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Nello
Scuto: l'ombra del riciclaggio dietro il "re del supermarket"
siciliano
LA MAFIA SBARCA IN BORSA
CATANIA- Sebastiano "Nello" Scuto, ovvero un po' come dottor
Jekil e Mister Hide. Sul conto del "re dei supermercati" i quesiti
e i dubbi aumentano.
Già, perché la domanda che anni rimbalzava sotto l'Etna
è semplice, forse troppo semplice: come
fa un piccolo imprenditore a diventare, supermercato dopo supermercato,
ipermercato dopo ipermercato, proprietario di un impero della grande distribuzione,
fatto di 43 megastrutture e 126 negozi affiliati in mezza Sicilia per
cinquecento miliardi di fatturato l'anno? Tutta "farina"
dell'esperto uomo d'affari, dell'ennesimo "self made man" in
salsa siciliana? Tutto merito dell'arte di quella "razza" di
imprenditori che a Catania si difendono la propria ricchezza, a volte
troppo repentina per essere vera, a fronte delle migliaia di fallimenti
di aziende strangolate dalle banche e dalla mafia, con il solito motto:
"quello che ho l'ho ottenuto con il mio saper fare"? Un quesito
al quale, dopo decenni di sussurri e sospetti, la magistratura inquirente
ha dato la sua risposta, ora da vagliare in sede processuale: Scuto si
sarebbe avvalso della forza "di persuasione" del clan mafioso
dei Laudani "mussi di ficurinia", il "braccio armato"
di Nitto Santapaola, per fare la sua scalata sociale ed imprenditoriale,
raggiunta con il contributo, notevole anche questo, della "malapolitica".
Un impero, quindi, gestito grazie e per conto della mafia. Lui, il re
del supermarket alla catanese, ha, però, negato tutto: "sono
vittima della mafia, non un colluso" ha sostenuto Scuto. Ha ammesso
di aver pagato il "pizzo", di essersi sottomesso al racket
delle estorsioni il "patron" dell' "Aligrup", ma null'altro
che il solito clichè dei "condizionamenti ambientali"
già divenuti famosi una decina di anni fa, dopo la celebre sentenza
del giudice Russo sui "cavalieri del lavoro" e le loro storiche
"connivenze" con la mafia catanese.
Tutto "vecchio", allora? Un uomo che vuole fare impresa, "dare
lavoro" come si dice da queste parti, deve "necessariamente"
scendere a patti con la criminalità organizzata, pena l'impossibilità
di realizzare il suo "sogno" di buon padre di famiglia, all'insegna
del paternalismo di chi aiuta i mille e trecentocinquanta dipendenti se
qualcuno deve sposarsi e li sprona la domenica quando gioca la "Puntese",
anche questa una "questione di cuore" come recita una brochure
stampa. Questo paternalismo, nello stesso tempo, prevede l'assenza dei
sindacati negli stabilimenti, è "condito" di pii sentimenti
di "assistenza" ai bisognosi, persino, contribuendo a missioni
dell'Unicef, per quelli del Terzo Mondo. Credono poco, però, a
questa versione rassicurante, per lui naturalmente, sia in Procura (per
la verità in pochi) che fra gli investigatori, che lo accusano
di essersi rivolto alla mafia per eliminare rapinatori e altri "disturbatori",
per non parlare di chi conosce l'aria che tira da sempre nell'impresa
etnea. Nessuna lo ammette ufficialmente, ma sono davvero in pochi a credere,
negli ambienti imprenditoriali, alla tesi della "vittima", non
fosse altro perché si tratterebbe davvero di una "vittima
sui generis".
Più fonti convergenti, confermano, infatti, l'intenzione maturata
da Scuto di quotare in Borsa il suo "gruppo": un'operazione
in grande stile, che affiancava l' "Aligrup" al gotha dell'imprenditoria
siciliana. Un procedimento complesso quello per arrivare a Milano: chi
lo vuole fare deve passare attraverso la cosiddetta "riclassificazione"
di bilanci e contabilità, che devono anche passare sotto la lente
di ingrandimento di una società di revisione e soprattutto della
Consob, la commissione di controllo della Borsa. Controlli in serie, quindi,
da non temere troppo forse, dall'alto di una posizione di quasi "intoccabile",
tanto da essere arrivato al consiglio di amministrazione della "Despar
Italia".
