, avvenuto nel 1993, rivestiva la carica di "rappresentante provinciale" e ancora oggi esercita una forte influenza grazie alla rilevante presenza sul territorio di elementi che a lui fanno riferimento.
Altri personaggi di rilievo, ancorché detenuti, risultano essere Simone e Mario CAPIZZI, la cui posizione di preminenza nella zona di Ribera non sembra essere stata scalfita.
Probabilmente una situazione di instabilità esiste a Canicattì, ove l'omicidio di Diego GUARNERI, avvenuto nel mese di ottobre dello scorso anno, non può essere considerato un fatto a sé stante poiché si trattava di un appartenente ad una delle "famiglie" più importanti della provincia al quale si attribuiva uno stretto rapporto con Giuseppe MADONIA di Caltanissetta. Non è improbabile, pertanto, che localmente si stia verificando un tentativo di scalata al potere da parte di elementi emergenti, operazione soggetta a creare complicazioni a causa dei pregressi rapporti tra la vittima e MADONIA.

1.d Catania
La criminalità organizzata catanese di tipo mafioso non si presenta ben delineata in quanto le più recenti attività di contrasto, la lunga detenzione dei capi storici e le pressioni esercitate dalle forze emergenti, hanno, di fatto, logorato la coesione dei clan tradizionali originando una fase quantomeno di provvisorietà, non sempre di facile lettura. Così:
-nel capoluogo i principali gruppi dei SANTAPAOLA, dei PILLERA-CAPPELLO e dei MAZZEI si pongono fra loro in contrapposizione, con frequenti migrazioni di soggetti da un'organizzazione all'altra che costituiscono fonte di "pericolose incomprensioni" non sempre facilmente appianabili. Resta prevalente la famiglia dei SANTAPAOLA, i cui componenti hanno evidenziato una certa continuità nella conduzione delle attività illecite;
-nella provincia, oltre ai suddetti gruppi orbitanti nel capoluogo e nel suo hinterland, continuano a manifestarsi i clan mafiosi che operano nel Calatino, nell'Acese, nella fascia ionico - etnea, nella zona di Paternò - Adrano - Biancavilla e nella zona di Bronte - Maletto - Maniace, anche con diversi segnali di crisi che attestano la metamorfosi in atto all'interno di alcune famiglie. In particolare si sono segnalati focolai di tensione:
oa Scordia dove un duplice omicidio di matrice mafiosa, avvenuto nel mese di maggio u.s., si inserisce in un contesto più ampio nell'ambito di uno scontro per acquisire il "controllo" degli appalti e di altre attività illecite tradizionali con altre organizzazioni mafiose che si confrontano in un'area comprendente anche la parte settentrionale della provincia di Siracusa di cui si dirà più avanti;
onel triangolo Bronte - Maniace - Maletto ove operano principalmente tre organizzazioni una delle quali capeggiata da Montagno Bozzone, oggetto di recente attentato, dettato, verosimilmente, dalla necessità di evitare "invasioni di campo" per il perseguimento di attività illecite.
In definitiva l'estenuante logoramento cui il capo carismatico di cosa nostra nell'area catanese, Benedetto SANTAPAOLA, è sottoposto a causa del protrarsi dello stato di detenzione inizia a registrare allentamenti sull'attività di controllo, potenzialmente produttivi di tensioni, più o meno aperte, non sempre sanabili per via pacifica.

1.e Siracusa
L'ormai consolidata ripartizione delle aree di influenza delle organizzazioni mafiose vede il clan NARDO, diretta emanazione della "famiglia" catanese di "cosa nostra", controllare la zona settentrionale della provincia con epicentro in Lentini, unitamente con i gruppi APARO, TRIGILA e SANTA PANAGIA che, riuniti in una sorta di confederazione sotto la sua egida, si muovono di stretta intesa.
A Siracusa, inoltre, è presente anche il gruppo URSO-BOTTARO, avversario dei predetti gruppi "confederati", che sembra essersi rivitalizzato a seguito della scarcerazione di alcuni suoi esponenti di maggior caratura criminale.
Dall'inizio del corrente anno si sono susseguiti tutta una serie di fatti cruenti, 12 per la precisione, in una realtà territorialmente ristretta quale quella di Francofonte (SR) e Scordia (CT), che fa propendere, ad una prima valutazione, per una ripresa delle ostilità tra i gruppi storicamente avversari dell'area (i NARDO nella zona di Lentini ed i DI SALVO nella confinante zona di Scordia, provincia di Catania) e la contestuale probabile frattura all'interno del clan NARDO per l'acquisizione di posizioni di vertice in seno all'organizzazione, anche in considerazione della perdurante detenzione del capo NARDO Sebastiano e della conseguente progressiva possibile perdita del controllo sui suoi principali luogotenenti in libertà. Si ritiene, tuttavia, di non poter escludere che i contrasti sorti tra il clan NARDO ed i gruppi mafiosi minori che lo compongono, in particolare quello di Francofonte, abbiano nella causale una rilevante componente di carattere economico. Tali contrasti, difatti, potrebbero essere sorti per l'acquisizione del controllo del territorio e del monopolio delle attività illecite, in particolare il traffico delle sostanze stupefacenti e le estorsioni nonché, in prospettiva, di una spartizione delle attività illecite connesse all'aggiudicazione degli appalti pubblici e all'accaparramento dei pubblici finanziamenti nella più vasta area comprendente la zona della provincia di Siracusa e la zona meridionale della provincia etnea.
In definitiva, in questa area, si assiste ad una strutturazione atomizzata dell'organizzazione mafiosa attraverso un'estensione del modello organizzativo-operativo tendenzialmente policentrico, ossia con più cosche che operano simultaneamente sullo stesso territorio, con il lento ma progressivo sfilacciamento del riferimento strategico alla leadership di Nitto SANTAPAOLA.

1.f Messina
La provincia di Messina presenta una situazione caratterizzata da vivaci e complesse dinamiche criminali locali in cui si evidenziano costanti interferenze mafiose di diversa estrazione e provenienza che, tuttavia, non sembrano mirare alla impostazione di un modello di struttura criminale verticistico con competenza su tutto il territorio della provincia. Si registra l'influenza di circuiti malavitosi collegati alla Calabria, anche in funzione di proiezioni verso le zone ad elevata criminalità mafiosa del catanese e del palermitano, contigue a quella messinese.
L'evoluzione organizzativa delle cosche di maggiore spessore esistenti in queste province è sfociata nella direzione di decentrare ampi comparti di attività, sia legali che illegali, cresciute al di fuori del territorio di loro influenza, e di delegare la loro gestione a soggetti criminali di livello inferiore, sottoposti ad un controllo articolato, ma ai quali sono stati lasciati un'ampia autonomia e buoni margini di profitto.
Ne è recente esempio la vicenda di ALFANO Michelangelo, palermitano, che, attraverso investimenti immobiliari a Messina, provvedeva a reimpiegare considerevoli somme di denaro provento di attività illecite di "cosa nostra".
Sotto il profilo più strettamente criminale, l'efferatezza dei recenti fatti di cronaca che hanno interessato il territorio della provincia, l'uccisione del pregiudicato MAURO Carmelo, indicato organico al clan capeggiato da GALLI Luigi, in atto detenuto, capo cosca del quartiere GIOSTRA di Messina e l'uccisione del pregiudicato TRAMONTANA Domenico, indicato vicino al clan GULLOTTI Giuseppe, in atto detenuto, operante nel territorio barcellonese, potrebbero essere prodromici ad una fase di instabilità.
Circa i settori di interesse delle organizzazioni criminali, l'arresto di numerose persone ed il sequestro di significativi quantitativi di droghe confermano la posizione strategica della città per il transito di sostanze stupefacenti.

1.g Caltanissetta
Le più recenti acquisizioni sembrano confermare un drastico ridimensionamento delle organizzazioni mafiose della "stidda", fatta eccezione per Gela, e la conferma che "cosa nostra" è ancora la struttura mafiosa predominante.
La figura di riferimento rimane quella del detenuto Giuseppe MADONIA, rappresentato sul territorio da alcuni latitanti di rilievo di Gela e Mazzarino.
Sono emersi, inoltre, significativi collegamenti con le parallele strutture operanti nelle altre province siciliane, in particolare con quella palermitana.
Si ricorda, a tal proposito, l'operazione in cui è stato appurato che un soggetto originario di Cinisi (PA), ma residente a San Cataldo (CL), costituiva un punto di riferimento per i mafiosi palermitani che lo indicavano come la persona in grado di mantenere i contatti con latitanti del livello di Bernardo PROVENZANO e Salvatore LO PICCOLO. Lo stesso soggetto, peraltro, era stato già indicato da un collaboratore di giustizia come colui che gestiva dei terreni che RIINA aveva in provincia di Caltanissetta.
Particolare attenzione continua a meritare l'area di Gela, teatro in questi ultimi anni di un conflitto interno alla locale "famiglia" di "cosa nostra" che, malgrado l'attuale stato di tregua, non sembra essersi concluso definitivamente con una ricomposizione della frattura.
In tale contesto la "stidda" locale, una delle poche effettivamente operative, al momento collabora con "cosa nostra" dedicandosi, essenzialmente, ad estorsioni e traffico di stupefacenti.

1.h Enna
Nella provincia le "famiglie" di "cosa nostra" godono di una posizione di predominio, tuttavia tra di esse ed al loro interno, permane una frattura che, originatasi nel 1992 in occasione della nascita delle correnti "stragista" e "moderata" che interessò praticamente tutta la Sicilia, ancora adesso costituisce una causa di instabilità che non deve essere sottovalutata.
La figura di riferimento per esse è, come è noto, quella del nisseno Giuseppe MADONIA, certamente autorevole ma, come hanno evidenziato le indagini di questi ultimi anni, non sufficiente per imporre la pace, anche perché gli interessi in gioco - essenzialmente riferiti all'accaparramento delle forniture di conglomerati cementiti e al movimento terra - sono rilevanti.

