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Come raccontare di
un luogo dove la vita e la libertà sono strette nel cerchio della
sofferenza e della morte dei sensi? Parlo di un posto chiuso, dove le
catene non stringono soltanto i polsi di ogni persona ma anche l'anima.
In questo luogo l'aria tagliata dalle sbarre spegne il pensiero e soffoca
la volontà di vivere, ad ogni detenuto. Parlo dei misteri di una
realtà, quella delle carceri.
Perché altra realtà? Perché tanto imbarazzo nel parlare
di questi luoghi che non conosciamo e che non vogliamo conoscere, rimossi
per continuare a stare bene.
Stare bene. No, io non riesco a vivere bene se penso a tutto quello che
ho visto e continuo a vedere.
Sono una studentessa, ho scelto di conoscere questa realtà. Curo
un laboratorio d'arte nel carcere minorile di Bicocca. Nei nostri incontri
settimanali s'incrociano percorsi di vita molto differenti. I ragazzi
con cui svolgo le attività sono di età compresa tra i quindici
e i vent'anni, molti dei quali scontano pene per reati minori.
Le attività che svolgiamo ruotano attorno ai sogni e al desiderio
di una esistenza libera fuori dal carcere e scopriamo insieme che il motivo
per cui si sta dentro è dovuto alle regole inique imposte dalla
società "di fuori". Nei momenti di meditazione intima
e condivisa ci prendiamo per mano e ci sentiamo vicini, ognuno immerso
nei propri pensieri e tra i propri problemi.
Assomiglia ad un cerimoniale, dove ognuno di noi racconta la propria storia.
Stretti ancora per le mani, poi silenzio.
Chiudiamo gli occhi mentre la voce di una donna canta la canzone della
notte e della vita.
D'un tratto mi estraneo dalla situazione e ascolto ad occhi chiusi. Cerco
di immaginare cosa stia accadendo al di là di quella stanza con
la porta aperta. Mentre il silenzio ci solleva tutti quanti in un'altra
dimensione.
Intanto fuori da quella porta vige una strana legge: la dura legge del
secondino. Mi fa proprio ridere.
Sin dalla prima volta nel carcere, continuo ad avere la stessa sensazione.
Ho come l'impressione che la presenza mia e dei miei colleghi porti disturbo….
ai ragazzi? Non credo proprio, alle guardie carcerarie. Ci impediscono
di lavorare. Durante le ore di attività, non fanno che affacciarsi
da dietro le porte e imbarazzare i ragazzi con "aneddoti" interessanti
su di me e i miei colleghi. Alzano la voce in corridoio per rompere quel
sottile filo di silenzio che riesce a farci star bene. Durante le nostre
riprese con la telecamera si divertono a gesticolare spontaneamente con
il terzo dito della mano. Non ci fanno trovare i ragazzi il giorno del
nostro incontro per mancanza del personale e i ragazzi perdono una delle
rare occasioni di mettere il naso fuori dalla cella.
Ho visto una scena che non dimenticherò mai. Alla fine delle nostre
attività tutti i ragazzi vengono perquisiti. Un giorno vedo un
secondino con un guanto in mano. Chiedo alla mia collega a cosa serve
mentre pian piano intuisco da sola.
Perquisizione delle parti più intime. Totale umiliazione, soprattutto
quando il rituale avviene in presenza di noi tutte.
Cara guardia carceraria, come puoi cercare di infrangere quel legame instaurato
fra noi mettendoci in imbarazzo gli uni di fronte agli altri? Provate
ad immaginare la scena, la voglia di gridare.
Penso
che il carcere sia la massima espressione di brutalità che il potere
eserciti sulla società. Giudicare ciò che è giusto.
Secondo quale criterio? Chi può giudicare, marchiare e condannare?
La nostra cultura ci ha inculcato una vasta gamma di preconcetti per cui
diventano normali comportamenti contaminati dalle etichette.
E' un fenomeno orribile, anche perché mi rendo conto sempre più
come i preconcetti crescano dentro di noi e diventino sempre più
forti. Man mano che la vita scorre le esperienze aumentano sotto gli effetti
della nostra in-cultura e i pregiudizi si rafforzano, diventa sempre più
difficile intervenire su noi stessi e intaccare le barriere che abbiamo
erette contro mostri inesistenti.
Mi chiedo come mai in carcere mi ritrovo con ragazzi che spesso sono ai
margini anche fuori e che scontano pene per furti, rapine o spaccio, mentre
su altri livelli vedo gente ancora libera di violentare l'unica risorsa
che potrebbe armonizzare gli individui e la società: la democrazia.
I ragazzi con cui lavoro non vedono alcuna possibilità di scelta.
Le loro possibilità fuori dal carcere vengono sottratte da tutti
noi, gente comune che crediamo di vivere una vita normale. Crediamo di
fare la scelta migliore gettando le nostre vite nella giungla delle regole.
Siamo dei docili bocconcini nella tana dei leoni. Tutto è organizzato
e controllato. Tutto è in ordine. Noi continuiamo a svolgere i
nostri interessi mentre qualcuno usa le nostre vite, come se fossero pedine.
Mi viene un dubbio. Ho come l'impressione che fuori dal carcere ci sia
un'istituzione carceraria ancora più dura.
Ci dicono che siamo individui liberi, non ci credo. Vedo solo che i conti
tornano e che ogni atto ingiusto nelle carceri si proietta nella società.
E' un circolo vizioso che pare non abbia alcuna possibilità di
cambiamento. Sembra impossibile riuscire a cambiare le cose, ma ho visto
tutto ciò, e non posso rimanere indifferente.
Bisogna aprire gli occhi della mente se veramente non vogliamo continuare
ad essere le pedine del grande gioco misterioso del potere. Ognuno di
noi può diventare un contropotere. L'unica arma di cui possiamo
servirci è la conoscenza e la saggezza.
Sono stanca e ho tanta voglia di vedere giustizia, aiutiamoci a costruire
un'altra realtà.
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