C'è dell'altro, però: mentre era già maturato questo
progetto, nello stesso tempo Scuto teneva un atteggiamento diametralmente
opposto a chi ha una solidità finanziaria da fare impallidire:
si lamentava, infatti, per presunti problemi e difficoltà economiche.
Un "pianto greco" da cui erano arrivate per conseguenza voci
di una possibile vendita degli ipermercati. Un'indiscrezione quella delle
lamentele del "patron dei supermercati".
E' stato Pietro Agen a ricordarne i primi passi di Scuto nell'impresa
che conta. Una "persona alla mano", che, ventuno anni fa, lo
accolse nel suo minimarket, in una via centrale di San Giovanni La Punta.
"Ricordo che era un ambiente molto piccolo -continua Agen- pochi
metri quadrati, con un tenda che copriva la finestra: era murata, in quel
periodo, perché aveva ricevuto minacce" Giura, comunque, sulla
estraneità a "certi giri" di Scuto l'ex direttore della
Confcommercio. "Tutti quei centri commerciali li ha costruiti -spiega-
non li ha acquistati". Troppi soldi? "No, è una crescita
razionale in venti anni -prosegue Agen- tutto diversa da ben altri fenomeni
di improvvisa espansione commerciale sui quali noi abbiamo avuto subito
sospetti, come nel caso di Grossmarket
" Stando ai fatti, quindi,
Scuto avrebbe già ricevuto minacce negli anni Ottanta, poi a partire
dagli anni Novanta sarebbe cominciata la "scalata" che avrebbe
dovuto avere come gradino ultimo la Borsa di Milano.
Ma c'è dell'altro: l' "Aligrup", a sentire gli amministratori
giudiziari, sarebbe al 70% di proprietà di una società straniera
e come in un gioco di scatole cinesi, questa società sarebbe di
proprietà di un'altra società al 70% e così via controllando
e
.probabilmente riciclando per conto dei "Laudani". Già,
il dubbio, tutto da verificare, viene, perché le sedi delle società
sono "paradisi fiscali", come il Lussemburgo. L'ultimo "anello"
della scalata, dopo anche il solito accordo spartitorio del mercato con
la "S7" di Salvatore Conservo, sarebbe l'approdo nel regno degli
"off shore".
Il quadro si chiude, quindi: un "clichè arlacchiano"
sostiene lo storico Tino Vittorio, rifacendosi a quanto sostenuto da Pino
Arlacchi nel suo famoso libro sulla mafia imprenditrice, sulla criminalità
cioè che usa la violenza e la piega alle ragioni del mercato. "Questo
è un tipico caso arlacchiano -dice Vittorio- sempre che sia vera
la strategia accusatoria del sostituto procuratore Marino e invece, l'imprenditore
non sia vittima della mafia". Di tutt'altro avviso, Mario Centorrino,
l'economista dell'Università di Messina. Per Centorrino quello
di Scuto, sempre con i dovuti riscontri processuali, si può accostare
al classico fenomeno dell'imprenditore che entra in un rapporto di "dare
e avere" con la mafia, senza essere lui stesso un rappresentante
organico a Cosa Nostra, come nel caso di fabbriche che esistono sulla
carta, ma che nella realtà sono "scatole vuote", da utilizzare
per altre funzioni illegali. Uno strumento per "farsi strada",
quindi, l'appoggio delle cosche. Per Centorrino, il caso di San Giovanni
la Punta sarebbe, quindi, un "deja vù", ma non di "stampo
arlacchiano".