1.i Ragusa
Nella provincia la struttura mafiosa di Vittoria è quella più importante. Si tratta di un gruppo autonomo "stiddaro" che, però, da lungo tempo è nelle mire di "cosa nostra" che, utilizzando la sua articolazione gelese, tenta di assorbirla.
Da qui e dalle spinte interne dovute ad elementi emergenti, deriva una instabilità permanente che, tuttavia, non ha ancora portato a cambiamenti veramente significativi.
Attualmente, approfittando della situazione di "debolezza" generale nella quale verserebbe la leadership criminale dei CARBONARO - DOMINANTE, alcuni gruppi malavitosi della provincia di Ragusa si starebbero organizzando, in proprio, per la gestione di una serie di attività illecite (estorsioni, traffico di sostanze stupefacenti, ecc.) ricorrendo a metodologie mafiose.
Sotto quest'ottica si inquadrerebbero la recrudescenza, anche fuori dal comprensorio vittoriese, degli attentati incendiari consumati negli ultimi tempi, principalmente a Comiso ed a Scicli, ai danni di commercianti ed imprenditori locali, ed anche gli arresti operati dalle Forze di Polizia nei confronti di persone dedite al traffico di sostanze stupefacenti ed alle rapine.
Nella provincia di Ragusa si è sempre percepita la presenza di "cosa nostra" soprattutto a Vittoria, ove le famiglie di "cosa nostra" hanno acquistato terreni nei quali si realizzano produzioni ortofrutticole che alimentano una delle più floride economie dell'Italia meridionale.
A tale proposito, per ultimo, si rammentano le possidenze immobiliari site fra Vittoria ed Acate e riconducibili a Simone CASTELLO, coinvolto nell'operazione di polizia "Grande Oriente", siccome ritenuto essere "… il contatto riservato attraverso il quale l'entourage dei Madonia di Caltanissetta manteneva i contatti con il boss latitante Bernardo PROVENZANO, di cui loro erano i fedelissimi alleati …"(n.d.r.: come da atto giudiziario).

2. Attività economiche
L'impostazione data a "cosa nostra" da PROVENZANO ha permesso, moderandone la conflittualità interna, di recuperare una buona capacità di coordinamento - a livello provinciale e regionale - tra tutte le "famiglie" dell'organizzazione. Ciò ha restituito a "cosa nostra" la possibilità di sfruttare a pieno quelle che ormai costituiscono le sue risorse economiche principali: lo sfruttamento parassitario delle attività economiche locali, commerciali e imprenditoriali, e il controllo degli appalti pubblici.
Ogni "famiglia", nell'ambito del "proprio" territorio, esercita una asfissiante pressione estorsiva nei confronti di tutte le imprese che colà esercitano la loro attività mentre, in contesti territoriali più ampi - da quello provinciale fino a quello regionale - è l'intera struttura di "cosa nostra" che, coordinando le proprie articolazioni locali, si muove secondo le indicazioni di un'unica regia per pilotare le gare relative agli appalti pubblici in modo da favorire un ristretto numero di imprese.
Il sistema, lo stesso messo a punto quando "cosa nostra" era gestita verticisticamente da RIINA, è cambiato soltanto per quanto riguarda il processo decisionale, che prima, di fatto, era di esclusiva competenza del vertice, mentre ora è il risultato di accordi mediati da PROVENZANO o da suoi rappresentanti di fiducia.
Permane il fenomeno dell'infiltrazione di "cosa nostra" nell'ambito del sistema di controllo nel settore degli appalti pubblici rivolto nei confronti di imprese sia siciliane sia di quelle esterne operanti nella Regione.
La situazione testé rappresentata emerge ogni qualvolta si riesce a condurre a termine una operazione di polizia giudiziaria che abbia ad oggetto esponenti di "cosa nostra" di un certo livello e in tutta la Sicilia si ripete sempre nella stessa identica maniera: le "famiglie" di "cosa nostra" vivono essenzialmente di estorsioni, mentre i loro capi ricercano profitti più sostanziosi nel settore degli appalti, in cui si impegnano a fondo dedicandovi tutte le risorse di cui dispongono.
Da una indagine conclusasi nel mese di marzo di quest'anno è emerso che un gruppo di imprenditori, strettamente collegati a "cosa nostra", per anni ha gestito, praticamente in regime di monopolio, i lavori banditi dall'ANAS - Ente nazionale per le strade - grazie alla complicità di funzionari del Compartimento per la viabilità della Sicilia.
Non ci si può esimere dal sottolineare la grave condizione di permeabilità alla corruzione dimostrata da un così importante Ufficio pubblico, a competenza regionale, che ha consentito ad un ristretto numero di imprenditori di aggiudicarsi con la frode non solo appalti di notevole consistenza, come la realizzazione di opere stradali, ma anche lavori minori come le manutenzioni stradali.
Non meno grave è la sicurezza dell'impunità che pubblici funzionari hanno dimostrato di possedere nell'alterare la regolarità delle gare, sintomo di carenza di controllo; in alcuni casi, relativi ad imprese escluse per carenza di documentazione, in sede di perquisizione degli Uffici oggetto di indagine sono stati addirittura rinvenuti i documenti che erano stati dichiarati mancanti.
La stessa sicurezza nel gestire la spesa pubblica privilegiando interessi di parte è un dato che è emerso anche in una indagine condotta a Trapani e conclusasi nel mese di aprile di quest'anno, ove è risultato che il sindaco e alcuni consiglieri comunali formavano un gruppo che, di fatto, decideva autonomamente in materia di appalti senza curarsi di rispettare neanche l'apparenza formale dell'osservanza della normativa che regola la materia.
In tal modo un appalto relativo al funzionamento estivo di asili nido era stato affidato, direttamente con una delibera, ad una cooperativa facente capo ad un politico che nel 1998 era stato sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere perché indiziato di aver costituito un comitato di affari con imprenditori e affiliati alla "famiglia" mafiosa di Vincenzo VIRGA.
Casi di commistione tra pubblici funzionari, imprenditori e mafiosi - che si risolvono nella costituzione di gruppi affaristico/criminali in grado di gestire la spesa pubblica con criteri che nulla hanno a che vedere con il pubblico interesse e, tanto meno, con la libera concorrenza - sono dati che emergono in indagini che abbiano ad oggetto interessi di "cosa nostra" nel campo imprenditoriale.
Nella zona di Cinisi, Terrasini, Carini, Torretta e Partinico è stato accertato che i capi mafia locali, tutti collegati a PROVENZANO e al suo gruppo dirigente, sono in costante contatto tra loro e con gli esponenti di vertice, anche se latitanti, allo scopo di definire la spartizione degli appalti.
Nella circostanza è emerso anche un caso di controllo mafioso sulle imprese private che intendono investire in iniziative commerciali. Si trattava della realizzazione di un ipermercato che avrebbe fruttato una tangente di oltre tre miliardi, destinata ad essere gestita dalla "famiglia" che controlla il territorio in cui sarebbe sorto.
Oltre a ciò, ulteriori introiti dovevano provenire dalla partecipazione ai lavori di imprese legate a "cosa nostra", circostanza che avrebbe definitivamente inquinato tutta l'iniziativa imprenditoriale perché dopo una simile commistione difficilmente i mafiosi avrebbero in seguito rinunciato ad interferire nell'attività commerciale vera e propria.
Nella vicenda un ruolo centrale era rivestito da un amministratore comunale di Cinisi, il quale fungeva da elemento di raccordo tra il gruppo imprenditoriale investitore, i mafiosi e l'amministrazione del Comune.
Grazie a questa e ad altre indagini similari condotte nel recente passato, si desume che "cosa nostra" ha ripristinato un elevato grado di controllo sulla imprenditoria edilizia adottando modelli operativi che possono essere diversamente classificati a seconda dei rapporti tra l'organizzazione e le imprese. Queste ultime, infatti, possono essere:
- imprese non collegate a "cosa nostra" e sottoposte ad estorsione;
- imprese gestite da soggetti che operano di intesa con "cosa nostra";
- imprese appartenenti ad esponenti di "cosa nostra".
Gli ultimi due casi, per realizzarsi, richiedono generalmente l'indispensabile apporto di appartenenti alla pubblica amministrazione, una cerniera essenziale tra mafia e imprenditoria senza la quale nessuna manipolazione delle gare d'appalto sarebbe possibile.
La situazione, vista nel suo insieme, è, quindi, quella di un sistema chiuso in grado di intercettare sia gli investimenti pubblici che quelli privati, vuoi mediante l'estorsione pura e semplice, vuoi con la partecipazione diretta ai lavori. Non è raro, inoltre, che le due attività interagiscano tra loro. Con la conseguenza che una rilevante quota delle risorse investite viene sottratta alla realizzazione dell'opera, determinandone una esecuzione non rispondente ai criteri qualitativi stabiliti e la necessità di fare ricorso ad ulteriori e non previsti finanziamenti.
A fronte di questa realtà che interessa varie aree della Sicilia, vi è in prospettiva la prossima realizzazione di una straordinaria serie di opere indispensabili per l'adeguamento delle strutture dell'isola agli standards nazionali ed europei.
Impedire che le ingenti risorse destinate allo scopo vengano disperse - anche solo in minima parte - e finiscano per costituire causa di illecito arricchimento per "cosa nostra" e per gli imprenditori ed i pubblici funzionari che la contornano, costituisce oggi una sfida di cui lo Stato non può non cogliere l'importanza per due motivi fondamentali.
Il primo motivo ed anche il più ovvio, è costituito dalla necessità di mettere a disposizione dell'economia nazionale le strutture indispensabili per il suo sviluppo. Si tratta, naturalmente, di strutture la cui realizzazione non può essere rallentata e che, una volta terminate, devono rispondere in tutto e per tutto agli scopi cui sono destinate.
La presenza mafiosa, come è noto, comporta infinite dilazioni sia in sede decisionale, ove interferiscono le complesse mediazioni necessarie per conciliare interessi particolari divergenti, sia in sede di esecuzione dei lavori, che procedono a rilento non solo perché vi partecipano anche imprese mafiose non sempre adeguatamente attrezzate, ma anche a causa dei rifinanziamenti resi necessari dalla dispersione di parte dei capitali inizialmente stanziati. Dispersione che é dovuta alla corruzione, ai pedaggi estorsivi, all'esecuzione di lavori antieconomica o tecnicamente inadeguata.
Il secondo e forse più importante motivo, è costituito dal fatto che, se "cosa nostra" fa affidamento sul drenaggio di danaro pubblico destinato alla realizzazione delle prossime grandi opere per risollevarsi definitivamente, riuscire ad impedirle di realizzare il suo progetto potrebbe significare creare l'occasione per farla precipitare in una delle più gravi crisi che abbia mai conosciuto.
Oggi "cosa nostra" mantiene la sua caratteristica di struttura monolitica soltanto perché guarda al domani e soffoca come può le diatribe interne, ripromettendosi nuova ricchezza sotto la guida di capi che invitano alla pazienza e a mantenersi uniti.
Se le attese dovessero andare deluse, alle "famiglie", che si troveranno a dover contare solo sulle estorsioni e sui proventi di reati comuni, verrebbe a mancare il motivo per cui fino ad ora hanno cercato di salvaguardare la compattezza dell'organizzazione a scapito della propria autonomia. La conseguenza sarebbe quella di uno sfaldamento dell'organizzazione e l'inizio di una fase in cui l'assenza di una guida unitaria, ormai delegittimata dal fallimento, ne diminuirebbe sensibilmente l'efficienza e, probabilmente, anche la impermeabilità alle investigazioni.

