CATANIA-PROVINCIA DELLA TRINACRIA
La mafia gli ha ucciso tre fratelli, lui è cognato di un altro caduto della criminalità organizzata, zio di un ragazzo suicida perché non ha retto all'omicidio del padre, ma non trova ancora pace, anzi denuncia che la sua famiglia, in mezzo a tante difficoltà, è sotto il tiro della criminalità che non gli ha perdonato la scelta di collaboratore di giustizia e le Istituzioni non fanno nulla. Piergiorio Pantano, 49 anni, catanese, torna all' "attacco" con una sorta di "testamento" e sono parole "dure" per tutti.
Chi è oggi Piergiorgio Pantano?
"Sono un uomo sepolto dai ricordi, sepolto all'oblìo del tempo, che incommensurabilmente e lentamente cancella, affossa, annienta".
Come vive Piergiorgio Pantano?
"Oggi, Piergiorgio Pantano vive in una dimensione intimistica. Io, a giro, vado, di buon mattino, in una qualsiasi parrocchia della città, possibilmente al centro per muovermi meglio e il mio rapporto, il mio confronto con il Padreterno, a cui ispiro tutta la mia condotta e da cui attendo grazia e misericordia".
Di recente, hai denunciato tutta una serie di fatti che ti riguardano. Cosa è successo negli ultimi anni?
"Non ho mai rilasciato interviste a qualcuno. Ho preferito vivere nel silenzio, nell'anonimato, rifuggendo da ogni pubblicità, da ogni protagonismo, da ogni situazione anche velleitaria, nel senso di impormi all'attenzione del pubblico, della gente, per quello che è stato, in passato, il mio forte impegno, riconosciuto impegno sociale, civile politico, a difesa dell'oppresso. E' stata una mia scelta, in cui ho passato anche momenti intensi e dolorosi di depressione e anche di confronto con me stesso, una specie di introspezione, di autoanalisi interiore, che mi ha portato alla conoscenza vera del mondo nel quale viviamo, perfido, squallido, dove ruotano uomini, ominicchi e quaquaraquà e altri, secondo la teoria del nostro amato Leonardo Sciascia. Mi riferisco anche, quindi, al conflitto interiore di ogni uomo, nel quale ognuno si dibatte e ognuno cerca di riuscire a non affossare e dare sempre prima il suo contributo alla dignità piuttosto che alla miseria umana."
Come sei arrivato ad oggi? Puoi raccontare i passaggi principali della tua vicenda?
"Io voglio semplicemente dire che io accetto anche questo, di andare incontro ad un destino ineluttabile, che non ho mai scelto, ma non mi manca il coraggio, perché il coraggio lo può avere solamente chi ha vissuto veramente il senso pieno della vita e ha coraggio e non viltà anche di affrontare la morte. Montale diceva una 'malattia dalla quale ci si libera"
Tu ha sottolineato più volte i problemi della tua famiglia. Cosa ti sta più a cuore?
"Certamente loro, perché ho un grosso dilemma. In questo momento ho una crisi di coscienza, ho un travaglio interiore, indicibile come quello che Gesù Cristo passò ai Getsemani, che è questo. Io oggi ho riconosciuto uno dei miei aggressori, quello che in particolare ha tentato di rapinarmi e che insieme ad altri mascalzoni mi ha pure provocato delle lesioni".
Quando è successo?
"Durante la festa di S.Agata. Quale oltraggio alla nostra martire, a Sant'Agata. Proprio nel giorno di Sant'Agata, in cui si è accomunati dalla devozione e dalla fede".
Cosa hai subito?
"Ho subito una tentata rapina e un'aggressione proprio perchè pentito. Specifico che io non sono pentito"
Come fai ad essere così sicuro?
"Furono le frasi che mi furono rivolte proprio dai miei aggressori".
Cosa ti hanno detto?
" 'Pentito, cornuto sbirro, ancora 'ca si…'Mi hanno malmenato e rapinato, infatti non ho più trovato il borsello. E' stato il sei febbraio di mattina, seguente al cinque, festa sacrale di S'Agata, ai giardini pubblici della Villa Bellini, sui gradoni dove io mi ero riposato perché stanco di questa nottata"
Come lo spieghi questo ennesimo atto contro di te?
