Catania
al buio (2)
Il
dibattito sull'ultimo libro di Alfio Caruso.
Altre parole proibite per i catanesi
a
cura di Marco Benanti

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Catania
4 luglio 2002, libreria "Cavallotto"
Presentazione del libro "Perché non possiamo non dirci
mafiosi" di Alfio Caruso.
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Inizio della serata.
Messaggio di Enzo Bianco
Enzo
Bianco: "
In verità mi trovo a Roma ad occuparmi
di questioni parlamentari che mi impediscono di essere con voi questa
sera. Me ne dispiaccio sinceramente. La grande tradizione della libreria
che ospita il dibattito, la qualità dei giornalisti presenti, ma
soprattutto la delicatezza e l'interesse che suscitano in me il libro
e il suo autore Alfio Caruso, faranno di questa serata, ne sono certo,
un momento importante e vero di dibattito in una città in cui le
occasioni di confronto sono davvero diventate poche. Voglio ringraziare
pubblicamente Alfio Caruso, lui così frequentemente critico, per
le espressioni e il giudizio che ha voluto dare della mia sindacatura.
Non sempre condivido il giudizio terribilmente negativo che Caruso dà
della nostra terra ed anzi sono portato per il mio connaturato ottimismo
a sperare e credere che la Sicilia buona esista ed esiste. Certo i tanti
episodi raccontati da Caruso devono fare riflettere seriamente tutti noi..
Se posso chiudere con un auspicio, mi piacerebbe che accanto al 'Pus',
'Partito unico siciliano', ce ne sia sempre più forte un altro,
altrettanto forte e determinato, che coaguli le energie positive e le
tante risorse della nostra terra.
La primavera di Catania non può e non deve restare solo il sogno
di una breve stagione. Io sono pronto, per primo, a rimboccarmi le maniche.
Buon lavoro
Enzo Bianco"
Graziella Priulla apre la serata.
"Introduco con una notazione che, come dire, parte dall'autobiografia,
perché questo libro -io credo- che costringa tutti in qualche modo
a confrontarsi con il proprio rapporto con la Sicilia, a chiedersi: ma
io e la Sicilia come dialoghiamo? Io non sono siciliana che a metà
e sono stata, come dire, catapultata in Sicilia quasi per caso. Anche
se mio padre era siciliano, i primi vent'anni della mia vita sono passati
altrove, in Piemonte.
Sono arrivata in Sicilia per lavorare, sostanzialmente, una specie di
emigrazione al contrario, ma poi ho fatto una cosa, di cui sono -devo
dire- abbastanza orgogliosa e che non hanno fatto poi in tanti. Siamo
una minoranza. Ho deciso e scelto di fermarmi. Ho deciso e scelto di fermarmi,
non ho cercato minimamente di andare altrove, perché qui stavo
bene, perché qui avevo tanti amici e perché questo è
un posto bellissimo. E condivido, quindi, con Alfio Caruso e con il suo
libro questo amore, questa sensazione di amore tradito, questo connubio
di amore e odio nei confronti di una terra stupenda, benedetta da Dio
e profanata dagli uomini, dice lui. Credo che nessuno possa negare che
sia esteticamente, sia moralmente che civicamente questo sia vero. Così
come coincide con ciò che Alfio Caruso scrive e con il sentimento
che vuole, il tono che anima il suo libro, una serie di sentimenti che
sono anche i miei e penso anche di parte di voi. Intanto, l'indignazione,
l'indignazione civile verso una classe dirigente inadeguata e inadeguata
è un aggettivo abbastanza gentile, una classe dirigente, in genere,
debole con i forti e forte con i deboli, una classe dirigente che non
ha saputo assolvere, nemmeno minimamente, il mandato che aveva ricevuto,
in questo da tempo antico, una classe dirigente spesso corrotta, complice,
connivente con i poteri criminali. Questo lo condivido, questo giudizio,
come sono convinta anch'io che a questa terra manchi una borghesia consapevole
e illuminata, che possa assolvere ad un ruolo che in parte del mondo,
in altre parti d'Italia, la borghesia storicamente ha assunto.
Condivido con Alfio Caruso e dico tutte le cose che condivido prima, perché
poi le domande verranno alla fine e verteranno su ciò su cui non
sono d'accordo..condivido con Alfio Caruso la convinzione che la società
civile sia spesso anch'essa o complice o succube, che troppo poco e troppo
male abbia saputo e sappia reagire. Condivido la convinzione che i poteri
della massoneria, di cui spesso si parla poco e li si tende ad occultare,
siano presenti, importanti e dannosi in questa terra e in tutti i settori
della vita pubblica e talvolta anche della vita privata delle persone.
Di tutte queste cose, sono convinta,;questo sentimento di indignazione
lo condivido, questo amore e odio nasce da questo contrasto e credo che
sia diffuso.
Però non sono convinta di una cosa: mi pare giusta la descrizione,
tutti gli episodi che lui racconta, tutti i personaggi che cita, compreso
quei protagonisti del 'Partito Unico Siciliano' che sono una faccia del
trasformismo italico, che vediamo all'opera tutti i giorni, ebbene questo
è vero, però non condivido oltre alla descrizione anche
la motivazione. Sembrerebbe da questo libro, in qualche modo si adombra
anche nei discorsi che si fanno intorno a questo libro, che tutto questo
sia una specie di condanna genetica, una specie di vizio d'origine, una
specie di danno insito nell'essere siciliani, dove tutto il bene e tutto
il male si esalta, le qualità positive di questa terra e di queste
persone e le qualità negative sono tutte eccezionali, esasperate,
esagerate.
Ora, io penso che, in effetti, nel nostro carattere ci sia una qualche
dote di carnalità, ma non credo che siamo poi tanto diversi da
altri paesi, da altre isole, da altri luoghi marginali, da altri luoghi
dove il sottosviluppo e l'assistenzialismo hanno prodotto gli stessi danni
che da noi. A me pare che tra Palermo e Napoli ci siano molte somiglianze
e non vorrei che nella quarta copertina, lui dice, che 'abbiamo accumulato
megalomania, magniloquenza, presunzione, alterigia, eccesso di intelligenza'.
Forse è vero, ma forse anche la convinzione di essere così
eccezionali è un po' megalomane, un po' presuntuosa, un po' piena
di eccesso di intelligenza.
Io non vorrei che -in altri termini- non possiamo non dirci mafiosi equivalesse
ad una specie di autoassoluzione. E' un problema antico -ne abbiamo già
parlato tante volte- ma credo che non sia mai abbastanza importante parlarne.
Se tutti siamo mafiosi, i mafiosi sono colpevoli un po' meno. Se è
un fatto genetico, se è un fatto d'origine, per cui basta essere
nati qua per restare nel novero dei 'bravi ragazzi', allora non c'è
più tanta colpa ad essere 'bravi ragazzi'e non a caso però
Alfio Caruso stesso ci dice, ci racconta che ci sono state persone, ci
sono stati siciliani, ci sono stati uomini nati in questa terra che questa
equazione non l'hanno accettata e questa mi pare una contraddizione del
titolo, in qualche misura.
Un'altra piccola cosa vorrei trasformare in domanda nei confronti dell'autore,
perché è un problema che mi tocca direttamente visto che
è l'argomento di cui io mi occupo. Alfio Caruso è molto
duro nei suoi giudizi, ha un tono molto determinato nelle sue accuse ed
è molto lucido nelle sue descrizioni. Difficilmente indulge alla
tenerezza o al sorriso divertito o ad una ironia che non sia appunto dolorosa
e sofferente. C'è, però, una categoria che un poco si salva
da tutto questo e sono i giornalisti, non perché non ne parli,
ma forse perché fa parte della corporazione, forse perché
li ritiene più innocenti di altri, nei confronti della stampa siciliana
ha un tono leggero, quasi divertito, come se le sue omissioni, le sue
colpe fossero quasi peccati veniali. Ecco io questo non lo credo. Io penso
che la stampa in questa città, in questa regione, abbia delle responsabilità
molto grandi e che l'autorappresentazione che ha dato per anni, decenni
di questa comunità, così lontana dal vero, abbia contributo
ad annebbiare, a non fare giustizia rispetto alle responsabilità,
rispetto ai discrimini fra i 'bravi ragazzi' e gli altri e questo è
un pezzo importante, anzi determinante, uno snodo, di quell'establishment
che lui descrive così bene, dettagliandone i difetti in modo perfino
impietoso.