3. Collocazione a livello internazionale
In più occasioni si è espressa la convinzione che il progetto di rigenerazione di "cosa nostra" dovesse necessariamente comprendere anche la riconquista di una significativa collocazione internazionale.
In presenza di un processo di globalizzazione capace di investire tutti gli aspetti della società mondiale, non sembrava pensabile che proprio "cosa nostra" potesse essersi rassegnata a diventare una marginale periferia criminale, specie dopo essere stata l'organizzazione che della sua straordinaria capacità di muoversi a livello transnazionale aveva, già negli anni '70, fatto lo strumento per assumere un ruolo chiave nei grandi traffici illeciti, dal contrabbando di tabacchi lavorati esteri al traffico di stupefacenti.
Del resto erano stati rilevati alcuni segnali abbastanza significativi come, ad esempio, il transito per la Sicilia del contrabbando di tabacchi lavorati esteri con il coinvolgimento di strutture locali riconducibili all'organizzazione mafiosa.
Adesso alcuni elementi oggettivi consentono di prendere in considerazione - sia pure con le debite cautele - la possibilità che "cosa nostra" si stia ritagliando un ruolo internazionale tanto importante quanto evoluto; un ruolo di struttura finanziaria in grado di attivare e controllare una pluralità di attività illecite - condotte materialmente da organizzazioni criminali italiane e straniere che agiscono raccordandosi tra loro - servendosi della medesima struttura che negli anni passati essa ebbe ad utilizzare per gestire la parte finanziaria dal contrabbando di tabacchi lavorati esteri e dal traffico di stupefacenti e cioè i trasferimenti di denaro, il riciclaggio e i reinvestimenti.
Le attuali indagini aventi ad oggetto il contrabbando di tabacchi lavorati esteri hanno posto in luce il ruolo chiave di personaggi, residenti in Svizzera, che gestiscono la parte finanziaria su cui poggia l'intera attività. Questo ambiente riconduce alla mafia siciliana, in quanto alcuni dei più importanti uomini che vi appartengono in passato riciclarono diversi milioni di dollari ricavati dal traffico di stupefacenti realizzato lungo l'asse "cosa nostra" italiana - "cosa nostra" americana.
Anche gli ambienti prettamente criminali coinvolti nel contrabbando riconducono a "cosa nostra", in particolare vanno emergendo coinvolgimenti di camorristi che a suo tempo erano organicamente inseriti nella organizzazione mafiosa siciliana.
Ci si riferisce a tempi ormai lontani, ovvero agli anni '70, quando la creazione di un cartello criminale nazionale consentì ad organizzazioni siciliane, campane e calabresi di coordinarsi per gestire vantaggiosamente proprio il contrabbando di tabacchi lavorati esteri. Anche in seguito l'appartenenza a "cosa nostra" di gruppi camorristi è stata strettissima, al punto che la spaccatura avvenuta agli inizi degli anni '80 tra "corleonesi" e "perdenti" si è riprodotta anche in Campania. Inoltre gli stessi gruppi camorristi hanno continuato ad operare in sintonia con i mafiosi siciliani fino ad arrivare al 1991, quando "cosa nostra" intervenne per appianare i contrasti insorti tra il clan GIONTA ed altri due gruppi napoletani organizzando una riunione a Roma alla quale hanno partecipato, contattati dalla famiglia NUVOLETTA, personaggi del livello di Mariano AGATE e Leoluca BAGARELLA.
Dati i precedenti e i possibili legami che le risultanze investigative lasciano intravedere non si può, pertanto, escludere che "cosa nostra" abbia un ruolo in questo ritorno al contrabbando di tabacchi lavorati esteri delle grandi organizzazioni criminali.

4. Studi analitici
È stato prodotto un lavoro avente ad oggetto la criminalità organizzata nelle provincie di Caltanissetta, Enna e Ragusa con cui si è inteso elaborare un quadro analitico della criminalità di stampo mafioso in queste province siciliane utilizzando materiale informativo estratto da fonti investigative e giudiziarie.
Si è cercato di conseguire lo scopo di offrire una quanto più possibile completa ed organica visione del fenomeno focalizzando l'attenzione, non solo sulle singole specifiche manifestazioni delittuose, ma soprattutto sulle organizzazioni criminali in quanto tali, con l'obiettivo di analizzarne i punti di forza, la struttura organizzativa, gli interessi illeciti, le alleanzee i possibili sviluppi.

B.Camorra
Nel semestre in esame, la camorra, pur mantenendosi attiva in ogni settore dell'illecito, registra una sensibile riduzione di conflittualità tra le sue componenti, desunta soprattutto da una concreta diminuzione di fatti cruenti.
Le attività illegali classiche, estorsioni, usura, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti e riciclaggio, sono perseguite senza soluzione di continuità.
Un'incessante ed attenta attività di contrasto ha, tuttavia, consentito di infliggere durissimi colpi alle organizzazioni campane implicate nel contrabbando di tabacchi lavorati esteri con l'arresto di personaggi di primissimo piano impegnati in questo traffico, tra i quali figurano affiliati ai clan AVAGLIANO, SARNO e MAZZARELLA e lo smantellamento di essenziali basi operative, sia all'estero e sia in Italia.
Tutta questa attività, se ha consentito da un lato la notevole riduzione del fenomeno del contrabbando in Campania, dall'altro ha spinto le consorterie criminali campane a cercare nuove aree di mercato, in particolare verso il Regno Unito.
La flessibilità e la versatilità dimostrate dalla camorra nell'ambito appena descritto costituiscono uno dei tratti salienti dell'impresa criminale campana; si assiste, infatti, ad un suo forte attivismo nel ricercare sempre lucrosi e nuovi settori di mercato da sfruttare con tutte le sue potenzialità.

Nel dettaglio, nel semestre in esame:
- a seguito dell'emergenza "Mucca pazza", la camorra ha potenziato le sue posizioni nel settore del commercio clandestino delle carni, in particolare quelle bianche (clan FABBROCINO);
- cointeressenze di criminali campani sono emerse, a Napoli, nella gestione delle ambulanze (camorristi collegati all'"ALLEANZA di SECONDIGLIANO");
- forti interessi sono stati riscontrati nel campo del mercato dei fiori, soprattutto nella zona di Pompei (clan CESARANO);
- sono state individuate infiltrazioni nell'ambito della gestione dei parcheggi pubblici (clan CIMMINO);
- i clan campani sono interessati in modo rilevante al racket degli animali. Tale settore, con particolare riferimento alla cinomachia ed alla vendita delle cassette con i filmati dei combattimenti, rende alla camorra circa 1000 miliardi di lire l'anno; i gruppi criminali maggiormente coinvolti sono: BIDOGNETTI, SCHIAVONE, CONTINI, D'ALESSANDRO, DEL PRETE, GALLO, GIONTA, GIULIANO, LANGELLA, MALLARDO e PUCA.
Di particolare rilevanza si è rivelato il consolidato interesse della camorra nel settore dell'illecita raccolta, trasporto e smaltimento di rifiuti, fenomeno che riguarda ormai l'intero territorio regionale. In tutte le province campane sono stati realizzati significativi sequestri di siti di scarico abusivi, ove sono state reperite notevoli quantità di rifiuti tossico-nocivi.
La situazione ha raggiunto il suo apice a seguito della recente emergenza derivante dalla saturazione di numerose discariche gestite dalla Regione e della difficile individuazione di nuove aree territoriali da destinare allo scarico dei rifiuti. In tale occasione la camorra ha cercato di dirottare lo smaltimento verso siti privati direttamente gestiti generando gravi situazioni per la salute e per l'ordine e la sicurezza pubblica. Particolarmente attivo in tale settore è il clan dei Casalesi che opera quasi in regime di monopolio in tutte le attività a questo connesse.
Per quanto riguarda l'immediato futuro, è presumibile che la conflittualità tra i clan torni alta in considerazione dei circa 60.000 miliardi di lire che il Governo e la Comunità Europea hanno stanziato per la realizzazione di opere pubbliche nell'intera regione Campania.
Sempre preoccupanti sono, inoltre, le proiezioni fuori regione; in particolare, le numerose operazioni di Polizia compiute nel semestre in esame consentono di affermare che, in alcune regioni limitrofe alla Campania, la presenza dei clan sia ormai diventata stabile e pervasiva, con diretti interessi sul territorio.
È questo il caso della provincia di Latina, ove sono state registrate le presenze dei clan casertani BARDELLINO, IOVINE, SCHIAVONE, e LA TORRE che hanno, con estrema efficacia, imposto nella zona tutte le metodologie tipiche dell'impresa criminale.