"Questo è un atto di spocchia e di volgare mafiosità, rispetto ad altri episodi anche di amor proprio nei miei confronti. Comunque, sono sottoposte ad indagini di polizia mie denunce. Io ho denunciato delle aggressioni in passato, prima di questa. Questa è l'ennesima, in cui tra l'altro, per mia fortuna e per loro sfortuna, ci sono stati anche agenti di polizia o in borghese o in divisa che hanno constatato effettivamente che i fatti sono accaduti."
Ritorna, quindi, questa storia del pentito. Tu sei stato un pentito di mafia?
"No, io non sono stato affatto un pentito di mafia, né temevo di pentirmi, perché io sono stato un collaboratore di giustizia trattato alla stregua di pentito, sottoposto a regime di protezione, in località protetta, in località nella quale anche ho subito, perchè solo e forestiero, ostilità ambientale."
A quando risalgono questi fatti della protezione. Fino a quando sei stato collaboratore?
"Lo sono stato dal '93 al '97, quattro anni pieni."
Perché è finita?
"Devo dire che di questo io ho cercato sempre di farmene una ragione. Non ho mai ricevuto un provvedimento, una carta scritta, su cui fare un appiglio anche legale, amministrativo"
Te l'hanno tolta e basta?
"Sì, senza darmi alcuna spiegazione. Comunque, qualsiasi cosa io avessi potuto mai compiere e deliberatamente, coscientemente, compreso che so, qualsiasi efferato delitto, ai termini del codice penale, non meritavo di essere restituito a quegli stessi carnefici, che sono quelli, a volte impuniti purtroppo, che hanno commesso e commettono omicidi esecrabili, che ripugnano a ogni coscienza umana".
Come si vive da collaboratore di giustizia?
"In quel periodo, devo dire che ho vissuto con molta solitudine perché io mi sono ritrovato come collaboratore di giustizia a vivere una mia dimensione personale rispetto ad altri pentiti, collaboratori, ma pentiti di mafia, per quello che era il mio bagaglio politico, culturale, umano, spirituale. Ad esempio, io ricordo che nel posto dov'ero, in uno dei tanti posti dove sono stato trasferito, a destra e manca, come un pacco postale, sempre al Nord e all'estero, io ero privo anche di poter avere anche una minima relazione umana, affettiva, che era quella che io cercavo, bisognoso di affetto, proprio di amore, bisognoso di sentire l'interagire umano, bisognoso anche di salutare un ragazzo, di sorridergli, di avere una ragazza, di fare un gesto di cortesia ad una donna, ad una persona, per quello che è la mia sensibilità interiore, di amor proprio del prossimo, per quello che sono stati i valori ai quali sono stato anche da piccolo educato, la scuola, anche precedentemente il seminario. Questi valori purtroppo sono stati cancellati perché dovevo vivere da blindato".
La racconti una giornata da collaboratore. Come vivevi?
"Blindato, sotto sorveglianza per andare a fare la spesa. Girare per la piazza, per il paese, senza potersi allontanare, tranne previa comunicazione. Preferivo leggere libri filosofia, di pedagogia, di psicologia"
Se tornassi indietro, lo rifaresti?
"Se in questo momento io fossi il solo ed unico testimone di un grave delitto che potrebbe ripugnare, dal più piccolo al più grave, ogni coscienza umana, nonostante tutto e credendo in quella che è l'essenza stessa dello Stato, nel valore che io dò allo Stato, nel senso pieno e totale di ciò che è la giustizia, la legge, la libertà, i valori supremi, indissolubili, io lo rifarei, ovviamente con la certezza di essere trattato con rispetto".
Che rapporti ci sono fra questa tua scelta e la vicenda della tua famiglia? Tu denunci che la tua famiglia è ridotta sul lastrico…
"Non solo sul lastrico. Ad esempio, io per sostenere la parte civile contro malavitosi, figli e parenti di uomini d'onore, con tanta di condanna dei miei aggressori, mi riferisco ad una non lontana aggressione dalla quale ho subito anche la frattura del braccio destro, ho dovuto impegnarmi in prima persona, pagando gli avvocati.".