Sostanzialmente, io credo che ci sia meno male e più bene in Sicilia
se vogliamo dire così, di quanto questo libro non ci racconti e
mi sento da non siciliana di difenderla la Sicilia, anche se -devo ammettere-
che una gran parte delle cose che Alfio Caruso ci racconta e comunque
il tono di dolore rispetto a ciò che avremmo potuto essere e che
non siamo, sia altamente condivisibile".
Applausi
Caruso:
"buona sera e grazie davvero di essere venuti, perché a Catania,
il 4 di luglio, con questa temperatura. Siete straordinari, è bellissimo
vedervi qua, vedervi in tanti, speriamo di non farvi annoiare.
Io rispondo subito, risponderò di volta in volta, perché
ci siamo messi d'accordo nel tentativo appunto -proprio per non farvi
annoiare-non è quello consueto delle presentazioni, ciascuno che
parlerà.
Sarà un continuo dialogare, fra la professoressa e poi tre persone.
La professoressa Priulla che io conoscevo di fama, ma non avevo mai avuto
il piacere di incontrare personalmente e poi tre persone alle quali io
sono molto legato, ma con le quali, spesso, mi capita di battibeccare.
Nino Milazzo: io dico sempre, quando devo parlare di Nino, che è
uno dei miei maggiori, nel senso che è una delle persone che ha
scandito la mia vita professionale, ma anche la mia vita personale. Piero
Isgrò: siamo stati ragazzi assieme. Non è che adesso non
lo siamo. Tino Vittorio è una conoscenza dell'età matura.
Ieri parlavo con un signore importante di Catania, che io ritengo una
delle poche coscienze civili di questa città, che è il dott.
Giovanbattista Scidà, l'ex Presidente del Tribunale dei Minori,
che è andato in pensione e abbiamo convenuto che in questa città
per esercitare la libertà bisogna essere stravaganti. Ecco, Tino
Vittorio è il prototipo, secondo me, del catanese stravagante per
essere libero. Perché io, quando ho lasciato questa città,
mi ricordo di un ingegnere, non facciamo adesso il nome, che era costretto
-poveraccio- a fare l'uomo sandwich per via Etnea; partiva dalla Villa
andava ai Quattro Canti, tornava indietro, fino all'incrocio con viale
Mario Rapisardi e poi se ne andava fino in Corso Italia, perché
denunciava tutte le porcherie che venivamo attuate -allora non c'era il
piano regolatore- ma comunque era cominciato il sacco della città.
Vi parlo fra il '67 e il '70 e veniva indicato come se fosse una macchietta.
Il mio timore è che in questa città per essere liberi bisogna
fare un po' giufà, perché se uno non fa il giufà
o lo mandano in pensione o lo trasferiscono ad una commissione di serie
C, come magari è successo; mi è capitato di leggerlo proprio
ieri su 'La Sicilia', che un sostituto procuratore che si può apprezzare,
non apprezzare, avrà sbagliato, non avrà sbagliato, ma che
comunque si è battuto, secondo me, per la difesa della legalità,
il dott. Nicolò Marino, ho letto ieri che è stato promosso
in questa commissione.
Perché faccia il grande potere del 'Partito unico siciliano', in
Sicilia, ma soprattutto a Catania. A Catania non si ammazza, a Catania
hanno ammazzato soltanto Peppino Fava. A Catania si gestisce, a Catania
si promuove, a Catania siamo un pugno di amici, a Catania si trova l'accordo,
a Catania -al massimo- si promuove perché ti spediscono lontano.
Cioè, c'è una gestione estremamente soffice del potere,
che dura da sempre, che è capace di superare anche gli empiti di
libertà e di novità che sono stati rappresentati da Enzo
Bianco. L'ho scritto nel mio libro e lo confermo, perché sono venuto
a piedi dalla casa di mio suocero che abita in piazza Santa Maria di Gesù,
qui in libreria.
Ho trovato Catania sporca come l'avevo lasciata nel 1971. C' era stata
un pò l'illusione, l'immagine di una Catania che si potesse riprendere,
adesso io trovo strano.
Io ho scritto una frase nel libro, che gli avvocati della Longanesi -
è inutile dire che questo libro è stato letto parola per
parola per evitare delle querele. 'Da Cosa nasce Cosa' ha avuto due querele
da Catania, le uniche due querele che ho avuto nel mio precedente libro,
sono partite da Catania.
Io dicevo che questa città che ha bocciato immeritatamente -secondo
me- alle elezioni Enzo Bianco, che è stato battuto -io scrivo-
da un innocuo ginecologo, evidentemente per rifarsi gli occhi, noi poi
abbiamo degli strani privilegi, quelli che la professoressa diceva che
eccediamo. Ma secondo me, davvero eccediamo. Io avevo scritto che Catania
aveva il privilegio di avere il primo sindaco top-model della storia.
Nessun altra città al mondo ha un sindaco top-model: Catania, con
tutta la sporcizia e tutte le brutture, si trova, invece, questo sindaco
top-model. Mi hanno detto: 'no guardi, le conviene toglierlo, perché
magari il sindaco se la prende, perché può pensare che sia
un'offesa alla sua virilità, non tanto come categoria del pensiero'.
Io dicevo top-model per dire che è un arbiter elegantiarum. Ecco
è strano, trovo ben singolare che la città che è
diventata l'emblema della sporcizia però sia rappresentata -forse
se avessimo un sindaco, vi dico questo, perché risiedo a Milano,
voto per Albertini o dovrei votare per Albertini, ma sono di qui, io sono
questo, sono questo caldo, sono questa terra, sono questo mare, sono questo
sole, sono questo granita, insomma sono qui. Voglio dire, magari se il
sindaco pensasse un po' meno alla propria eleganza e un po' di più
all'eleganza della città, forse ci troveremmo tutti un pò
meglio.
Ma adesso vengo alle domande incalzanti della professoressa Priulla. Io
credo che se siamo tutti mafiosi, non siamo tutti un po' meno mafiosi,
siamo tutti un po' più colpevoli, perché questo è
uno dei tanti luoghi comuni a cui noi abbiamo fatto ricorso per cercare
di giustificarci. Ma non potere pensare che siamo tutti mafiosi. Io credo
che ci siano delle circostanze in cui bisogna pensare che siamo tutti
mafiosi, ma non perché poi lo diventiamo o meno, ma non perché
poi siamo meno colpevoli, ma perché lo siamo di più. Perché
a volte la discriminante tra la mafia e non la mafia sono stati i camposanti,
a volte per capire chi era contro e chi era a favore, a volte è
stato un cimitero.
Qui, racconto che gli amici, per me un nome resterà sempre unico,
Beppe Montana, avevamo la stessa età, frequentavamo gli stessi
circuiti, che poi a Catania significavano Corso Italia, Aeroclub (?) per
chi nel '68, nel '69, nel '70, si aggirava per quelle vie capisce i miei
riferimenti.
Della generazione, la mia, che scoprì la mafia attraverso un'inchiesta
di Peppino Fava su 'La Sicilia' che si intitolava 'Viaggio in Sicilia'
e attraverso le denunce di Danilo Dolci, quello che creò le conseguenze
estreme sino alla morte fu Beppe Montana, che nominato commissario all'aeroporto
internazionale di Fiumicino, chiese di essere trasferito a Palermo, perché
lui ci credeva nel dovere di ogni siciliano di combattere la mafia. Beppe
Montana ci è andato a morire, è stato uno dei pochissimi.