1. Situazioni provinciali
1.a Provincia di Napoli
L'attuale situazione criminale nel capoluogo partenopeo è così caratterizzata:
-una minore incisività sul territorio del cartello noto come "ALLEANZA di SECONDIGLIANO", determinata dalla pressante azione delle Forze di Polizia che ha consentito la cattura dei principali capi dell'organizzazione;
-la contrapposizione a questa federazione, con pari intensità, degli alleati gruppi MISSO-PIROZZI e MAZZARELLA;
-il riproporsi di vecchi contrasti tra gruppi locali, riconducibili alla necessità di assicurarsi il predominio nelle rispettive aree di influenza in vista dell'aggiudicazione di appalti pubblici.
La disarticolazione del vertice dell' "ALLEANZA di SECONDIGLIANO" ha comportato la perdita della originaria compattezza della federazione, che ha avuto come conseguenza la diaspora di alcuni gruppi, quali i LO RUSSO, che rivendicavano una maggiore autonomia operativa e decisionale.
La situazione di instabilità degli equilibri criminali che si riscontra nel capoluogo ha coinvolto anche i gruppi cd. minori, che hanno stretto intese operative con l' "ALLEANZA" o con il contrapposto cartello MAZZARELLA e MISSO- PIROZZI.
Nel periodo si è altresì assistito ad un notevole regresso del numero degli omicidi consumati, evento evidentemente riconducibile ad un patto di non belligeranza intercorso tra l'"ALLEANZA di SECONDIGLIANO" e l'antagonista gruppo.
Fluida e preoccupante è la situazione criminale che si registra nella zona di Ercolano, con numerosi omicidi consumati e tentati; in tale area sono presenti i clan IENGO-BIRRA, ASCIONE e COZZOLINO, che devono fronteggiare il tentativo di ascesa di nuovi personaggi criminali.

1.b Provincia di Caserta
Nel casertano, nonostante l'arresto di Francesco SCHIAVONE, la supremazia criminale del suo gruppo non è venuta meno né è stata minimamente scalfita dalle pur importanti operazioni di P.G. che, al momento, hanno prodotto un numero limitato di sentenze di condanna.
Le principali organizzazioni criminali autoctone risultano confederate intorno alle carismatiche figure di SCHIAVONE Francesco e di BIDOGNETTI Francesco, elementi apicali del clan dei CASALESI che, benché detenuti, dettano legge tramite i loro fedelissimi gregari in libertà, tra i quali i più pericolosi sono senza dubbio ZAGARIA Michele ed Antonio IOVINE.
Nella stessa provincia continuano ad operare in modo autonomo i clan LA TORRE (Mondragone), LUBRANO (Alto Matese) ed ESPOSITO (Sessa Aurunca).

1.c Provincia di Avellino
In tale zona le presenze criminali più forti si registrano nella valle Caudina (clan PAGNOZZI), nella valle di Lauro ( gruppi CAVA e GRAZIANO) e nel capoluogo (cosca GENOVESE).
Nel semestre in esame sono stati, inoltre, arrestati numerosi latitanti provenienti dalla vicina provincia napoletana.
Tuttavia, in tale area la situazione generale della criminalità non raggiunge i livelli di intensità registrati nelle province di Napoli, Caserta e Salerno.

1.d Provincia di Benevento
Anche nella zona del Sannio, così come nella provincia di Avellino, la pur stabile presenza sul territorio di clan camorristici non genera fenomeni di particolare allarme sociale.
Le zone maggiormente interessate al fenomeno mafioso sono, oltre al capoluogo (clan SPARANDEO), anche la Valle Caudina (gruppo PAGNOZZI) e Telesina (SATURNINO-RAZZANO).

1.e Provincia di Salerno
L'attuale assetto dei gruppi criminali operanti nel salernitano è caratterizzato da equilibri che appaiono estremamente mutevoli in quanto, anche in questa provincia, hanno fortemente inciso importanti operazioni di Polizia, rese altresì possibili dalle dichiarazioni di influenti capi clan, quali GALASSO Pasquale, LORETO Pasquale e PEPE Mario, divenuti collaboratori di giustizia. Alcuni recenti segnali investigativi lasciano ipotizzare un rinsaldamento delle fila criminali di ex appartenenti alla "Nuova Camorra Organizzata", soprattutto nella zona di Nocera e di Pagani, con in atto un tentativo di realizzare alleanze tra clan, il cui raggio d'azione si sviluppi in differenti zone della provincia.

Le aree territoriali maggiormente interessate dal fenomeno camorristico sono l'agro nocerino-sarnese e la piana del Sele.

2. Studi analitici

Attraverso l'esame della numerosa documentazione giudiziaria e di polizia riguardante l'evoluzione degli assetti dei singoli clan campani, è stato possibile realizzare un quadro di riferimento il più completo possibile su ogni zona della regione ed individuare le proiezioni in Italia e all'estero delle organizzazioni camorristiche.

È proseguito lo studio sui motivi scatenanti le faide tra gruppi contrapposti, attraverso la realizzazione di un elaborato sugli omicidi commessi nella regione, che ha consentito di sviluppare delle ipotesi, suffragate da un'attenta analisi, sull'evoluzione delle alleanze tra cosche e sui futuri e probabili scenari criminali.
Allo stesso modo, è stato intrapreso uno studio analitico sulla situazione del crimine associato nelle province di Avellino e Benevento, che, attraverso specifici approfondimenti sul territorio, consentirà di tracciare un quadro riepilogativo della situazione della locale criminalità organizzata e, contestualmente, di individuare, attraverso le conseguenti investigazioni preventive, gli ambiti di penetrazione del crimine ancora non perseguiti dalle Forze di Polizia.
Sono state, inoltre, realizzate le mappe della criminalità organizzata in Campania che, attraverso una trasmutazione cartografica delle zone di influenza dei clan, risultano di indubbia utilità, da un punto di vista conoscitivo, per tutte le Forze di Polizia territoriali a cui sono state inviate.
Sono state, infine, realizzate due investigazioni preventive, finalizzate l'una a sviluppare notizie confidenziali concernenti alcune situazioni illecite perpetrate nella zona di Caserta e l'altra, in collaborazione con il B.K.A. tedesco, a verificare le infiltrazioni dei clan campani in Germania.

c.'Ndrangheta
Anche nel semestre di riferimento la 'ndrangheta si è impegnata nel perseguire gli obiettivi strategici di medio-lungo periodo fra i quali si segnala, in virtù delle rilevanti opportunità di profitto, l'infiltrazione in settori legali dell'economia per l'impiego in attività imprenditoriali dei capitali accumulati attraverso la gestione in forma organizzata delle attività criminali.
Sotto il profilo strutturale, si riscontra un processo evolutivo verso moduli organizzativi capaci di coniugare le esigenze di centralizzazione delle attività di direzione dei traffici illegali con quelle di mimetizzazione degli stessi, e di minore permeabilità alle investigazioni giudiziarie della struttura criminale. Trasformazione che rende l'organizzazione anche meglio gestibile da parte dei vertici.
La struttura attuale, articolata in mandamenti sul modello dell'organizzazione "cosa nostra", che ha conferito alla 'ndrangheta uno spiccato carattere verticistico è, con riferimento al reggino, già da qualche tempo una realtà mentre, verosimilmente, è ancora in itinere negli altri ambiti provinciali.
Le recenti cronache giudiziarie testimoniano il consolidamento di presidi criminali in aree estranee al contesto regionale calabrese, costituiti da a vere e proprie proiezioni delle famiglie mafiose di origine. Così, tra le principali, in Lombardia, Liguria, Piemonte e Toscana.
Gli attuali standard organizzativi hanno consentito l'acquisizione di ingenti introiti finanziari in grado di sviluppare, accanto ai tradizionali business, attività di natura imprenditoriale, apparentemente lecite, che si prestano a costituire veicoli d'infiltrazione della malavita all'interno del sistema economico.
Una siffatta strategia della 'ndrangheta è quanto mai allarmante, soprattutto nell'attuale fase di sviluppo calabrese nella quale al sistema imprenditoriale privato sono attribuite grandi responsabilità per il progresso dell'economia regionale, considerato soprattutto nel quadro dei cospicui contributi comunitari per il piano pluriennale "Agenda 2000"e con quelli, pure prossimi, relativi alla realizzazione del Ponte di Messina.
Le prospettive di guadagno che ne deriveranno non potranno non interessare le principali famiglie mafiose operanti in Calabria.
Inoltre, l'entità degli interessi per la costruzione del ponte e la particolarità dell'opera, sono tali da far ritenere possibile un'intesa fra le famiglie reggine e "cosa nostra", in vista di una gestione non conflittuale delle opportunità di profitto che ne deriveranno.
Nella regione sta infine assumendo proporzioni rilevanti il fenomeno delle estorsioni in danno dei gestori delle strutture turistico-alberghiere.
Tale tipologia delittuosa, a basso rischio ed alta redditività, nelle sue manifestazioni concrete varia dall'imposizione della guardiania abusiva all'assunzione imposta di soggetti legate alle cosche.
La fenomenologia, oltre a pregiudicare seriamente le possibilità di sviluppo di una delle risorse più rilevanti del territorio, il turismo, consente alle cosche un'attività di proselitismo procurando lavoro stagionale.