Oggi, come vive la tua famiglia?
"Oggi la mia famiglia sopravvive, non vive, vegeta. Noi siamo esposti realmente ad incombente e impunito gravissimo rischio di un attentato, come accaduto il 17 novembre del 2001 quando mia sorella ha denunciato una grave intimidazione di malavitosi, per un danneggiamento seguito ad un incendio della propria autovettura e dell' abitazione, rimanendo terrorizzata lei e un ragazzo di dodici anni, che è un orfano di padre, Chiarenza Clemente che fu rapito ed ucciso e trovato.. Il figlio di Chiarenza, Enrico, tentò poi il suicidio perché disperato e rimase quattordici lunghi mesi in un lettino dell'ospedale 'Vittorio Emanuele', clinica chirurgica toracica, facendo piangere, dopo quattordici mesi, tutto il personale, medico e paramedico, riducendosi a scheletro fra atroci agonie, perché aveva bevuto acido muriatico. Anche questo suicidio è stato ispirato dalla mafia".
E tua madre come vive?
"Mia madre vive nel timore che possa capitare qualcosa e non vede l'ora di potercene andare in un altro posto diverso dall'ambiente in cui abitiamo, che è tra l'altro un ambiente ostile. Io da tre mesi, dal 17 novembre, io non ho nessun rapporto con il quartiere in cui abito, perché subisco la solidarietà omertosa e l'immotivata ostilità ambientale, che si legge anche nel mancato saluto, che passa anche nella paura e vigliaccheria di non avere a che fare con noi perché si può anche avere il rischio di ritorsioni per chi fa questo".
Ma secondo te, cos' è la mafia?
"La mafia è la negazione di ogni diritto umano, specie quella che ammazza, che butta nel dolore centinaia di famiglie come la mia. Catania, negli anni passati, ha visto cadaveri non eccellenti, ma nessun cadavere è eccellente, perché ogni cadavere è una vita, ogni vita va rispettata, senza categorie. Quello è paragonabile solo alle esecuzioni che si facevano nei campi di Auschwitz, tanto è vero che anche i miei fratelli sono morti in un modo orribile e spietato. A esempio, Rosario fu ammazzato con un colpo di rivoltella alla testa".
Di quegli anni che ricordo hai?
"Di quegli anni terribili ho un ricordo che è quello delle centinaia di morti, dei morti che hanno colpito la mia famiglia in successione, Rosario con un colpo di pistola alla testa nell'81, Carmelo rapito, sequestrato a Bronte e dilaniato dai cani nell'86 e il 1 novembre del '93 Francesco in un agguato."
Che Catania era quella e che Catania è oggi, secondo te?
"Quella era una Catania troppo violenta. Oggi, Catania è infida, meschina, ipocrita, egoista. Mi colpisce l'amarezza di quanto squallore, quanta viltà umana c'è e copre ognuno di noi, specialmente coloro che sono i responsabili della città e preposti all'ordine pubblico. Giorni fa ho sentito Berlusconi in televisione: diceva che l'essenza stessa, la legittimità di questo Stato, la democrazia di questo Stato, sta in questo che lo Stato garantisce il diritto alla vita dei propri cittadini, tutela la vita e la sicurezza dei cittadini. Questo non viene affatto assolutamente adempiuto da parte dei responsabili dell'ordine pubblico nei confronti della mia famiglia, che è mandata al macello, con rischio gravissimo incombente che possiamo essere ammazzati da un momento all'altro".
Tu hai parlato di viltà. Puoi fare un esempio?