Io ho preso un treno e me ne sono andato a Milano, ma non perché
pensassi, nel 1971, che Catania fosse mafiosa. Io ho scoperto che Catania
non era mafiosa e Nino Milazzo lo sapeva, a parte che lo racconto nel
libro, nel 1980, quando ho letto che il terzo degli eletti nella Democrazia
Cristiana, elezioni comunali, era tale Orazio Ferlito. Io a quei tempi,
ancora venivo due o tre volte l'anno, a Catania, mi chiesi 'chi è
Orazio Ferlito?'.
Li conoscevo tutti quella della Dc. Chiamo Catania, dove c'era Candido
Cannavò, un nome a caso. 'Non lo nemmeno anch'io. Aspetto che mi
informo' Mi chiamò dopo mezz'ora e mi disse: 'sai chi è?
E' il nipote di Tino Castro' Quindi il cugino dell'Alfio Ferlito, che
ai quei tempi era l'unico delinquente riconosciuto, perché poi
tutti gli altri camminavano per la città e prendevano la granita
da 'Caviezel', assieme ai catanesi per bene. Ma esistono i catanesi per
bene? Sì, tutti noi siamo per bene, ma quante volte ci siamo dovuti
voltare dall'altro lato o quante volte abbiamo dovuto far finta di non
vedere. Rispondo subito all'altra domanda. I giornali siciliani.
Io racconto degli episodi nel libro che li riguardano, non credo che abbiano
fatto piacere alla 'Sicilia' o al 'Giornale di Sicilia'. I miei libri
-eccezion fatta per il primo cui la 'Sicilia' gentilmente ha dedicato
molto spazio- non vengono recensiti dai giornali siciliani. Questo libro
che voi trovate 'Perché non possiamo non dirci mafiosi', che è
stato recensito da quasi tutta la stampa italiana, ancora sui giornali
siciliani non è uscito, ma io lo do per scontato, sarei sorpreso
se poi trovassi una recensione. Gentilmente, la 'Sicilia', stasera, ha
mandato una sua firma prestigiosa e quindi io ringrazio di cuore. Però,
voglio dire, mi pare normale. D'altronde, i giornali siciliani vivono
in questa realtà.
Io racconto un episodio di quando facevo l' abusivo alla 'Sicilia', nel
libro. Un episodio che mi ha segnato, quindi, con tanto di nomi e cognomi,
anche questo non mi sembra, quindi, di aver taciuto sui giornali siciliani,
anzi oserei dire il contrario.
C'è stata una trasmissione 'Zapping' in cui il direttore del 'Giornale
di Sicilia' ha esordito dicendo: 'io ho avuto la fortuna di non leggere
questo libro' Il riferimento era sempre al 'Perché non possiamo
non dirci mafiosi'.
Quindi, non solo non mi pare che ci sia negligenza dal mio lato, ma mi
sembra anche che i giornali siciliani abbiamo capito benissimo che cosa
dico e quali sono le critiche che muovo, tanto è vero che generosamente
preferiscono far passare tutto sotto silenzio.
Adesso passo la parola a Nino Milazzo"
Milazzo:
"io vorrei subito rispondere prima di tutti alla professoressa Priulla.
Ha posto il problema dei giornalisti. Io vi racconto un episodio: saranno
stati la metà degli anni Sessanta.
Io lavoravo alla 'Sicilia'. Una sera, era estate, eravamo in attesa che
uscisse il giornale fresco di stampa, quindi, sostavamo davanti alla tipografia.
Io avevo posteggiato la mia macchina regolarmente sulla destra; arrivano
due macchine di corsa e una di queste macchine investe la mia. Io mi avvicino
ovviamente per la questione dei danni, dell'assicurazione, roba di questo
genere. Scendono due giovanotti, uno dei quali, con modo -come posso dire-
molto aggressivo, quasi sprezzante, mi dice 'ma che cosa vuoi, va di là
'.
Insomma, una parola tira l'altra, io ero più giovane, gli ho dato
un ceffone, dopo di chè mi ha puntato una pistola. Venne fuori
tutta la tipografia, quindi la cosa finì lì. Io andai in
questura, perchè volevo denunciare il fatto e il brigadiere Coco
mi disse: 'lei ha famiglia?' Dico sì, ho famiglia. "Ha una
casa?" In affitto, ma c'è l'ho. "Ma cu ciù fa
fari
" Questa era la Catania della metà degli anni Sessanta.
Priulla: "lo è ancora identica".
Milazzo: "non è finita. L'indomani, si presentò in
redazione uno che veniva soprannominato 'u briganteddu', nel nome il destino
no, il quale volle chiedere scusa della scusa dell'accaduto. Io fui chiamato
e mi trovai di fronte il giovanotto che mi aveva puntato la pistola la
sera prima.
'U briganteddu disse: 'quando viri a 'stu signore o ci offri 'u cafè
o cangi sstrada' e gli mollò un ceffone. Dopo il mio, gli arrivò
questo.
In realtà, io quell'episodio io l'ho mandato giù, l'ho digerito,
senza riflettere e questo è stato un gravissimo errore. Perché
racconto questo episodio? Perchè il giornalismo siciliano ha capito
con ritardo, professoressa Priulla, con gravissimo ritardo, io ne ho fatto
ampia autocritica in tutte le sedi in cui mi è capitato.
Abbiamo capito con ritardo in quale città, in quale ambiente, in
quale contesto vivevamo. A distanza di tempo, ho capito di avere sbagliato,
ho fatto autocritica. Quindi, è proprio vero che il giornalismo
siciliano è arrivato tardi alla consapevolezza, di cui si è
dotato soltanto negli ultimi anni. Ma questo -ritengo- che sia un ritardo
non imputabile soltanto al giornalismo, ma alla società siciliana.
Questo perché sia chiaro in quale posizione mi pongo rispetto alle
responsabilità della categoria, alla quale appartengo. E proprio
come giornalista vi voglio raccontare un altro piccolissimo episodio ed
entro subito in argomento.
In questa fase calante della mia professione, della mia carriera, che
ha visto il mio traghettamento dalla mia carissima carta stampata alla
televisione, mi capita di essere riconosciuto, qualcuno mi ferma per strada.
Recentemente mi è accaduto di essere fermato da un signore, il
quale mi ha detto: 'sa, seguo i suoi programmi'. Grazie, molto gentile
-ho risposto.
Poi si fermò un' istante a riflettere e mi ha detto:
'Ma sa, le devo dire una cosa, mi sono convinto che noi siciliani siamo
mafiosi appena nasciamo'
Caruso: "non ero io!".
Milazzo: "allora, gli ho detto: 'aspetti qualche mese, soltanto un
paio di mesi e leggerà un libro in cui questa tesi viene in qualche
misura adottata e diciamo sostenuta'
Ecco questo per dire che questa consapevolezza che è dolorosamente
testimoniata in questo libro non ha tutta la parvenza arbitraria della
soggettività; c'è un sentire comune che ci porta spesso
a queste valutazioni. 'Perché non possiamo non dirci mafiosi' :
io credo che ci sia del vero nella tesi che sostiene Alfio, ma attiene
più alla mafiosità più alla cultura che non alla
genetica perché io terrei lontano Lombroso da questo discorso,
per favore. E credo che anche Fredy converrà con me. E la storia
che ci ha reso quello che siamo. Se voi fate caso, l'ultima rivoluzione
siciliana risale a mille anni fa, quasi, a ottocento anni fa. Noi abbiamo
saltato tutte le tappe più importanti della trasformazione della
società moderna. Non abbiamo conosciuto le libertà della
rivoluzione francese, non abbiamo conosciuto il Risorgimento se non per
averlo subito, non abbiamo conosciuto la rivoluzione liberale, non abbiamo
conosciuto la rivoluzione industriale, non abbiamo vissuto, se non marginalmente,
me lo consentirà il mio amico Tino Vittorio, lo stesso '68. Persino
il terrorismo, fatto certamente condannabile, detestabile, negativo, era
in qualche misura un momento, come posso dire, di contestazione violenta,
magari ingiusta, con i mezzi ingiusti, di un sistema che andava corretto.