1. Situazioni provinciali

1.a Provincia di Catanzaro
Oltre alla conduzione delle attività criminali tradizionali, le cosche operanti nel catanzarese si stanno rivelando molto attive in quelle produttive di cannabinoidi e loro derivati come dimostrano i sempre più frequenti sequestri di appezzamenti di terreno adibiti alla coltivazione della canapa indiana.
La provincia sta sostanzialmente vivendo una sorta di pax mafiosa che testimonierebbe un raggiunto equilibrio nella determinazione dei rapporti di forza e nella spartizione del controllo del territorio.
La situazione è particolarmente evidente nel capoluogo, ove le famiglie locali, da sempre caratterizzate da minori livelli di conflittualità e da più modesti profili organizzativi e strutturali, si limiterebbero a gestire le attività criminali all'interno delle loro aree di pertinenza, senza manifestare ulteriori mire.
Il basso profilo presentato dalle famiglie locali è conseguenza anche della forte influenza che nell'area urbana hanno sempre esercitato famiglie mafiose estranee al contesto provinciale, quali gli ARENA e i MANCUSO che, per la gestione dei loro affari illegali, si sono sovente servite della manovalanza fornita dai gruppi cittadini più consistenti e, per la precisione, dei COSTANZO e dei CATANZARITI.
Anche la zona ionica presenta equilibri ben definiti e bassi livelli di conflittualità, dovuti soprattutto al controllo esercitato, più o meno direttamente, dalle più consistenti e agguerrite famiglie delle province limitrofe: gli ARENA (di Isola di Capo Rizzuto) per la parte nord, ed i RUGA-METASTASIO (di Monasterace) a sud.
Nel lametino, territorio ad alta densità mafiosa, sono presenti, invece, numerose e, sotto il profilo organizzativo, più evolute famiglie che, attraverso una articolata rete di alleanze, aspirano ad assumere posizioni di preminenza su di un territorio caratterizzato da rilevanti interessi economici da tempo determinati anche da localizzazione di grandi imprese che hanno anticipato sul territorio il processo di sviluppo industriale rispetto alle altre zone della Regione.
Questo particolare momento storico rende molto sensibile il settore degli appalti pubblici, in vista del prossimo potenziamento della rete viaria servente la zona industriale di Lamezia Terme e delle opere rientranti nell'indotto aeroportuale, con finanziamenti pubblici in un contesto ove la realtà imprenditoriale risulta essere fortemente infiltrata dalla 'ndrangheta.
Una ripresa della conflittualità interna alla malavita locale, che ha determinato un incremento dei delitti di sangue, sembra inquadrarsi in una strategia di aggressione ideata dalla famiglia IANNAZZO contro i rivali storici GIAMPA'-TORCASIO-CERRA. Contrasti originati da vecchi rancori mai sopiti e dalle aspettative che i primi, molto più evoluti sotto il profilo imprenditoriale, nutrono circa l'imminente impiego in zona di capitali pubblici di rilevante entità.

1.b Provincia di Cosenza
Nella provincia di Cosenza è in atto un nuovo assestamento degli equilibri mafiosi, che si palesa con sempre più frequenti regolamenti di conti fra le diverse famiglie, in ragione di un salto di qualità di queste famiglie, sinora considerate meno organizzate e pericolose rispetto a quelle di altre realtà della Regione.
Tale nuova situazione è stata certamente determinata dalle rilevanti opportunità di guadagno che offrirebbero i relativi appalti in relazione alla ristrutturazione dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria.
Nell'area tirrenica le cosche operano in tutti campi dell'illecito, con una apparente specializzazione in settori di attività ben definiti:
-i MUTO controllerebbero il commercio di prodotti ittici;
-i SERPA-MARTELLO-SCOFANO il racket delle estorsioni;
-i GENTILE ed i FEMIA lo spaccio di sostanze stupefacenti e il mercato dei video-poker.
Le recenti cronache hanno portato alla ribalta la zona di Cassano Ionio, già interessata nel 1999 da una cruenta lotta fra i clan della sibaritide e del cirotano per il predominio del territorio. Ne seguì un breve periodo di tregua, interrotto già sul finire dell'anno 2000.
I nuovi fatti di sangue non si esclude possano innescare una ulteriore spirale di violenza, anche se sembrerebbe trattarsi di episodi riconducibili a contrasti sorti per assicurarsi il monopolio del mercato degli stupefacenti il cui controllo, al momento svolto da gruppi di nomadi stanziali, sembrerebbe essere messa in discussione da alcuni clan emergenti, primo fra tutti quello dei BRUNI.
Le comunità ROM, di sempre più rilevante spessore ed importanza, specie nella sibaritide e nel castrovillarese, risultano riconducibili a specifiche organizzazioni criminali mafiose operanti sul territorio.

1.c Provincia di Crotone
Il territorio si caratterizza per la presenza di famiglie molto agguerrite e potenti, capaci di relazionarsi con le più importanti cosche reggine e di mantenere numerose proiezioni in ambito nazionale ed internazionale.
Ancora si registrano nella provincia di Crotone fatti di sangue riconducibili a regolamenti di conti fra le famiglie mafiose tuttora in cerca di nuovi equilibri, specie nella zona montana e nella fascia ionica, dovuti essenzialmente ad una sensibile diminuzione dell'influenza e del prestigio del clan ARENA.
Anche nel crotonese è particolarmente allarmante la situazione relativa alle infiltrazioni nel settore dei lavori pubblici, per far fronte alla quale è stato costituito un apposito Gruppo di controllo interforze con il compito di monitorare, ricorrendo anche ad attività ispettiva, i cantieri interessati alla realizzazione di opere finanziate con denaro pubblico.
Particolarmente a rischio è l'area circostante il centro di Cirò Marina, ove la cosca FARAO-MARINCOLA, ricorrendo alla pratica dell'interposizione fittizia, avrebbe creato un gruppo di imprese controllate, capaci di aggiudicarsi la quasi totalità degli appalti e sub appalti, compresi i contratti di fornitura.

1.d Provincia di Reggio Calabria
In Provincia di Reggio Calabria la nuova strutturazione della 'ndrangheta in mandamenti è una realtà consolidata, e le cosche sono già operanti secondo i nuovi modelli organizzativi.
La realtà criminale locale, da sempre la più insidiosa in ambito regionale, è degna della massima attenzione in virtù dei già percepibili segnali di infiltrazione nel tessuto imprenditoriale legale, anche e soprattutto in vista dell'imminente destinazione in provincia dei fondi comunitari.
Infatti il porto di Gioia Tauro rappresenta un importante punto di riferimento nell'attività di transhipment a livello locale ed internazionale ed è divenuto, per tale motivo, catalizzatore degli interessi della 'ndrangheta testimoniati dai tentativi di infiltrazioni mafiose nelle attività gestionali delle infrastrutture del porto.
D'altra parte, in ambito provinciale, sono in atto o allo studio, importanti progetti infrastrutturali che determineranno forti flussi finanziari pubblici (ammodernamento della SS 106, canalizzazione delle dighe del Metramo e del Menta, opere infrastrutturali connesse all'area portuale di Gioia Tauro), con il rischio che le nuove possibilità di sviluppo della provincia possano essere frustrate dalle cosche, capaci di operare attraverso il condizionamento delle procedure di gara.
Infine, i fatti cruenti registrati nel semestre, sembrano escludere una riapertura del conflitto armato tra le cosche, atteso che i delitti di matrice strettamente mafiosa troverebbero la loro collocazione in ristrutturazioni interne di gruppi mafiosi o in "regolamenti di conti" legati ad inottemperanze nella gestione delle attività illecite connesse prevalentemente al traffico di sostanze stupefacenti.
La fine dello scontro, infatti, rapportata al diminuito numero degli omicidi rispetto agli anni passati, riconfermerebbe la scelta strategica generale delle cosche reggine protese a realizzare un nuovo sistema di relazioni fondato sulla conservazione degli equilibri esistenti e finalizzato a non attirare più di tanto l'attenzione delle Forze di Polizia.

1.e Provincia di Vibo Valentia
I delitti di sangue si sono mantenuti su livelli definibili fisiologici, tanto da far presumere un raggiunto accordo fra le diverse consorterie in ordine alla spartizione delle zone e dei settori di attività.
Come nel recente passato, rimane arbitro della situazione criminale la famiglia mafiosa MANCUSO, che domina incontrastata sul territorio forte anche dei rapporti di alleanza con le potenti famiglie reggine dei PIROMALLI, MAMMOLITI, RUGOLO, MAZZAFERRO e PESCE.
Anche per Vibo Valentia è viva la preoccupazione relativa alle possibilità di infiltrazione delle famiglie mafiose nel contesto imprenditoriale, in particolare in vista dell'accaparramento dei fondi pubblici ivi destinati.
Fra le opere ad alto rischio vi sono la realizzazione della terza corsia dell'autostrada Salerno - Reggio Calabria, nel tratto S. Onofrio - Serre, e la trasversale Chiaravalle - Serra San Bruno.
Il territorio provinciale, come il resto della Regione, è colpito dal fenomeno estorsivo e da quello usurario. Sebbene il numero delle denunce sia statisticamente irrilevante, il delitto è da considerarsi molto più penetrante ed insidioso di quanto non appaia. L'estorsione, in particolare, risulta strettamente concatenata al rilevante dato degli attentati dinamitardi ed agli incendi dolosi e ben sintetizza un modus operandi della criminalità organizzata foriero di vivo allarme sociale.