"Ad esempio, io ho scritto al sindaco Scapagnini, ho scritto anche alla signora, mettendo anche una lettera di mio nipote di dodici anni. Nemmeno a quella si è commossa, nemmeno una telefonata. Dico poi: la stessa difesa che è stata fatta per mafiosi eccellenti, mandati a casa perché malati, per ragioni umanitarie, non si applica a me per lo stesso spirito umanitario, cioè per darmi la protezione. Ad esempio, ho letto recentemente dell'assoluzione di Ercolano. Per gli stessi fatti, per le stesse accuse di pentiti, lui è stato assolto e un suo coimputato condannato. Ora dico all'avvocato Antonio Fiumefreddo, garantista, ma non dei miei diritti: se si presentasse il signor Ercolano a Palazzo degli Elefanti, come lo chiamerebbe, come avvocato o come amministratore assessore? C'è da tener conto che questa giunta è parte civile in processi di mafia e che lo stesso sindaco Scapagnini è sottoposto a sorveglianza e protezione perché minacciato dalla mafia. Lo chiedo pubblicamente."
A quante persone ti sei rivolto finora?
"Ho indirizzato una lettera, dopo il fatto criminale di novembre, a varie autorità. Qualcuno ha risposto, per esempio Nello Musumeci, l'Arcivescovo con il quale ho un rapporto privilegiatissimo. Mi sono rivolto anche al Tribunale europeo per i diritti del cittadino, che ha fatto delle denunce che obiettivamente mettono in guardia le autorità del fatto che io e la famiglia possiamo subire ulteriori attentati e danni. Viene chiesta soprattutto per mia sorella il riconoscimento di vedova e vittima della mafia, senza categoria a,b o c ".
Questi fatti, secondo te, possiamo configurare una persecuzione?
"E' una persecuzione nel senso che, se anche appaiono dei casi sporadici, distinti nel tempo, alla fine hanno un denominatore comune, che è quello del fatto che una parte di malavitosi non sopporta l'idea che io possa avere una vita normale, possa circolare, possa vivere perché collaboratore di giustizia"
Tu cosa chiedi?
"Io chiedo, come è stato fatto con lettera, anche a diverse autorità cittadine, al Procuratore della Repubblica, al signor Prefetto e al signore Questore, la tutela di tutta la mia famiglia."
Tu da collaboratore di giustizia quali danni eventuali hai provocato alla malavita?
"Io sono stato testimone d'accusa contro Nitto Santapaola nei processi riguardanti i miei fratelli, peraltro altri se ne devono fare, a quanto mi risulta. Poi, io sono stato citato all'aula bunker di Rebibbia per altri due procedimenti a carico di altri e anche altri interrogatori che non riguardavano i fatti dei miei fratelli. Mi hanno convocato, sempre in misura di prevenzione e ho dato delle spiegazioni."
In termini generali cosa hai rivelato?
"Io ho dato una traccia sostanziale per quelli che erano i motivi e anche le responsabilità degli omicidi dei miei fratelli. Poi, ho detto delle cose che riguardavano l'apparato amministrativo-politico della città e altre cose."
Quali aspetti dell'apparato amministrativo?
"Qualche collusione fra qualche amministratore e persone anche della malavita organizzata".
Ha rimpianti per quello che hai fatto nel passato?
"Non no rimpianti, nemmeno quando ho fatto del bene, allora ho detto: 'cui prodest?', a chi serve questo bene averlo fatto, se poi dall'altra parte c'è l'ingratitudine Non questo. Posso morire anche nella serenità di non avere fatto male davvero"
Tu hai minacciato azioni eclatanti. Che intenzioni hai?
"Io intanto aspetto che l'autorità agisca di conseguenza con l'adempimento del dovere istituzionale, che è quello di proteggere tutta la mia famiglia e me in particolare. Poi, metterò in atto proteste clamorose e qualcuna anche imbarazzante per qualche autorità. Farò parlare i giornali della città e anche nazionali. Tutta la mia famiglia scriverà al Capo dello Stato e allegherà, all'interno nella busta indirizzata al Capo dello Stato, tutte le carte d'identità di noi familiari, perché se questo tipo di Stato non ci tutela, non tutela la vita soprattutto di chi è indifeso, non merita la nostra cittadinanza".

sebastiano greco

Il "testamento" di Piergiorgio Pantano, vittima della malavita e collaboratore di giustizia
"Lo Stato ha abbandonato la mia famiglia"

di Marco Benanti

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