Anche quello ci vide emarginati. L'unica rivoluzione recente -lo dico
a beneficio delle signore che sono qua- è la rivoluzione delle
donne, grazie a Dio, che comunque è una rivoluzione incruenta e
culturalmente significativa. Quindi, noi siamo fuori dalla storia da mille
anni. Questo per dire che se noi siamo condannati ad essere mafiosi, non
è che il nostro Dna ci porta ad essere mafiosi, ma perché
la storia della quale siamo stati non protagonisti ci porta ad essere
in queste condizioni e questo riguarda tutto il Mezzogiorno d'Italia,
Professoressa, perché Napoli non è diversa da Catania. Il
libro di Fredy è una testimonianza dolorosa -credo- l'ha scritta
con grande passione, ma con grande dolore. Vi debbo dire che gli episodi
che lui riporta nel libro costituiscono in questo processo che egli intende
alla Sicilia, è un cumulo talmente imponente di indizi che potrebbe
scattare la legge della prova: molto indizi fanno una prova, però
questo va bene nei processi giudiziari, nei processi della storia, nei
processi della antropologia, la cosa probabilmente è molto diversa,
almeno dal mio punto di vista. Quindi, è un processo che ci deve
fare riflettere ed io ho riflettuto soprattutto sul discorso che riguarda
il partito unico siciliano, perché pone un problema vero, autentico,
serio, pesante della nostra vita, perché mette in discussione la
capacità di questa nostra terra di conoscere, incontrarsi e esercitare
democrazia. Questo è il fatto, probabilmente, più devastante
che è denunciato da questo libro, perché poi i delitti,
le omissioni, le reticenze sono comuni a tante altre realtà, ma
l'assenza di democrazia ci penalizza. E, ahimè, io tengo a sottolineare
che questo è il dato probabilmente più importante del libro,
è il dato più importante perché segnala un fatto
reale. Noi abbiamo quello che comunemente si dice un deficit di democrazia,
che non può essere colmato se non rivoluzionando i nostri costumi,
se non ritrovando una consapevolezza che è venuta meno. Questo
è il punto più grave. Addirittura, mi fa pensare questo
libro -non vi sorprendete- al libro di Francis Fukuyama, il quale ha immaginato
la fine della storia, legato ad un evento epocale qual è stata
la caduta del muro di Berlino. Ha pensato, bontà sua, che la storia
fosse finita, il capitalismo ha vinto. Qua la storia è un po' diversa,
ma è come se per noi la storia fosse finita. Siamo mafiosi e dunque
non ci salviamo. Io penso che così non sia. Quindi, io sono convinto
di una cosa, che ai miei occhi è chiara: è molto diffusa
la mafiosità, ahimè, questo sì, questo è un
dato culturale molto diffuso. Io lo vedo anche nelle piccole cose: io,
certe volte, vedo gente che si offre di proteggere qualcuno. Questa è
mafiosità. Oppure lo spirito di clan. Lo vedo anche alla mia professione.
C'è sempre qualcuno che è capoclan, che deve proteggere
i suoi, il familismo, che è un dato e anche in questo caso non
è solo siciliano, che è meridionale, che proviene dalla
nostra storia
"
Priulla: "Se sapesse all'Università
"
Milazzo: "Magari ce lo dice
"
Priulla: "Ma anche a Napoli e a Milano"
Milazzo: "Anche a Napoli e Milano. Però sono convinto che
ci salveremo perché sono convinto che abbiamo le risorse, che ci
provengono da un'apertura del mondo che non è più quella
di una volta. C' è l'ancoraggio all' Europa, per me è un
fatto positivo, un fatto che ci permette di salvarci non solo dalla mafiosità
dei siciliani, ma anche da alcune presenze ingombranti, che si sono proposte
alla vita pubblica italiana. In ogni caso, voglio ricordarti, Fredy: è
vero che noi abbia dato all'Italia l'idea e la macchia della mafia, ma
se ci fai caso Milano ci ha dato il fascismo, il craxismo, il terrorismo
Caruso: " E il berlusconismo"
Milazzo: "Questo lo stai dicendo tu"
Caruso: "Io ho detto così, mi è scappato. Io ho lavorato
per tanti anni con Berlusconi. Io sono stato uno dei soci fondatori de
'Il Giornale', quindi sono stato dodici anni al 'Giornale'. Personalità
straordinaria, lui ha fatto in venti anni quello che altri fanno in quattro
o cinque generazioni, ma la sua idea della democrazia è inesistente.
C'è una frase che non ho detto io, l'ha detta il suo amico più
caro, il suo sodale più affettuoso e più fedele che si chiama
Fedele Confalonieri. Lui l'ha detta a noi del 'Giornale', poi per fortuna
nostra l'ha ripetuta, per cui quando noi la raccontiamo in giro abbiamo
la testimonianza, perché l'ha detta in una intervista a Giampaolo
Pansa, l'unica intervista che Confalonieri ha dato a Giampaolo Pansa.
La frase è questa: 'Silvio è un Ceausescu buono' Non l'ho
detta io. Quindi, Berlusconi ha tutte, secondo me, le qualità del
mondo, tranne una: non ha l'idea della democrazia. Poi, a parte questo,
io credo che sia il migliore. Se ciascuno di noi deve avere il suo dittatore
di riferimento, io come dittatore mi prendo Berlusconi. Se, viceversa,
noi andiamo a qualcosa di diverso, preferirei che facesse il grandissimo,
straordinario, meraviglioso imprenditore televisivo."
Milazzo: "io volevo porti due domande. Tu sei convinto che la Sicilia
sia irredimibile, come usa pensare Sciascia nel suo lungo percorso letterario
o no? Seconda domanda: tu pensi che il partito unico siciliano sia un
ostacolo all'instaurazione della democrazia in Sicilia?"
Caruso: "Vedete che come mio maggiore me se lo scelto bene.
Io non credo alla salvezza della Sicilia, io non credo che noi ci salveremo,
che la mia generazione si salverà. Io ho pregato i miei figli di
dire ai loro figli che il giorno in cui -perché i miei figli sono
nati a Milano, ma sono fieri di essere siciliani, anche se nati a Milano-
il giorno in cui la Sicilia si sarà, in qualche modo, liberata
dalla mafia e secondo me si sarà liberata perché la mafia
sarà stata cooptata nel sistema di potere di questo Paese. Credo
che il Ponte sullo Stretto ci darà una grossa mano. Non sono ironico,
è una constatazione. Mi spiego: alcune delle grandi dinastie americane,
se noi andiamo a cercare le loro origini, troviamo che erano banditi,
che assaltavano diligenze, che, nella migliore delle ipotesi erano degli
avventurieri, poi misero una trivella, venne fuori il petrolio e nascono
i Vanderblit e nascono tante altre famiglie americane, che magari adesso
dominano il mondo.
Ma l'origine era questa, poi sono state naturalmente cooptate dal sistema.
Io credo che il Ponte sullo Stretto ci darà una mano, cioè
servirà a cooptare il patrimonio, una parte considerevole, del
patrimonio della mafia. E chi come me, a torto o a ragione, credeva e
ha creduto e si è battuto per una sconfitta o per via giudiziaria
o per via militare, cioè il carcere, gli arresti, le condanne della
mafia, è chiaro -l'ho detto prima io appartengo ad una generazione
che è stata letteralmente massacrata dalla mafia, sotto tutti i
punti di vista, fisico, morale, psicologico, da tutti i punti di vista.