2. Studi analitici
Prosegue la realizzazione di una monografia relativa alla 'ndrangheta nella provincia di Catanzaro che, mutuando procedure e modalità di approccio già utilizzate per Reggio Calabria, si concluderà con la stesura di un analogo lavoro. Sul territorio sono in avanzato stato di attuazione gli approfondimenti investigativi scaturiti dal recente elaborato relativo alla presenza delle organizzazioni criminali mafiose in provincia di Reggio Calabria.

D.Criminalità organizzata pugliese
L'analisi della criminalità organizzata operante in Puglia conferma che, anche nel primo semestre dell'anno 2001, la realtà permane piuttosto variegata. In ogni provincia pugliese, infatti, la struttura e le caratteristiche dei singoli clan hanno assunto connotati particolari, diversificandosi sensibilmente, in alcuni casi, da Comune a Comune.
È possibile, così, affermare che in Puglia esistono diverse e numerose "radici mafiose", ognuna delle quali si caratterizza sia in relazione al territorio sul quale insiste sia per i particolari legami stabiliti, nel corso degli anni, con altre consorterie mafiose o gruppi criminali presenti nel resto del territorio italiano.
Negli ultimi anni la regione ha costituito il terreno d'incontro, approdo e scambio tra vari tipi di criminalità, nazionale ed internazionale.
A questo processo di "apertura" a contatti esterni non ha, tuttavia, coinciso (diversamente da quanto avvenuto in altre realtà regionali e con le eccezioni di cui si dirà) un parallelo fenomeno di espansione e consolidamento dei gruppi criminali pugliesi all'estero. Tali consorterie, infatti, sembrano preferire il radicamento sul territorio di origine con proiezioni che hanno portato e portano consistenti gruppi di pugliesi (composti perlopiù da latitanti) a stabilirsi quasi esclusivamente in quei paesi del continente europeo che si affacciano sul Mare Adriatico.
Questi fattori, apparentemente contrastanti, unitamente alle classiche lotte per il controllo del territorio e delle attività illecite, sono le principali cause della moltiplicazione delle numerose cosche di tipo mafioso, quasi una clonazione, attualmente presenti nell'area pugliese.
I gruppi sono connotati dalla ridotta dimensione del numero degli adepti, dal limitato territorio - spesso il comune o nel caso delle città anche il quartiere - e dall'adozione di metodologie e strategie criminali tipiche delle grandi organizzazioni mafiose. Sistematico e diffuso è, ad esempio, il ricorso alle estorsioni.
Questo fenomeno, nelle cinque province, è visibile e desumibile da una serie di specifici e diversificati fattori.
A Bari e Brindisi permane la frammentazione dei vecchi clan contemporaneamente ai contatti con consorterie nazionali ed internazionali.
A Foggia e provincia i clan criminali (le cosiddette "batterie) hanno un forte controllo territoriale - anche se, in genere, limitato all'ambito del comune - mantenuto con l'adozione di tecniche e strategie tipiche mutuate dai grandi clan della Campania.
La situazione di Lecce è in forte evoluzione e può essere riguardata come una sorta di "laboratorio" dell'evoluzione della criminalità pugliese.
La capacità organizzativa ed i contatti con organizzazioni criminali nazionali ('ndrangheta, in particolare) ed internazionali (gruppi albanesi, specificamente per il traffico di clandestini e stupefacenti), nonché l'attuale stato di tregua fra le due più grosse formazioni criminali (i gruppi di Tornese e di De Tommaso) fanno logicamente presupporre l'esistenza di una tendenza al ricompattamento dei clan.
La criminalità organizzata presente a Taranto e provincia non sembra risentire particolarmente di questa situazione, sia perché, storicamente, i clan hanno vissuto in relativa autonomia rispetto alle vicende che hanno coinvolto i restanti clan pugliesi sia perché i vecchi clan, nonostante la penetrante attività delle Forze di polizia, non sembrano essersi del tutto disgregati.
In Puglia si assiste, dunque, all'evoluzione di un fenomeno solo apparentemente contraddittorio: da un lato l'internazionalizzazione degli affari criminali, effetto di un fenomeno di "globalizzazione" che non poteva essere ignorato dal crimine, dall'altro, la contemporanea ritirata strategica, quasi un "arroccamento", da parte della maggioranza dei clan in un più ristretto territorio.
Questi elementi contribuiscono, invero, a far aumentare la tensione all'interno delle cosche criminali, con conseguenti riflessi sulla sicurezza pubblica. Ad amplificare gli effetti di questi fattori di attrito, tuttavia, si aggiungono anche aspetti ulteriori, dal rilievo non secondario.
L'incisiva lotta al contrabbando di tabacchi lavorati esteri, in primo luogo, ha determinato una sensibile diminuzione degli introiti dei clan, con successiva necessità di rivolgersi a forme di illecito sia nuove sia già collaudate. Oltre l'affollato mondo del traffico di stupefacenti, i settori attualmente trainanti sono le estorsioni, la tratta dei clandestini e il gioco d'azzardo.Quest'ultima fattispecie, che si realizza principalmente mediante il cosiddetto "video-poker", è favorita dalla legislazione vigente che non consente alle Forze di polizia di controllare adeguatamente la fitta e florida rete di pseudo circoli ricreativi nei quali la malavita, anche in Puglia, si inserisce facilmente. La tipicità e la particolare organizzazione che sottende a tali affari porta però all'esclusione dal "business" di numerosi clan, con conseguente aumento delle lotte per la primazia dei settori.

1. Situazioni provinciali

1.a Provincia di Bari
Nel periodo in esame, nella città di Bari si è registrato l'inasprimento dello stato di conflitto tra i clan presenti nella città. Tanto nel centro storico quanto nei quartieri popolari, un tempo sottoposti al ferreo controllo delle cosche, il susseguirsi di gravi episodi di sangue testimonia che la fase disgregativa ha innescato una spirale che non sarà semplice arrestare.
Gli omicidi di Rocco SCIANNIMANICO (avvenuto il 14 febbraio 2001), di Nicola Antonio ABBRESCIA (avvenuto il 6 aprile 2001), tra i cui esecutori era stato indicato anche CAPRIATI Francesco (a sua volta oggetto di un agguato mortale avvenuto il 29 giugno 2001), come quello dell'alto numero di tentati omicidi e, nella fattispecie, quello di Cosimo LARASPATA (verificatosi lo stesso giorno dell'omicidio ABBRESCIA), unitamente ad altri consimili episodi, confermano l'acceso stato di rivalità tra clan, dovuto alla definitiva deflagrazione delle alleanze ed alla conseguente lotta per il predominio dei quartieri cittadini.
A contendersi la piazza del quartiere centrale del Capoluogo pugliese sono il gruppo dei CAPRIATI, da una parte, e quello degli STRISCIUGLIO, dall'altra.
Perfino nel quartiere Japigia, un tempo dominato dal gruppo criminale di PARISI Savino, l'unico che appare relativamente saldo in quanto non colpito da defezioni e da incontrollabili lotte intestine, si sono verificati gravi episodi delittuosi.
Sparatorie e ferimenti avvenuti, nel corso del semestre, in quella zona di Bari, infatti, sembrano dimostrare che il tentativo di autonoma espansione nel settore degli stupefacenti del pregiudicato MONTI Domenico - già personaggio di spicco del clan CAPRIATI e poi di quello STRISCIUGLIO, dal quale pure si è staccato - ha ricevuto una risposta dal clan di PARISI Savino.
Il tentativo del MONTI se, da un lato, testimonia un indebolimento del clan PARISI nel quartiere Japigia (situazione oggettivata anche dalla recente operazione "blue moon", che ha portato all'arresto di 70 su 113 sodali, e dalla successiva cattura del noto PALERMITI Eugenio, braccio destro di PARISI Savino detto "Savinuccio"), dall'altro difficilmente potrà riscuotere fortuna, stante la permanenza di una sproporzione di mezzi, affiliati e fiancheggiatori tra i due gruppi.
Basti dire, al proposito, che le recenti indagini di polizia hanno messo in luce l'effettiva permanenza del PARISI alla testa del suo clan, nonostante lo stato di detenzione. In tale condizione, anzi, sembra che lo stesso PARISI Savino sia riuscito a colludere con esponenti politici della locale amministrazione pubblica.
La perdurante forza del clan PARISI è dovuta in gran parte ad una complessa organizzazione interna, che prevede la ripartizione territoriale tra i vari luogotenenti, l'assistenza dei detenuti, un sistema di tassazione dei profitti ottenuti dai vari gruppi ed anche un efficace sistema sanzionatorio interno.
Eguale capacità di sopravvivere alle vicende giudiziarie che possono colpire i sodali è stata dimostrata dai clan barlettani. Superata l'originaria contrapposizione, i gruppi - SPERA-LATTANZIO da una parte e CANNITO dall'altra - si sono coalizzati dando vita ad un'unica associazione mafiosa finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, alle estorsioni e ad altri traffici delittuosi. Il sodalizio farebbe capo a CANNITO Cosimo Damiano, LATTANZIO Ruggero e a MATTEUCCI Antonio.
Nella provincia si registra, comunque, una situazione alquanto allarmante, sia per la persistenza di numerose bande criminali dedite a rapine e ad altri traffici delittuosi, sia per il diffondersi del consumo di droghe, ecstasy in particolare, nonché per il rinvenimento di piantagioni di papavero che hanno fatto presumere la presenza di raffinerie in zona.
A Trani, in particolare, opererebbe un gruppo assai attivo nei traffici e nello spaccio allargato di stupefacenti, incentrato sulle figure di CONVERSANO Sabino e LAPENNA Giuseppe.
Continua ad attrarre il guadagno garantito dal traffico del contrabbando, tanto che tra Polignano a Mare e Conversano è stato individuato un nuovo ed attrezzatissimo gruppo, dotato di radar, centrali radio, gommoni ed autovetture, facente capo a COLELLA Vito Modesto e composto da altre venti persone.