E' stato allora, Nello Scuto una "lavanderia"? Anche questo
quesito dovranno rispondere i magistrati della Procura, già in
passato alle prese con "arricchimenti improvvisi"ed "esplosioni
commerciali" di tutto rispetto, da quella di Giovanni Cannizzo, un
imprenditore apparentemente "fuori dal grande giro" ma accusato
per anni, senza alcuna conclusione definitiva, dalla Procura di aver riciclato
mille e seicento miliardi per conto del clan Santapaola alla più
recente, quella riguardante il cavaliere Sebastiano Pappalardo, davvero
un vecchietto arzillo, tanto attivo da crearsi in pochi anni un impero
nel settore della distribuzione di carburanti, anche lui oggetto delle
attenzioni dei magistrati etnei. Che dire poi delle "scatole cinesi"
che sono emerse dalla tragedia del "Mulino Santa Lucia", costata
la vita a due operai? Un interrogativo aperto, quindi,
E con la politica che rapporto aveva Scuto? Ufficialmente lontano dalle
logiche del potere, anzi fustigatore della "politica nemica dell'impresa",
il "re dei supermercati" viene indicato come persona vicina
nelle idee al centro-destra, ma, nello stesso tempo, disponibile anche
a fare affari con persone vicine al centro-sinistra. "Come spiegare
altrimenti -aggiunge Agen- il suo investimento in una ditta di computer
con il fratello di Berretta, ex assessore di Bianco?" Affari su affari,
quindi, senza guardare troppo a chi stava dall'altra parte.
Sullo sfondo della "dinasty" di Nello Scuto, resta, poi, il
quadro generale davvero a tinte fosche di San Giovanni La Punta. Non sono
da dimenticare, infatti, le recenti denunce dell'ex sindaco, Salvatore
Allegra: "sta tornando il vecchio
" disse Allegra nel '98,
proprio nel periodo dell'ascesa di Santo Trovato. Parlò chiaro
l'ex primo cittadino di San Giovanni La Punta, poco disponibile ai maneggi
e varianti per gli "amici", anche con i magistrati della Procura.
Frequentazioni "pericolose" quelle dell'entourage di Trovato,
secondo Allegra, in particolare con collegamenti risalenti alla famiglia
"Laudani", in occasione della campagna elettorale. Un clima
davvero pesante, come denunciato anche dall'avvocato Mario Brancato. Tremila
i voti -dicono i bene informati- della cosca sul tavolo politico, un sostanzioso
"pacchetto" per diventare primo cittadino nella "tornata"
del '99, in cambio naturalmente di favori in serie: Allegra non ne volle
sapere
Scenari inquietanti, quindi, in un "feudo" storico della Democrazia
Cristiana, con all'attivo già uno scioglimento per mafia del consiglio
comunale nel '93, dove i "Laudani" da semplici "comprimari"
della mafia catanese hanno messo radici ben solide, soppiantando il vecchio
clan di Giuseppe Pulvirenti " 'U Malpassotu". Sono lontani i
tempi del massacro, nella sua macelleria di Canalicchio, del patriarca
Santo Laudani: da quel delitto, nell'estate del 1990, perpetrato nella
loro zona, la parte nord di Catania, la cosca ha fatto "progressi",
dopo l' "avvio" legato alla cura degli ovini. Un'ascesa da cosca
di periferia a clan dominante in gran parte dei comuni pedemontani, dove,
sono stati trovati veri e propri arsenali da guerra, con tanto di kalashnikov
e bazooka. Una "carriera" scandita da minacce e sangue quella
dei "Laudani", con una predilezione particolare per le estorsioni,
ma anche per gli omicidi, come quello eclatante di Serafino Famà,
penalista di fama, ucciso nel centro di Catania, nel novembre del 1995
perché ritenuto "troppo indipendente" nelle strategie
processuali. Oggi, malgrado numerose operazioni "Ficodindia",
il clan è ancora vivo sia dal punto vista militare che finanziario,
frutto di traffici illeciti di ogni tipo, compreso un racket del "pizzo"
esteso a tappeto e che non ha risparmiato nemmeno un "galantuomo"
come Scuto.
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Memoria
storica:
Quando scoppio' il caso Scuto, o meglio, la miccia del "caso Catania"
(ecco cosa si scriveva a pochi giorni dall'arresto del re dei supermercati)
a
cura di Marco Benanti

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