E' chiaro -dicevo- che ci sarà un'altra soluzione, perché
già i latini ci insegnavano che pecunia non olet. Comunque, il
giorno in cui -ho detto ai miei figli- si capirà che la Sicilia
si è uniformata, sarà meno brillante, un po' meno ingegnosa,
un po' meno scoppiettante, al resto d'Italia, come dice Nino Milazzo,
al resto d'Europa, io ovviamente quel giorno non ci sarò, però
pretendo che venga alzato il calice, in un brindisi alla nuova Sicilia,
a questa Sicilia finalmente unificata al resto d'Europa, di brindare a
coloro, come me, che non c'è l'hanno fatta a vedere la Sicilia
dei loro sogni, perché -io nelle pagine iniziali scrivo che- noi
che eravamo ragazzi a metà degli anni Sessanta, credevamo davvero
di essere i figli prediletti di un Dio maggiore. Noi credevamo davvero
che nascere in Sicilia, vivere in Sicilia, fosse un privilegio riservato
a pochi.
Io in quest'isola, in questa città, ci ho creduto come poi -credo-
non mi è più capitato di puntare su nient'altro. Io davvero
ritenevo che qua sarebbe diventato il centro di ricerca, credevo che fosse
la Milano del Sud, una delle peggiori maledizioni che ci è capitato
in sorte, questa definizione appunto di Piovene, perché poi è
diventato l'alibi per tutte le mascalzonate possibili e immaginabili,
perché dietro la Milano del Sud, dietro questa etichetta falsa,
abbiamo nascosto il peggio del peggio.
Come adesso l'altra etichetta che mi fa tremare è l' 'Etna Valley'
perché sono le etichette che poi ci portiamo appresso e che ci
servono soltanto per dare spazio ai nostri difetti, non alle nostre qualità.
Quindi, io non credo che noi ci salveremo, io non credo che noi saremo
identici -la mia generazione- al resto d'Italia. Io non credo che se domani
un signore si presenta a bottega di qualcuno, nello studio di qualcuno,
colui che ha subito vada in Questura, perché se va in Questura,
gli succede come è successo trentasette anni fa a Nino Milazzo,
'ma cu ciù fa fari.."
"Ma cu ciù fa fari" domina la nostra vita: ma ci siamo
mai chiesti come siamo stati segnati da "ma cu ciù fa fari"?
"Ma cu ciù potta" altra, se vogliamo, nella sua variazione.
Ecco, allora, il motivo del mio pessimismo.
E' chiaro: Falcone diceva che tutto ha un inizio e tutto ha una fine,
anche la mafia avrà una fine, ma io però questa fine non
la vedrò. Per quanto mi riguarda: vabbè che bisogna pensare
ai figli e ai nipoti, io però penso a me stesso e mi incazzò.
Beati coloro che la vedranno.
Il 'Pus': il 'Pus' è stato la negazione della democrazia in Sicilia,
perché il 'Pus' vince con la faccia di Lima, vince con la faccia
di Orlando Cascio, vince con la faccia dei Mattarella, quello ucciso dalla
mafia, perchè aveva detto qualche no di troppo, dopo avere detto
tanti sì, cioè a dire Piersanti Mattarella, vince con la
faccia di Sergio Mattarella, vince con la faccia dei tanti Lo Giudice
che hanno attraversato la vita della Sicilia, vince, ad un certo punto,
con la faccia anche di Musotto, perché poi quando le faide interne
al 'Partito Unico Siciliano', che è capace di amalgamare e comunque
di ospitare dentro di sé dal Pci, Pds, o Ds, se non nella sua interezza,
comunque nei suoi esponenti principali. Perché -ricordatevi- che
il primo governo della mafia nasce in Sicilia con l'esperimento Milazzo,
1958 e non sarebbe mai nato il primo governo della mafia se il giovane,
brillantissimo, geniale segretario regionale del Pci dell'epoca, che si
chiamava, che si chiama, Emanuele Macaluso, non avesse portato i voti
di una parte considerevole del Pci, dopo essersi messo d'accordo con il
suo amico del cuore, che era l'avvocato Vito Guarrasi, una di queste entità
strane, di questi personaggi mai nominati, che non danno interviste, che
non figurano quasi da nessuna parte, tranne in qualche relazione dei servizi
segreti e in qualche relazione soprattutto dei servizi segreti stranieri
che guardano con sospetto, che aveva detto che per fare uno strappo alla
Dc, che ignorava la Sicilia bisognava creare questo governo, che andava
dal Msi, il papà di Alleanza Nazionale, fino al Pci.
Quindi, come vedete il 'Partito Unico Siciliano' è capace di unire
quelle che all'apparenza sono le forze più in contrasto tra di
loro.
Pensate qual è il potere, pensate quale è stato, qual è
tuttora il condizionamento, perché poi il filo che lega il 'Partito
unico siciliano' è la massoneria.
Catania era la città che aveva il maggior numero di rappresentanti
nella famosa lista P2.
Milazzo: "Trapani.."
Caruso: "Trapani, no, di meno, in proporzione di meno. Trapani è
la città che, in proporzione agli abitanti, ha il maggior numero
di logge coperte, persino Totò Riina aveva paura di Trapani, cioè
stiamo parlando di un signore che dava la morte come noi diamo la mano.
Ma davanti a Trapani, Totò Riina tremava. Noi, poi, immaginiamo,
noi ci consoliamo dicendo che la Sicilia è il laboratorio degli
esperimenti più avanzati.
Io credo che viceversa sia il gabinetto del dott. Caligari, il gabinetto
dove si costruiscono i mostri, perché in Sicilia hanno ammazzato
Falcone, Dalla Chiesa, Borsellino: la matrice, la mano è mafiosa,
ovvio, ma la matrice non è solo mafiosa. Andiamo ben oltre il 'Pus',
il 'Pus' si fa strumento, secondo me.
In Sicilia si prepara l'omicidio di Mattei, in Sicilia si prepara l'esperimento
del governo Milazzo, il primo governo della mafia, in Sicilia arriva Sindona,
quando finse il suo rapimento, perché in Sicilia c'è il
grande ricatto dell'imprenditoria italiana, se è giusta la mia
lettura del finto rapimento di Sindona, deve aver luogo qui in Sicilia.
In Sicilia si prepara quella stagione delle bombe del '93 di cui non sappiamo
nulla, perché se voi vi ricordate le bombe messe dalla mafia non
in Sicilia, Bossi che parla di scissione dell'Italia, l'Aiav, che è
questa grandissima società tedesca che fu formata coi capitali
dei nazisti, con i patrimoni sfuggiti agli alleati dei nazisti, che ha
sede a Monaco di Baviera, dietro il cui potere si nascondono alcune delle
storie più oscure dell'Europa nel dopo-guerra
-dicevo- con l'Aiav che in quel momento sovvenzionava la Lega. Noi non
sappiamo quel che avvenuto, ma comunque quello che doveva avvenire forse
non è avvenuto perchè è andato Clinton al potere,
la generazione della 'guerra fredda' americana è saltata, c'è
stata una massoneria americana che è saltata, una massoneria inglese
che si è trovata in difficoltà, la massoneria italiana che
non sapeva bene quali erano i suoi punti di riferimento, ma alcuni degli
esponenti principali della massoneria italiana stanno a Catania, stanno
qui con noi.
Dicevo quindi, che questo è il famoso laboratorio siciliano, è
il gabinetto dei mostri, di cui noi paghiamo il prezzo più pesante,
lo paghiamo in termini di vivibilità, in termini di rispetto di
noi stessi, in termini di non aver mai quello cui avremmo diritto, perchè
poi -per dirci le cose fino in fondo- trentamila voti di preferenza a
Drago glieli abbiamo dati noi. Io non l'ho mai votato, ma mi ci metto
nel mezzo.