1.b Provincia di Brindisi
La criminalità organizzata brindisina, sotto la continua e pressante azione delle Forze di Polizia e a causa dei perduranti conflitti interni, appare profondamente divisa. Nell'ultimo periodo importanti operazioni di polizia, culminate con l'arresto dei noti PRUDENTINO Francesco e DI EMIDIO Vito, hanno contribuito a ridimensionare ulteriormente l'organizzazione criminale della provincia.
Le consorterie, peraltro, risultavano già scisse nei gruppi dei "Mesagnesi" e della "nuova sacra corona libera".
La collaborazione con la giustizia di D'AMICO Massimo e di CINIERI Massimo, considerati personaggi emergenti del sodalizio dei "Mesagnesi", fa sì che la situazione brindisina sia sottoposta a forti tensioni interne, anche se, attualmente, la medesima situazione, con una sorta di diarchia, rappresentata da Antonio VITALE e da Massimo PASIMENI, facilita il controllo dell'organizzazione.
Per cercare di sopperire ai minori introiti, dovuti alle difficoltà di approvvigionamento di tabacchi lavorati esteri scaturite dall'azione di contrasto, i clan hanno aumentato i loro traffici nel settore degli stupefacenti e nelle armi da guerra. Il porto di Brindisi sembra uno dei principali punti di attracco dove far sbarcare le mercanzie, caricate dentro containers provenienti dai porti greci o albanesi.

1.c Provincia di Foggia
La situazione della provincia di Foggia è caratterizzata da una forte presenza di organizzazioni criminali, le maggiori e più pericolose delle quali sono insediate nell'area garganica, a Foggia, San Severo e Cerignola. Con una recente analisi, sono state ricostruite genesi, attività e metodologie esecutive della criminalità locale.
Nel Capoluogo dauno, ove la cosiddetta "società foggiana" può contare su circa 120 affiliati, si registra, anche in concomitanza della scarcerazione di alcuni vecchi esponenti della locale consorteria, una ripresa delle attività estorsive ed un incremento degli incendi dolosi.È a Cerignola, tuttavia, che si registra la situazione più allarmante.
Oltre che una forte incidenza della delinquenza comune, dedita particolarmente ai furti di autovetture (i c.d. "cavalli di ritorno") ed alle rapine, nel cerignolano è attivo il sodalizio denominato "TADDONE", con a capo Leonardo DI TOMMASO. Questo clan, allo stato, detiene il controllo di tutte le attività illecite, in primo luogo delle estorsioni e del traffico di stupefacenti. Alcune attività info-investigative fanno ritenere che il clan stia altresì cercando di partecipare a gare per l'appalto di lavori pubblici, tramite ditte legate a personaggi legati al DI TOMMASO.
Anche nel comune di San Severo, dopo il ritorno di alcuni personaggi di spicco della criminalità locale, si è registrata un'impennata del numero delle estorsioni e dei furti di autovetture. I vari gruppi criminali presenti nel territorio non hanno trovato un accordo di convivenza: per questo l'attuale fase di tregua potrebbe precipitare nel momento in cui si restringeranno le attuali risorse del mercato illecito.
L'area garganica è da considerare ad alto rischio per la sicurezza pubblica. Oltre al continuo arrivo di clandestini, che ha indotto le Autorità locali ad allestire campi permanenti di accoglienza, l'aspetto allarmante è il rinfocolarsi, nella zona di Monte Sant'Angelo, della faida decennale e mai sopita tra il clan "ALFIERI-PRIMOSA-BASTA" e quello dei "LIBERGOLIS". La ripresa delle ostilità è stata contrassegnata da un triplice omicidio, avvenuto in località Sannicandro Garganico, di appartenenti al clan "ALFIERI-PRIMOSA-BASTA".

1.d Provincia di Lecce
La criminalità organizzata operante a Lecce non ha ancora trovato un equilibrio interno nonostante alcuni segnali di avvicinamento tra i maggiori clan della zona, quello di DE TOMMASI e dei TORNESE. Un agguato avvenuto a Surbo il 13 marzo u.s., di cui sono rimaste vittime il pregiudicato NEGRO Fabrice ed un ignaro passante, ha sottolineato la perdurante conflittualità esistente fra il gruppo VINCENTI di Surbo - collegato ai PELLEGRINO di Squinzano e ai PERRONE di Trepuzzi - e quello DE TOMMASI-TOMA di Campi Salentina.
Nella zona nord orientale della provincia salentina, con epicentro in Monteroni, ha ripreso forza, soprattutto nel settore degli stupefacenti, il clan TORNESE, nel quale ha assunto un ruolo direttivo TORNESE Angelo. Quest'ultimo è fratello di quel Mario che continua ad essere il capo riconosciuto della famiglia criminale.
Anche per il sodalizio TORNESE si può affermare che la semplice detenzione, lungi dall'essere elemento destrutturante del vincolo associativo, non costituisca nemmeno un ostacolo insormontabile per influire sul territorio e per dirigere disparate attività criminali. È in tal modo che, secondo le indagini, sarebbe stato ordito un violento attentato dinamitardo nei confronti di MARTELLA Claudio, fratello di Salvatore, collaboratore dissociatosi dai TORNESE.
Nonostante il ripetersi di simili episodi conflittuali, peraltro limitati ad un ristretto territorio della provincia leccese, alcuni particolari casi, allo stato ancora sotto esame, fanno ritenere che i vertici dei clan salentini (di cui fanno parte esponenti di organizzazioni mafiose emergenti) stiano cercando di dar vita ad una nuova entità criminale eliminando, di fatto, quel che attualmente rimane della cosiddetta "nuova sacra corona unita".
La ripresa del racket delle estorsioni con relativo impiego di esplosivo, le rapine ai danni di tabaccherie, gioiellerie ed istituti di credito perpetrate con la tecnica dello sfondamento, sono tutti indicatori della particolare vitalità dei clan mafiosi in questa zona della Puglia.

1.e Provincia di Taranto
La provincia tarantina attualmente sembra la meno esposta a fenomeni di conflittuale recrudescenza della criminalità organizzata. Nella provincia jonica i risultati ottenuti dal punto di vista investigativo e giudiziario hanno permesso di colpire le vecchie consorterie mafiose. Dopo le scarcerazioni, avvenute nell'anno passato, di alcuni elementi della criminalità jonica ritenuti esponenti di primo piano, tuttavia, la situazione relativa alla sicurezza pubblica sembra aver subito un deterioramento.
Nel periodo in esame, infatti, si sono verificati una serie di attentati dinamitardi, a danno di esercizi commerciali, che indubbiamente indicano la ripresa delle attività del racket delle estorsioni ed il tentativo di alcuni sodalizi di riconquistare il controllo del territorio, anche attraverso l'esercizio dell'usura.
La criminalità organizzata presente a Taranto e provincia è, tradizionalmente, legata alla 'ndrangheta. Per questo si può ipotizzare che l'attuale fase, nella quale si registrano attentati finalizzati alle estorsioni e contemporaneamente una relativa pax tra i gruppi, possa anche essere il frutto di una strategia finalizzata a garantire ai calabresi maggiore tranquillità nella conduzione di alcuni illeciti affari, in particolare il traffico degli stupefacenti e la tratta dei clandestini.
Meritevole di riflessione, inoltre, è il ruolo che la confinante Basilicata continua a ricoprire non solo negli interessi delle cosche tarantine - ed, in specie, di quella degli SCARCI - ma anche per le mafie di altre regioni. Di recente, infatti, è emerso che un piccolo Istituto di credito, la "Banca di credito cooperativo della Val Melandro", sita in Satriano di Lucania, si sarebbe sistematicamente prestata a riciclare il danaro e ad altre operazioni illegali, anche a favore di appartenenti a note cosche mafiose.

