Altra realtà



di
Ivana Parisi
foto di Matteo Facchin

Come raccontare di un luogo dove la vita e la libertà sono strette nel cerchio della sofferenza e della morte dei sensi? Parlo di un posto chiuso, dove le catene non stringono soltanto i polsi di ogni persona ma anche l'anima. In questo luogo l'aria tagliata dalle sbarre spegne il pensiero e soffoca la volontà di vivere, ad ogni detenuto. Parlo dei misteri di una realtà, quella delle carceri.
Perché altra realtà? Perché tanto imbarazzo nel parlare di questi luoghi che non conosciamo e che non vogliamo conoscere, rimossi per continuare a stare bene.
Stare bene. No, io non riesco a vivere bene se penso a tutto quello che ho visto e continuo a vedere.
Sono una studentessa, ho scelto di conoscere questa realtà. Curo un laboratorio d'arte nel carcere minorile di Bicocca. Nei nostri incontri settimanali s'incrociano percorsi di vita molto differenti. I ragazzi con cui svolgo le attività sono di età compresa tra i quindici e i vent'anni, molti dei quali scontano pene per reati minori.
Le attività che svolgiamo ruotano attorno ai sogni e al desiderio di una esistenza libera fuori dal carcere e scopriamo insieme che il motivo per cui si sta dentro è dovuto alle regole inique imposte dalla società "di fuori". Nei momenti di meditazione intima e condivisa ci prendiamo per mano e ci sentiamo vicini, ognuno immerso nei propri pensieri e tra i propri problemi.
Assomiglia ad un cerimoniale, dove ognuno di noi racconta la propria storia. Stretti ancora per le mani, poi silenzio.
Chiudiamo gli occhi mentre la voce di una donna canta la canzone della notte e della vita.
D'un tratto mi estraneo dalla situazione e ascolto ad occhi chiusi. Cerco di immaginare cosa stia accadendo al di là di quella stanza con la porta aperta. Mentre il silenzio ci solleva tutti quanti in un'altra dimensione.
Intanto fuori da quella porta vige una strana legge: la dura legge del secondino. Mi fa proprio ridere.
Sin dalla prima volta nel carcere, continuo ad avere la stessa sensazione. Ho come l'impressione che la presenza mia e dei miei colleghi porti disturbo…. ai ragazzi? Non credo proprio, alle guardie carcerarie. Ci impediscono di lavorare. Durante le ore di attività, non fanno che affacciarsi da dietro le porte e imbarazzare i ragazzi con "aneddoti" interessanti su di me e i miei colleghi. Alzano la voce in corridoio per rompere quel sottile filo di silenzio che riesce a farci star bene. Durante le nostre riprese con la telecamera si divertono a gesticolare spontaneamente con il terzo dito della mano. Non ci fanno trovare i ragazzi il giorno del nostro incontro per mancanza del personale e i ragazzi perdono una delle rare occasioni di mettere il naso fuori dalla cella.
Ho visto una scena che non dimenticherò mai. Alla fine delle nostre attività tutti i ragazzi vengono perquisiti. Un giorno vedo un secondino con un guanto in mano. Chiedo alla mia collega a cosa serve mentre pian piano intuisco da sola.
Perquisizione delle parti più intime. Totale umiliazione, soprattutto quando il rituale avviene in presenza di noi tutte.
Cara guardia carceraria, come puoi cercare di infrangere quel legame instaurato fra noi mettendoci in imbarazzo gli uni di fronte agli altri? Provate ad immaginare la scena, la voglia di gridare.

Penso che il carcere sia la massima espressione di brutalità che il potere eserciti sulla società. Giudicare ciò che è giusto. Secondo quale criterio? Chi può giudicare, marchiare e condannare? La nostra cultura ci ha inculcato una vasta gamma di preconcetti per cui diventano normali comportamenti contaminati dalle etichette.
E' un fenomeno orribile, anche perché mi rendo conto sempre più come i preconcetti crescano dentro di noi e diventino sempre più forti. Man mano che la vita scorre le esperienze aumentano sotto gli effetti della nostra in-cultura e i pregiudizi si rafforzano, diventa sempre più difficile intervenire su noi stessi e intaccare le barriere che abbiamo erette contro mostri inesistenti.
Mi chiedo come mai in carcere mi ritrovo con ragazzi che spesso sono ai margini anche fuori e che scontano pene per furti, rapine o spaccio, mentre su altri livelli vedo gente ancora libera di violentare l'unica risorsa che potrebbe armonizzare gli individui e la società: la democrazia.
I ragazzi con cui lavoro non vedono alcuna possibilità di scelta. Le loro possibilità fuori dal carcere vengono sottratte da tutti noi, gente comune che crediamo di vivere una vita normale. Crediamo di fare la scelta migliore gettando le nostre vite nella giungla delle regole. Siamo dei docili bocconcini nella tana dei leoni. Tutto è organizzato e controllato. Tutto è in ordine. Noi continuiamo a svolgere i nostri interessi mentre qualcuno usa le nostre vite, come se fossero pedine.
Mi viene un dubbio. Ho come l'impressione che fuori dal carcere ci sia un'istituzione carceraria ancora più dura.
Ci dicono che siamo individui liberi, non ci credo. Vedo solo che i conti tornano e che ogni atto ingiusto nelle carceri si proietta nella società.
E' un circolo vizioso che pare non abbia alcuna possibilità di cambiamento. Sembra impossibile riuscire a cambiare le cose, ma ho visto tutto ciò, e non posso rimanere indifferente.
Bisogna aprire gli occhi della mente se veramente non vogliamo continuare ad essere le pedine del grande gioco misterioso del potere. Ognuno di noi può diventare un contropotere. L'unica arma di cui possiamo servirci è la conoscenza e la saggezza.
Sono stanca e ho tanta voglia di vedere giustizia, aiutiamoci a costruire un'altra realtà.

online da marzo 2002

 

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