Priulla: "io no
"
Caruso: "ma comunque glieli ha dati questa città e non ho
mai trovato uno che parlasse bene di Drago. Dico trentamila voti a Catania
città, quando i votanti erano centomila, prese il 33 per cento
dei voti di questa città. Una persona di cui nessuno parlava bene,
come con Andreotti o con Craxi. Chi ha mai votato Andreotti? Trecentomila
figli di nessuno lo votavano.
Voglio dire, questo poi siamo noi, perché secondo me, anche chi
non ha mai votato Drago, si può tirare fuori o può dire
io sono innocente. Io non credo che qui nessuno di noi è innocente,
perché io non credo che tutti noi abbiamo fatto fino in fondo il
nostro dovere, a cominciare da me, che me ne sono andato. E' semplice,
lo dico io per primo.
Ma questa mancanza di innocenza la paghiamo sulla nostra pelle, la paghiamo
dovendo uscire
perché credetemi non c'è città
più sporca di Catania, perché per venire da piazza Stesicoro
alla libreria di Adalgisa Cavallotto abbiamo dovuto camminare in mezzo
alla puzza -chiedo scusa-dell'urina.
Milazzo: "avevo dimenticato di richiamare il caso dell'ingegnere
di cui faceva cenno cenno Fredy poco fa. Lui non ha voluto fare il nome,
io faccio il cognome, era l'ingegnere Mignemi.
Il caso Mignemi ha una sua universitalità: sta a significare che
laddove c'è un potere forte, più o meno autoritario, il
dissenso viene mandato in manicomio. Accadeva con Stalin, è accaduto
nella Catania democristiana.
Dico, io in questo la diversità siciliana non la colgo. E poi ti
lasciavo un invito a sorridere: oggi ho visto un servizio di un ragazzo
che ha fatto gli esami di maturità con la chitarra. E' andato e
per dimostrare l'incontro fra poesia e musica ha chiesto di poter testimoniare
la sua preparazione con una chitarra in mano. Finchè c'è
un ragazzo in Sicilia che va a fare gli esami con una chitarra in mano
io sono fiducioso".
Piero Isgrò: "il titolo è un titolo chiaramente provocatorio
"
Caruso: "no, non è provocatorio. E' una constatazione. Non
è provocazione: io non ho voluto provocare. Io constato".
Piero Isgrò: "il libro è un pamphlet, è un genere
letterario in cui si dicono tante cose estremizzandole, l'invettiva, tutte
cose che servono a far riflettere. Non è chiaramente un libro storico,
sociologico, perché se dovessimo prenderlo come tale, ma questo
non per diminuirlo, per carità.
Perché se siamo tutti mafiosi, come diceva giustamente la professoressa
Priulla, nessuno è mafioso, quindi, io direi che più che
mafiosi, non so forse siamo superstiziosi, il chè è diverso.
Noi mettiamo le statue dei santi nelle piazze, l'edicolante di piazza
Corsica ha messo la statua di padre Pio, perché è più
semplice mettere una statua che andare in chiesa, è più
semplice chiedere una grazia, una raccomandazione al santo che andare
in chiesa e come dire cercare di essere buoni cristiani, con l'esempio,
con la dedizione, con la sofferenza. Quindi, i siciliani cercano, comunque,
di non affrontare mai i problemi. Io non la vedo così tragica.
Non ci salviamo: ma cosa significa non ci salviamo? Noi ci alziamo la
mattina, andiamo a lavorare, salutiamo i nostri figli, li rincontriamo,
lottiamo per loro, cerchiamo di dare un avvenire sereno. Il problema 'non
ci salviamo' io non lo capisco bene, almeno se non parliamo come categoria
dello spirito, come esigenza sempre perfettibile, migliorabile. Questo
sì, nessuna persona razionale, onesta, può essere mai contento
di quello che
cioè la nostra condizione non credo che sia
tanto dissimile da altre condizioni non solo italiane, ma anche in altre
parti del mondo. Forse, questo fatto dell'essere superstizioso, questa
incapacità a migliorare, certamente noi possiamo migliorare; siamo
rimasti fermi perché forse è mancata una contrapposizione
tra le categorie del bene o del male. Sciascia nel suo libro 'Il consiglio
d'Egitto' delinea due personaggi importanti, che è l'abate Della
che è un prete astuto, corrotto e poi l'anarchico libertario che
è Di Blasi, che poi finisce ucciso.
Ora, nel momento in cui manca questa contrapposizione, manca il sale della
democrazia, manca il confronto, diciamo che il siciliano perde, perde
nel momento in cui paradossalmente l'abate Della si stufa, si stufa di
fare il delinquente, che è un modo di contrapporsi al bene, al
personaggio protagonista che era Di Blasi.
Ecco noi ci siamo un poco fermati e il nostro rapporto con la mafia è
un rapporto in cui la mafia non diventa mai il male, ma così lo
sfioriamo, ci conviviamo in qualche misura, ma senza mai vedere bene il
problema. Noi lo sopportiamo per vivere meglio, certo questo è
anche colpevole"
Milazzo: "Secondo Lunardi no, secondo il Ministro Lunardi ci dobbiamo
convivere
"
Isgrò: "Lunardi
, come molti esponenti del governo Berlusconi,
sono incappati in dichiarazioni molto infelici. Io ritengo però
che questo problema del non salvarci, dell'essere mafiosi rischi di diventare
un problema letterario, cioè che non si capisca bene fino in fondo.
Non credo che siamo tutti mafiosi, per cui non riusciamo a migliorarci,
siamo condannati, ma a che cosa. Ecco, non ci salviamo per diventare che
cosa?"
Caruso: "Noi non ci salviamo dal vivere dove viviamo. Adesso lasciamo
stare la sporcizia, si può vivere anche in mezzo alla sporcizia.
Ma perché dobbiamo rinunciare alla Playa? Alla Playa ci rinunciamo
per che cosa? Chi è che si arricchirà con la Playa? Lo sfruttamento
della Playa a chi porterà i soldi? Lo sfruttamento della collina
di fronte ai 'Faraglioni' di Acitrezza chi ha arricchito?
Lo sfruttamento di San Berillo, di Corso Sicilia, il sacco edilizio della
città, la mancanza di verde in questa città, chi è
che ha arricchito? Cioè che cosa ha portato a ciascuno di noi.
La nostra qualità della vita
, perché -io vivo a Milano-
ma perché a Milano adesso e non è che a Milano sono più
intelligenti di noi, non è che sono più furbi di noi, non
è che sono meno ladri di noi, perché poi insomma Tangentopoli,
mi sembra, ce la ricordiamo più o meno tutti
"
Milazzo: "l'avevo dimenticata di mettere nell'elenco nero.."
Caruso: "però voglio dire Milano Tangentopoli la fa scoppiare
e in Sicilia, mi pare, o a Catania o a Palermo, pare che invece nessuno
si è arricchito costruendo palazzi o con gli appalti pubblici.
Ogni tanto, viene fuori la solita inchiesta di qualche procuratore coraggioso
sull'aderenza mafiosa, allora si scopre che non c'è appalto pubblico
che funzioni. Allora, si scopre che a Catania il 99,87%, secondo me sarà
oltre il 100%
ma non fa impressine che a Catania il 99,87% degli
esercenti, degli studi professionali paghi il pizzo?