2. Contrabbando di tabacchi lavorati esteri
Le indagini di polizia hanno già da qualche tempo attestato che il contrabbando di sigarette è un settore da sempre gestito interamente dalla criminalità organizzata. L'acquisto presso le multinazionali del tabacco, tramite società d'intermediazione, lo stoccaggio in paesi esteri, i pagamenti effettuati mediante finanziarie e banche estere situate in Paesi "non particolarmente attenti" al fenomeno, l'introduzione nel territorio italiano (e, attraverso di esso, anche in quello europeo) con relativa commercializzazione controllata anche nella vendita al dettaglio ed, infine, il reimpiego e riciclaggio delle somme avviene sotto lo stretto controllo delle cosche.
Nuova luce su questi affari è stata fatta da recenti e complesse indagini. Particolare rilievo, al proposito, si deve attribuire all'arresto del campano CUOMO Gerardo: tolto dalla scena uno dei cardini dei grandi traffici internazionali, non è escluso che, a seguito della sua estradizione dalla Svizzera verso l'Italia (avvenuta il 29 giugno scorso), le Forze dell'ordine riescano a sfruttare questo "vantaggio di posizione" per ottenere ulteriori utili elementi conoscitivi.
Anche se non esistono rigide compartimentazioni, l'organizzazione del contrabbando può essere analiticamente descritta come divisa in due grandi settori:
- uno relativo alla complessa organizzazione di cui necessitano tutte le tipiche operazioni materiali del contrabbando (stoccaggio, trasporto, commercializzazione, ecc.);
- l'altro, strettamente indispensabile al primo, concerne tutti quegli aspetti inerenti alla costituzione di società fittizie, di intermediazione, di raccordo e di utilizzo di "know how" finanziario-criminale necessari per gestire la grande liquidità ricavata dal traffico.
In relazione allo stoccaggio dei tabacchi lavorati esteri, finalizzato alla successiva vendita ed introduzione in territorio italiano, sono stati preferiti i Paesi che si affacciano sull'Adriatico come il Montenegro, la Macedonia e l'Albania. Di recente, tuttavia, è stata registrata una modificazione di tale tendenza, che ha portato i contrabbandieri a guardare anche all'Olanda, alla Grecia, a Cipro.
Stanno variando, inoltre, le modalità di introduzione dei carichi di sigarette, utilizzando antiche rotte e metodologie: si torna a sbarcare tabacchi lavorati esteri sulle coste calabresi e siciliane, si adotta il sistema della spola tra la costa e la madre nave ancorata al largo ("contrabbando extraispettivo").
È anche aumentato il flusso di tabacchi lavorati esteri introdotti mediante autotreni, viaggianti in regime TIR, e containers che transitano attraverso gli spazi doganali ("contrabbando intraispettivo"), utilizzando documentazioni false o contraffatte.
Il problema del riciclaggio e contemporaneamente del reinvestimento dei guadagni illeciti è, attualmente, di primaria importanza per tutte le associazioni criminali. L'imminente introduzione dell'euro induce ed obbliga, infatti, a disfarsi dei depositi nelle valute dei singoli stati europei.
Anche in questo caso sono utilizzati sia metodi classici, come l'acquisizione di immobili o di esercizi commerciali, sia metodologie meno conosciute, come l'acquisto di metalli pregiati (l'argento in particolare).
Per gestire i complessi traffici connessi al contrabbando i gruppi criminali, in altre parole, hanno necessità di potersi avvalere di una sofisticata "cabina di regia", che deve provvedere a:
- costituire società d'intermediazione internazionali, la cui funzione esclusiva è quella di tramite fra i produttori internazionali di sigarette ed i titolari di licenze d'importazione rilasciate in paesi non appartenenti all'Unione Europea;
- instaurare rapporti ed intese con esponenti politici governativi extraeuropei;
- creare una rete di subconcessionari che, acquistati i tabacchi lavorati esteri dai titolari delle licenze, li rivendano ai gruppi contrabbandieri. Questi subconcessionari, in realtà, sono solo un ulteriore filtro frapposto all'identificazione del titolare della licenza principale.
L'ipotesi che si va delineando è che, al massimo vertice del grande traffico contrabbandiero, non vi siano tanto gli esponenti della criminalità organizzata pugliese, quanto quelli, ben dissimulati, delle altre consorterie mafiose meridionali.
Il dato che sembra in questa sede più rilevante è, perciò, l'apparente mancanza di conflitto fra organizzazioni attualmente dedite al contrabbando, soprattutto in considerazione delle forti difficoltà che i trafficanti oramai incontrano nella "rotta balcanica" e sui normali mercati europei. In questo contesto sembra, dunque, potersi ragionevolmente inscrivere anche la strategia che ha portato alcuni gruppi a rivolgersi al mercato cinese, come testimoniano i consistenti sequestri di TABACCHI LAVORATI ESTERI di quella provenienza effettuati negli scorsi anni.

3. Studi analitici
Nel semestre in esame, come programmato, è stata completata e pubblicata l'analisi "I latitanti della criminalità organizzata pugliese arrestati fuori provincia", svolta su richiesta della Direzione Nazionale Antimafia.
L'elaborato è stato finalizzato all'accertamento di eventuali legami e connivenze con gruppi criminali presenti nelle altre regioni italiane e ricostruisce i contatti che i latitanti di origine pugliese hanno instaurato in località diverse dalla Puglia. Sono in corso approfondimenti investigativi sul territorio.
Durante questo periodo sono state programmate ed avviate due nuove analisi.
La prima riguarda la ricostruzione degli attuali legami tra fasce della criminalità organizzata pugliese ed alcuni tipici clan mafiosi.
La comprensione di tali legami è ritenuta cruciale per ricostruire con coerenza un quadro attuale della criminalità pugliese. Recenti risultati investigativi sembrano, invero, dare forza alla tesi secondo la quale ingenti affari criminali, ed il reinvestimento dei relativi profitti, possano essere il frutto di una sorta di unitaria cogestione con altri sodalizi di tipo mafioso.
Alcuni spunti logico-investigativi, emersi nel corso dell'analisi sulla criminalità leccese, hanno, poi, consigliato di focalizzare l'attenzione su quei settori economico-finanziari maggiormente interessati ai grandi flussi di danaro provento del contrabbando. Il lavoro, ancora in fase primitiva, è finalizzato non tanto ad un semplice monitoraggio del settore ed al contrasto del fenomeno del riciclaggio, quanto, soprattutto, a far emergere eventuali infiltrazioni mafiose in delicati settori dell'economia locale.
A proposito dei proventi del contrabbando, in una recente analisi "Criminalità organizzata ed economia illecita nel Distretto della Corte d'Appello di Bari", si sottolinea che solo una minima parte degli enormi proventi dell'economia illecita, e del contrabbando in particolare, viene destinata all'investimento ed all'accumulo. Nell'ambito dell'elaborato sono stati individuati alcuni settori dell'economia legale a maggior rischio d'infiltrazione, ed è stato rilevato che parte di questi settori sono sotto il controllo delle organizzazioni mafiose, grazie alla liquidità a costo zero ed al potere intimidatorio di cui i clan mafiosi dispongono.

E. Criminalità organizzate straniere
1. Premessa
L'immigrazione legale, ma soprattutto illegale, ha generato un nuovo e ricco "business", al quale sono correlate altre attività illecite, tra le più importanti, il traffico delle persone nelle due forme del trafficking e dello smuggling, ed un'incentivazione del traffico di armi, tutte attività nelle quali sono inseriti, a titolo più o meno organizzato con criminali indigeni, gruppi malavitosi stranieri.
L'azione di contrasto svolta nel suo complesso in questo primo semestre, ha confermato che questi gruppi criminali esteri non sono presenti incidentalmente ed occasionalmente sul nostro territorio, ma lo sono in forma stanziale ed organizzata, specialmente quelli che si pongono quali referenti delle organizzazioni albanesi, dei paesi dell'ex URSS, cinesi e nigeriane.
Più nel dettaglio, per quanto riguarda il traffico di clandestini:
- i nigeriani hanno consolidato modalità autonome di ingresso, generalmente per piccoli numeri di persone, attraverso il transito da altri Paesi europei dell'area Shengen;
- i clan provenienti dai Paesi dell'ex blocco sovietico, dopo essersi in origine appoggiati agli scafisti albanesi, sempre più spesso scelgono ora rotte autonome sfruttando i numerosi servizi di autolinee sorti numerosi in questi ultimi anni;
- i cinesi sperimentano spesso sinergie comuni con gli albanesi, almeno per l'accesso finale nel nostro Paese dal lato del canale di Otranto, non tralasciando tuttavia la tradizionale rotta balcanica, con il necessario apporto delle organizzazioni dei "passeur" slavi;
- gli albanesi si sono perfezionati nel ruolo di "traghettatori", sempre più professionali, dei più disparati gruppi etnici, dai già ricordati cinesi, agli afghani, ai pakistani, ai curdi, ed in genere dei migranti euro-asiatici.
Nel "business" del traffico dei clandestini, in particolare dei curdi, si è inserita ormai da tempo anche la criminalità organizzata turca, che provvede a gestirne il flusso attraverso le cd. "carrette del mare", privilegiando per lo sbarco in Italia le coste pugliesi e, sempre più spesso, quelle calabresi.
Nel settore dello sfruttamento sessuale alla gestione sostanzialmente monopolistica degli albanesi per la prostituzione "bianca" e dei nigeriani per quella "negra", si aggiunge, pur in forma ancora contenuta, quella di matrice cinese, non più esclusivamente rivolta a propri connazionali ma con aperture al mercato esterno: la Lombardia e la Toscana sono le regioni ove inizialmente si è evidenziato il fenomeno.
Nel traffico di stupefacenti le consorterie criminali straniere, in particolare gli albanesi ed in parte i nigeriani, provvedono alla fase più delicata delle attività connesse ai collegamenti con i produttori ed al trasporto a livello internazionale, rispettivamente di grandi quantitativi i primi, di piccoli carichi i secondi. È peraltro comprovato, da tempo, il collegamento stabile con le organizzazioni criminali italiane da parte delle consorterie albanesi, che fungono da fornitori, mentre generalmente i nigeriani appaiono lavorare in autonomia nel ciclo che va dal trasporto allo spaccio.
Il grande traffico di armi, è sicuramente appannaggio dei soggetti criminali provenienti dai Paesi dell'ex blocco sovietico, così come le ultime operazioni di polizia hanno dimostrato, ed il nostro Paese, per la sua posizione nel Mediterraneo, costituisce un'ottima base logistica e gestionale di tali traffici, tesi sostanzialmente ad armare le opposte fazioni dei vari conflitti regionali, specialmente nei continenti africano ed asiatico. Per altro verso il traffico di armi posto in essere dagli albanesi tende a rifornire soprattutto i gruppi criminali presenti sul nostro territorio.
Il reinvestimento di denaro di dubbia provenienza, infine, vede molto attivi sia i