Sicilia in vendita. Pubblicato sulla "Gazzetta Ufficiale" (supplemento del 6 agosto scorso) l'elenco dei beni immobili, sia disponibili che indisponibili, fra i quali lo Stato può scegliere quelli da vendere.
Ecco l'elenco per Catania: palazzo dell'Indentenza di finanza in piazza Bellini 5; Distretto militare di piazza Carlo Alberto-via Giammona; carcere di piazza Lanza; palazzo di giustizia piazza Verga; palazzo dell'avvocatura dello Stato in via Gabriele D' Annunzio; caserma della Guardia di Finanza in piazza San Francesco Di Paola; una zona dell'area portuale contrassegnata dalla particella catastale 15835.
Acireale: carcere di piazza del carcere
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Secondo questo elenco, sarebbe in vendita anche il palazzo di giustizia. Nella lista, l'immobile è contrassegnato con il valore catastale corrispettivo di 54.825.515 pari a circa cento miliardi delle vecchie lire. Nello specifico, però, si riferisce alla particella catastale 19297, che al momento non si sa a cosa corrisponda esattamente. Il riferimento al palazzo di giustizia e' intuibile, ma sembra improbabile che possa essere messo all'asta.

E se accadesse, quali conseguenze? Nello Scuto, il "re dei supermercati", si comprerebbe piazza Verga, magari ricorrendo ad un prestanome? Vedremo la statua della giustizia ricoperta di sacchetti di plastica della "Despar"? E Santapaola acquisterebbe definitivamente piazza Lanza?
Di certo, la Procura della Repubblica prosegue nella sua stagione di generale discredito presso la gente senza alcun potere e diritto, che a Catania è la stragrande maggioranza. La "cittadella del privilegio" invece, cioè il ristretto "club priveè", che passa da "destra" a "sinistra" senza alcuna barriera reale e tantomeno morale, continua nell'autodifesa, più o meno velata, della Procura, autodifesa appunto perché è difesa di classe e di casta. Una novità? No, assolutamente, solo un eterno ritorno ai soliti clichè.
La memoria storica, per fortuna, infatti, ricorda che qualcuno, quasi vent' anni fa, aveva denunciato con forza la gestione da "trattoria", o meglio per i palati fini da "club priveè", a disposizione di "quattro amici", appunto i quattro "cavalieri del lavoro" catanesi, della Procura da parte dei vertici della magistratura etnea. Allora, mentre il "club priveè" capeggiato da "La Sicilia" vegliava sul "buon nome" di Catania e delle sue istituzioni, qualcuno, "I Siciliani" di Giuseppe Fava, fecero il loro dovere e denunciarono costantemente lo stato dell'amministrazione giudiziaria a Catania, una cosa che definire "giustizia" si faceva fatica, anche allora, non solo oggi.
La Procura, allora, era per Fava e i suoi giornalisti uno dei perni del sistema politico-mafioso, uno degli snodi fondamentali dell'intreccio politica-mafia-affari. Tradotto: chili di "sabbia" su tutto, dalle scorrerie dei "cavalieri", a quelle dei notabili, a quelle di Santapaola, giudici a disposizione per regali contro sentenze e a libro paga della mafia, "giustizia" calvinista per i poveri cristi, soprattutto i delinquenti dei quartieri-ghetto cittadini. In sostanza, solo una parodia della giustizia poteva garantire il sistema di potere mafioso della città.
Scriveva Riccardo Orioles in quegli anni, in occasione dell'assoluzione da parte del Csm (l'eterno ritorno 2, vedi caso Marino, cioè: di fronte alle accuse di Marino, chi ha messo sotto accusa il Csm? Lui stesso…) dei chiacchieratissimi giudici Di Natale e Grassi, due simboli della città dei cavalieri: "in fondo al tempo di Bianca d'Aragona la giustizia non era affatto di Stato e non è affatto detto che funzionasse male. Basterebbe indire una regolare gara d'appalto, con tutte le garanzie previste dalla legge, e tutto andrebbe a posto. Alle tredici e trenta il telegiornale, fra le notizie del giorno, potrebbe dire tranquillamente: 'E' stata appaltata ieri la Procura di Catania…"
E oggi? E' tutto davvero cambiato? Quando uscirà (se uscirà…) dal carcere, proveremo ad andarlo a chiedere al signor Sebastiano Scuto: vuoi vedere che la Procura "democratica" potrebbe riservare sorprese impensabili …ai pochi?

Giustizia all'asta!
Gli effetti del "buongoverno" di Berlusconi e compagni

di Marco Benanti

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