Dico 99. 87%. Ecco, Piero, che questo..certo io e tu non abbiamo uno studio,
non abbiamo un esercizio, ma siamo sicuri che se tu e io usciamo e vediamo
un signore che spara, che facciamo? Siamo sicuri che andiamo, tu ed io
Io
ho già raccontato che non l'ho fatto. Nel libro c'è raccontato
che io a 19 anni ho assistito ad un'incursione di alcuni dei fratelli
'Cavadduzzu' in una famosa discoteca estiva catanese. Ero tutto preso
dall'idea di scrivere un grande articolo: non solo non ho scritto un grande
articolo, non ho neanche denunciato. Come vedete, dopo Nino Milazzo, ci
sono io. Ma quanti siamo quelli di noi che non hanno denunciato o che
hanno fatto finta di non vedere, anche perché quando Catania era
la città dei cento morti all'anno, crepasse l'avarizia che ci fosse
un testimone. Sembrava che si ammazzassero a 'Tobstone', nella città
deserta, nella città dove non viveva nessuno.
Questo secondo me è il limite, è avere coscienza dei nostri
diritti. Noi siamo ancora convinti che il nostro diritto derivi o dalla
raccomandazione o dalla sopercheria.
Io non so se sia cambiata qualcosa all'anagrafe, ma fino a pochi anni
fa -vi dico anche l'anno, 1989- un certificato di nascita
beh, avrei
dovuto mettere in piedi una catena di Sant'Antonio, che, secondo me, potevano
anche portarci in Vaticano. Perché c'era l'infermiere che era cugino
del nipote della cognata di quello che stava vicino nell'ufficio dell'annona
che quindi poteva parlare, per avere un certificato che in tante città
italiane, con un colpo di telefono, la mattina seguente, lasciando mille
e cinquecento lire al portiere, è a casa. Adesso mi auguro che
adesso anche a Catania sia così, non lo so.
Ma io dico: sono le cose spicciole. Siete mai entrati negli ospedali di
Catania? Io purtroppo sì, perché noi non abbiamo diritto
a quegli ospedali, che adesso in parecchie città d'Italia dicono
che sembrano svizzeri? Qual è il prezzo che noi dobbiamo pagare
al privilegio di vivere e di nascere e poi fra duemila anni di morire
a Catania? Perché questo privilegio? Questo privilegio poi qualcosa
ci deve portare? Se non perché siamo qui.
Perché Catania deve essere l'unica città d'Italia -io non
so chi fra di voi ha visto questo bello articolo de 'La Sicilia, in cui
c'è un libro che io ho trovato delizioso, magari se ci metteva
qualche nota in meno veniva anche più
- ma nonostante le note,
libro delizioso di Tino Vittorio, che è questo saggio marinaro
sulla questione d'Italia, in cui per le pressioni di un gruppo di professori
universitari che attraversano tutti i partiti, che non sappiamo se magari
sono uniti dalla massoneria, io penso di sì, ma si dice in questi
casi 'non sappiamo se sono uniti della massoneria'; siccome questi professori
non hanno gradito non il contenuto del libro, ma una nota, una piccola
nota autobiografica, nella quarta di copertina, scritta dal prof. Vittorio
su che cosa possa significare fare il professore universitario in Italia
o a Catania, sono riusciti a ottenere, avevano ottenuto il ritiro del
libro dalle librerie. Se Nino Milazzo non avesse fatto un editoriale su
'Telecolor' questo libro non tornava e vi garantisco che nelle altre infelici
città italiane non sarebbe accaduto e soltanto nella felice Catania
che avviene. Io se posso esprimere, io vi inviterei a comprare tutti questo
libro proprio come questione di senso civile, come manifestazione di ribellione
contro la Catania del 'Partito Unico Siciliano'
Vittorio: "è un libro su cui non ci sono margini di contraffazioni.
E' un libro che o è mafioso o non è mafioso. Parlando con
il linguaggio che ci suggerisce, è lo stesso autore, questo libro
è mafioso, però la mafia ha un sentire storico ed è
un libro mafioso di sentire post-moderno.
I vecchi mafiosi quando c'erano due che litigavano, si introducevano,
si mettevano di mezzo e facevano da pacieri. Ad un certo punto hanno scoperto
- i nuovi mafiosi- che bisogna, invece, fare in modo che, quando due litigano,
per fare in modo che i due la smettino di litigare, non di metterli nel
mezzo, perché mettersi nel mezzo alimenta l'aggressività
virtuale, ma spingere l'uno contro l'altro. Ed è chiaro che la
questione si risolve subito.
Questo è un libro che invita alla zuffa ed è bene che sia
così.
Invita alla zuffa perché lui sostiene che noi siamo infilati organicamente,
assolutamente dentro l'errore, l'errare. Ed è vero, perché
ciò che di chi si vuole dire, ciò che si vuole realmente
dire è che bisogna smetterla di pensare che esistano i Siciliani
e quindi la Sicilia, nel senso che non abbia nulla di eccezionale, perché
siamo mafiosi o antimafiosi, parliamo di salvezza o parliamo di dannazione,
a partire dal fatto di ritenere che la Sicilia abbia una caratteristica
particolare, che non ha. Chi la pensa in questi termini è un fottuto
provinciale. E questo è il dato di partenza. In questo libro si
dice 'smettete di pensare di essere il sale della terra. Non c'è
nulla di più squallido dell'Etna, perché altrove vulcani
ce ne sono tantissimi, il mare lo trovate altrove anche più salato,
altrove il grano è ancora più duro'. E' quello che si vuole
dire nel libro. Bisogna smetterla di pensare di essere eccezionali, perché
a pensare di essere eccezionali o si è mafiosi o si è antimafiosi.
Chi non lo è -ed io, sarò mafioso- ma comunque mi sento
innocente, anzi sono innocente- chi non volesse stare dentro questa forbice,
deve essere stravagante; cioè io non ci voglio stare dentro una
forbice per cui o si è mafiosi o si è antimafiosi. Si è
siciliani. Io ritengo che non bisogna essere siciliani, non esiste la
Sicilia nei termini in cui la retorica c'è l'ha consegnata. L'errore
è nella rappresentazione della Sicilia.
Allora cosa dobbiamo fare? Dobbiamo, per ristabilire le proporzioni, i
profili ideali, togliere l'acqua. Ciamu 'a levari l'acqua, cioè
dobbiamo fare sparire la Sicilia, cioè quell'immagine, quella rappresentazione,
la retorica della Sicilia. Cioè se ce ne andiamo è anche
meglio, che è la cosa che ha fatto il mio amico Alfio Caruso, che
ha tentato di fare quell'impunito Nino Milazzo, ben tornato, ha fatto
anche Piero Isgrò. Molti miei l'hanno rescisso questo legame, cioè
hanno rescisso non tanto il legame, come dire, banale, ovvio, con i parenti,
il profumo, il gelsomino, hanno rescisso il legame mentale con l'eccezionalità
della Sicilia.
Quindi, ciamu 'a levari l'acqua, come quei due, ed è un'espressione
da mafioso post-moderno. Così sarà eterna questa virtuale
lotta tra i due contendenti. Per finirla scontro diretto, senza mediazioni.
Allora, questo libro qua, a differenza di altri libri sulla mafia, ha
un pregio: fa scoprire la differenza e spinge ad essere conseguenti. Cioè
bisogna andare alla guerra totale fra padri e figli, Cristi e Anticristi,
mafiosi e antimafiosi, Bisogna smetterla con le differenze.
Se non la smettiamo con questa storia qua, è chiaro che tutto ciò
che capita di strano in questa isola: se piove ad agosto, la mafia, se
piove ad agosto, la mafia
La professoressa Priulla diceva: 'ma come mai che non si parla di giornalisti
in quel libro.."
Priulla: "con un sorriso l'ho detto
"
Vittorio: "non c'è ne è sorrisi là, io credo
che Ciancio sta restando senza risate
"
Risate dal pubblico
Vittorio: " Allora, in realtà, lì non si parla di una
cosa molto importante, non si parla di quei personaggi che io ritengo
responsabili della rappresentazione distorta della Sicilia, che sono i
produttori dell'immaginario comune, cioè i professori universitari.
