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"La mafia è
stata derubricata dall'agenda degli argomenti rilevanti, al suo posto
è subentrata la lotta all'immigrazione". Così ripetono,
ciascuno esponendo i dati delle proprie ricerche, i relatori presenti
alla giornata di studi intitolata "le mafie dalle società
locali all'economia-mondo", del 7 marzo scorso. A dire il vero
la conferenza, tenutasi nel nuovo auditorium universitario catanese, ha
deluso i pochi partecipanti, segno non solo di come sia difficile ascoltare,
ma soprattutto parlare di mafia oggi. Perché oggi più di
prima? "Perché - risponde Umberto Santino, cofondatore insieme
a Peppino Impastato del Centro Siciliano di Documentazione sulla mafia
(CSD), - terminati quegli anni poco trasparenti in cui democristiani reciclati
come Leoluca Orlando ottenevano consensi plebiscitari, gli anni di tangentopoli,
nessuno si è più posto il problema mafia. E' emerso nei
mass-media solo come conseguenza delle stragi eccellenti; ora la cosiddetta
mafia ha capito che le conviene fare affari in silenzio, senza sangue,
è così che quello che viene indicato come il nuovo capo-mafia,
Badalamenti, da esecutore di brutali omicidi è diventato un soggetto
con un ruolo politico ed economico".
La mafia
non è un fenomeno statico né etnico né, tantomeno,
un bisogno di protezione, come scrive Gambetta in un saggio delirante
pubblicato dall'Einaudi. La mafia è un gruppo di persone che condividono
interessi economici e si servono della violenza militare per praticare
l'estorsione a fini accumulativi. Aggiunge Santino: "Oggi sfruttano
i finanziamenti europei come il piano Agenda 2000 per investire e reciclare
il danaro sporco ma non è questa la cosa peggiore, il peggio è
che agiscono indisturbati. La mafia non è più una parte
chiamata a collaborare negli affari, come accadeva fino a dieci anni fa,
quando l'andreottiano Lima a Palermo faceva da intermediario fra istituzioni
e "cosa nostra" prima di essere ammazzato. La mafia oggi condivide
gli affari con chi presiede le istituzioni e queste stanno sempre più
deregolamentando e depenalizzando gli atti con cui la mafia stessa si
arricchisce", (leggi: impossibilità di verificare il falso
in bilancio delle società e di svolgere indagini internazionali
servendosi delle rogatorie).
Sul territorio la mafia si è ibridata, ha cioè stipulato
patti con i gruppi criminali, est europei e africani, ai quali ha affidato
i "compiti più umili" quali lo spaccio, il traffico di
immigrati e lo sfruttamento della prostituzione. Il 50% delle donne che
si prostituiscono in Sicilia sono sotto il controllo delle mafie estere,
il traffico della marijuana è totalmente gestito dai clan albanesi
mentre la mafia locale si dedica, in fatto di stupefacenti, alla cocaina,
droga molto più redditizia che negli ultimi anni ha inondato la
Sicilia come mai. Prostitute e spacciatori al minuto frequentemente non
sono però organici alla criminalità organizzata, sono uomini
e donne immigrati che vendono la propria vita ai clan per pagare il prezzo
della traversata. E' questo uno dei modi non solo di speculare sulle vite
a fini estortivi, ma di perpetuare il controllo sul territorio.
Durante la conferenza gli altri intervenuti, Paola Monzini, sociologa,
Rocco Sciarrone, ricercatore dell'università di Torino, e Stefano
Becucci, dell'universita di Firenze, snocciolano dati come se leggessero
un verbale di questura senza tentare alcuna analisi, fatto che ancora
una volta tristemente dimostra come l'università italiana da nord
a sud sforni in buona parte degli ultra-specializzati incapaci di guardare
oltre il proprio naso.
Tocca a Umberto Santino e a un giovane studente di Caltagirone, Ivan,
sollevare i dubbi su questioni fondamentali. Come convivono la mafia e
l'economia del mercato globale?
Santino ricorda alla platea come le mafie est-europee e russa co-gestiscano
in Medio Oriente gli interessi per gli oleodotti insieme alla multinazionale
Arbusto della famiglia Bush, società che si muove nell'ambito delle
risorse energetiche e di cui Bin Laden era socio fino a qualche anno fa.
Questo non è che uno dei dati più eclatanti a testimoniare
la connivenza, se non l'identificazione, tra interessi mafiosi ed economia-mondo.
Vuol dire che capitalismo e mafia sono legati dalle stesse pratiche, oltre
che dagli stessi fini? "L'uso della violenza coercitiva a fini accumulativi
è sicuramente un elemento accumunante così come lo sfruttamento
dell'economia finanziaria, che consiste nel muovere denaro virtuale, rende
quanto meno invisibili le differenze", - risponde Santino, tra le
facce sbigottite dei relatori ignari e un moto di fastidio del moderatore,
il professore Luciano Granozzi. "La mafia qui in Italia agisce indisturbata
e invisibilmente perché c'è una complessiva convergenza
di interessi economici e politici tra lei e chi siede al governo, che
si serve di Dell'Utri come luogotenente.".
Non dice altro l'unico studioso di mafie presente in sala. Nessuno accenna
neanche di sfuggita alle collusioni pericolose di alcuni esponenti politici
che attualmente siedono ai posti di comando nelle giunte locali e regionali,
confermando quella che è la tendenza attuale: una sostanziale,
colpevole e quotidiana rimozione dell' "inconveniente mafioso"
dall'attenzione della cosiddetta società civile.
online marzo 2002
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