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"Gli
ultimi cinquanta anni sono passati sulla struttura fisica di Catania con
gli effetti devastanti di un terremoto alla rovescia, trasformandola dalla
piccola ma riconoscibile città di provincia che era in un informe
agglomerato di edifici nella cui crescita è impossibile ravvisare
un qualsiasi segno di nuova identità urbanistica".
In queste poche righe, poste all'inizio della prefazione scritta da E.D.
Sanfilippo in "La città e i piani urbanistici 1930-1980";
si coglie uno degli aspetti più sconvolgenti che caratterizzano
la Catania contemporanea.
Una
città che è cresciuta molto velocemente in una continua
proliferazione di tessutiedilizi, privi di riferimenti culturali che non
solo hanno saturato ogni spazio vuoto interno della città, ma ha
coperto per addizione successiva, tutto il territorio circostante, finoasaldarsi,
ai comuni limitrofi, creando un'area urbanizzata che è almeno il
quadruplo dell'area
originaria.
Perché gli ultimi cinquanta anni sono stati così decisivi
per la città tanto da determinare, un così radicale e profondo
mutamento?
I fattori in gioco sono tanti e insieme a quelli più strettamente
legati alla politica, all'amministrazione della città, all'urbanistica
e alla mafia ci sono fattori storici, socio-culturali, geografici e soprattutto
ambientali, che ci fermeremo ad analizzare successivamente.
Mi soffermerò a descrivere le interessantissime vicende di Catania
partendo dall'immediato dopoguerra, quando per una serie di complesse
ragioni sociologiche si ha una sostenuta immigrazione, dai centri rurali
della provincia in direzione del capoluogo. Di conseguenza nelle aree
periferiche si ha un notevole incremento dell'edilizia privata, che di
quella sovvenzionata. Da questo momento in poi, in assenza di P.R.G. la
città è sottoposta ad un impressionante "sacco edilizio"
che opera sotto lo scudo formale del regolamento edilizio del 1935.
E'
nel ventennio postbellico che si consuma la reale tragedia di Catania,
dove l'assenza di una specifica normativa urbanistica, consente interventi
di sostituzione edilizia che alterano l'immagine quasi integra della città
sette-ottocentesca.
Episodio fondamentale di questo barbaro sviluppo urbano, è lo sventramento
del quartiere di S.
Berillo, che partendo da una vecchia proposta del 1913, dell'amministrazionesocial-riformista,
guidata da G. De Felice-Giuffrida, riproposta tra le due guerre dall'amministrazione
fascista, è approvata e realizzata nel 1956 dall'amministrazione
democristiana. Quest'operazione conduce alla costruzione di una nuova
area metropolitana (di dubbia qualità architettonica) per gli scambi
ed il commercio (banche, uffici, negozi, centri direzionali), e di un'arteria
che collega il centro storico alla stazione ferroviaria (Corso Sicilia,
corso Martiri della Libertà), e al conseguente spostamento in varie
parti della città di ben 10.000 persone.
"Quella
che doveva essere la "city" di una moderna realtà urbana,
è oggi un ulteriore recinto non risolto. Due fronti d'edifici non
troppo alti, che delimitano aree non troppe definibili (strade o piazze?),
schermano ciò che sorprendentemente resta del quartiere di S. Berillo.
Questa doppia cortina edilizia è un fuori scala rispetto al contesto
e mal si lega alla
parte di città storica (Piazza Stesicoro) su cui l'ampio asse di
Corso Sicilia si conclude".
Lo spazio urbano ed extraurbano è ormai così fittamente
abitato da richiedere un nuovo piano regolatore che, superando i limiti
dell'area urbana strettamente intesa, sia capace di inserire la città
in un contesto di
Ma com'e´ oggi la "metropoli imperfetta", così
ribattezzata da Giuseppe Giarrizzo?
A trentacinque anni di distanza dalla redazione del piano Piccinato, Catania
torna a discutere del suo futuro urbanistico, da cinque anni, infatti,
si lavora per apportare delle varianti fondamentali ad uno strumento urbanistico
che ha ormai saturato tutte le aspettative, e diventa anacronistico per
i bisogni di una città che vuole cambiare volto.
La
città ha perso una generazione di progettisti e di progetti, la
realizzazione della parte nuova e´ stata fino ad ora affidata non
alla loro creatività, ma alla capacità speculativa e alle
pretese di chi auto-costruisce, sono, infatti, noti i metodi perseguiti
ed il gran
peso d'influenza della classe politica del tempo.
Manca a Catania una scuola d'architettura, sono presenti, ad esempio,
nell'ateneo catanese tutte le facoltà meno quella d'architettura,
e non e´ un semplice caso. Una zona quella dove sorge Catania ad
altissimo rischio sismico dove sì e´ pensato di costruire
palazzi di 10, 15, piani, una vera "foresta di cemento", che
se mai dovesse ripetere l'esperienza di un terremoto, forte come quel
che 300 anni fa la distrusse completamente, non credo che possa sperare
in una sorte ben diversa.
Bisogna reagire e intervenire sia sulla pianificazione urbanistica, non
tanto per recuperare quello che è stato fatto, ma per evitare di
ripetere in futuro errori così grandi, anche sulla qualità
del progetto architettonico rimasto nell'ombra per troppo tempo.
I
risultati li avete sotto gli occhi quello che sarà dipende anche
da noi.
Per instaurare un dialogo con la città bisogna anche saperla ascoltare,
decifrare i suoi segni e le sue memorie.
"La mem oria
-dice Italo Calvino- e´ ridondante ripete i segni perché
la città cominci a vivere".
Catania ha una sua memoria, e anche se non scorge chiaramente i segni
del suo passato, l'Etna imponente e protettrice la madre/vulcano li conserva
gelosamente nel suo ventre.
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