Se noi non la smettiamo di pensare che tutto quello che accade qua dentro
è eccezionale, rischiamo di pensare che i professori universitari
nell'atto in cui promuovono o impediscono la carriera di qualcuno, a favore
di qualcuno o contro qualcun altro, non fanno altro che una estorsione
a carico dello stipendio di uno, che non fa carriera, per produrne un
altro a carico del figlio, della figlia, dell'amante, del cameriere, dell'autista
e quant'altro.
Io non vedo nessuna differenza fra un'estorsione, fra il pizzo pagato
da un negoziante ad un mafioso dichiarato e una estorsione stipendiale
utilizzata per creare le proprie camarille interne. Se noi non la smettiamo
di pensare con questi criteri di eccezionalità, anche il mobbing
è una cosa internazionale
, se non la smettiamo dobbiamo per forza dire che tutte le volte che noi
veniamo al Sud o vediamo degli operatori non giustamente, come dire, retribuiti
per il merito che loro hanno, allora dobbiamo pensare che ci troviamo
di fronte ad un mafioso. Cioè, fra un professore universitario
e Totò Riina, nessuna differenza, se non a favore di Toto Riina,
cioè nel senso che Totò Riina rischia la vita, quell'altro
non rischia assolutamente nulla, anzi accumula crediti
Della mafia siciliana se ne parla è un dato secolare, cioè
non è una cosa che hanno scoperto ieri, qualcuno di buona famiglia
l'ha scoperta avanti ieri, è sceso da via Giacomo Leopardi e arrivato
in piazza Duomo e ha scoperto che qualcuno, come dire, che si comportava
male. La mafia siciliana è un dato internazionale, è un
dato caratteristico della comunità mediterranea.
Uno che queste cose le ha studiate bene, bene ritiene che addirittura
è una struttura permanente della società mediterranea. Non
sa da dove inizia, non sa come è iniziata, ritiene che sia un dato
permanente, determinata dalla marginalità che, ad un certo punto,
ha subito il Mediterraneo nella storia del pianeta.
Quindi, non è che si voglia negare il tasso altissimo di illegalità
o di marginalità che c'è dalle nostre parti: quello che
si vuole negare è quella cosa eccezionale, per cui tutto ciò
che è criminale qui, deve avere una caratteristica particolare,
che è appunto il dato mafioso, l'essere mafia. Che significa assolutamente
o significa tutto, o significa quella cosa per cui giustamente Alfio Caruso
dice.: beh, a questo punto lo siamo tutti'.
Chiudo con una citazione ovvia, cioè parlando di mafia, antimafia,
di stili mafiosi, non si può non parlare, lo ha già fatto
Piero Isgrò, di citare ovviamente Leonardo Sciascia e però,
dopo la citazione, vi consegno, a voi e ad Alfio, un'altra mia riflessione
e finisco.
Quando io sto dicendo che il problema della rappresentazione della Sicilia
in realtà è un dato individuato da Sciascia nel lontano
1968 in una prefazione ad un libro -guarda caso- sul brigantaggio politico,
del brigantaggio politico tra il 1815 e il 1818, di uno storico che si
chiamava Lucarelli.
Sciascia diceva: 'qua non c'è brigantaggio politico in Sicilia,
come è possibile.
O meglio qui non c'è io dico qual' è la soluzione. La soluzione
è il sicilianismo', che è quella che ho detto poco fa, la
rappresentazione della Sicilia come terra straordinaria, eccezionale,
dove gli uomini hanno quattro occhi, sette orecchie.. Il sicilianismo
che lui definisce in questi termini qua: è un complesso di sentimenti
e di risentimenti, di tradizioni e di istituzioni, che per secoli hanno
più o meno efficacemente contrastato ogni attentato ai privilegi
del Regno di Sicilia e nell'ultimo periodo -stava facendo una prefazione
ad un libro sull'Ottocento- alla politica unitaria dei Borboni e dentro
il sicilianismo si agitava, nell'ottocento, la formazione di una categoria
sociale se non di una classe che approssitativamente si può dire
borghese, borghese-mafiosa più esattamente, di cui il campione
è il Setard del 'Gattopardo' che tutti conosciamo.
In conclusione, identificando -sempre Sciascia- il sicilianismo in un
corpus piuttosto confuso e contraddittorio di privilegi nazionali e di
classe, di tradizioni, di costumi, di abitudini ritenuti perfetti e superiori
e siamo nella dimensione della politica siciliana e tutt'ora esiste, che
esercita il suo fascino anche sui non siciliani
, per dire che noi
dobbiamo uscire da questo corpus, che sono i mezzi di produzione dell'immaginario
vincolati all'ossessione della Sicilia speciale. Ah, che bella la Sicilia!
Cioè bisognerebbe fare sparire la letteratura per i siciliani e
sulla Sicilia, perché - e su questo poi sono disposto a fare una
discussione a parte, la faccio perciò una domanda ad Alfio- perchè
anche Verga, anche Sciascia hanno dato corpo al quel corpus"
Applausi
Caruso:
" Per chi non lo avesse letto, il prof. Vittorio, tra l'altro, è
autore di una straordinaria definizione, lui ha scritto un libro che si
intitolava 'le mafie ritratte'. Lui ha inventato la definizione della
mafia dadaista, che -io trovo- una delle invenzioni più mirabolanti
del ventesimo secolo. Lui questo libro l'ha scritto nel 1999, perché
finora alla mafia dadaista nessuno aveva pensato, neanche fior di pensatori
che sulla mafia si sono scervellati erano mai arrivati a questo concetto
della mafia dadaista.
Io la penso come Sgalambro, perché Sgalambro qualche idea geniale
prima di finire con le canzoni che poi è un classico dei grandi
letterati e dei grandi intellettuali siciliani, che si parte dalle vette
di Dio e si finisce al 'Cafè Chantal'. Ne abbiamo tantissimi di
esempi.
Unica cosa che Sgalambro ha detto di molto vero, cioè la mafia
finirà il giorno in cui i siciliani si affronteranno fra di loro
armati di fucile. Io credo che Sgalambro prima di cantare 'Le vie en rose'
non è andato molto lontano dal vero. Detto questo, io qui finisco..
ci sono domande
"
Domanda
sul rapporto cittadino-suddito in Sicilia, a confronto soprattutto con
la realtà del nord- Europa:
Caruso:"E' chiaro che secondo me siamo nella migliore delle ipotesi
sudditi, il più delle volte servi della gleba, ma è una
mia idea".
Milazzo: "ho trovato molto interessante il discorso di Tino Vittorio.
Io credo che il vero problema sia quello della diversità siciliana,
questo continuo proporre la diversità siciliana che ha fatto della
Sicilia un caso anche per noi. Noi siamo un caso perché lo abbiamo
creato, però, a differenza di lui, io pongo una discriminante:
ed è la mafia. Noi siamo come tutti gli altri. Sentendo le contestazioni
di te (Caruso ndr), mi sembrava, quando parlavi di Catania, della realtà
del Cairo, di Città di Messico o di Kabul, ove c'è sporcizia,
dove ci sono inefficienze. Non credo che sia quella, è nelle coscienze
il problema. Allora, dico è vero- smettiamola di fare della Sicilia
un caso particolare, perché il mare della Sicilia è come
il mare della Grecia, l'Etna è uguale al Fujiyama. E' molto vero
quello che dice Tino Vittorio, però, attenzione, con una discriminante:
la mafia, perché la mafia è centrale nella nostra società,
a differenza di quello che accade in altre situazioni. Perché è
facile dire che ormai è un fenomeno universale: attenzione, altrove,
la mafia è un fenomeno marginale delle società sviluppate,
da noi continua ad essere un fenomeno centrale della nostra vita. Questa
è la grande discriminante.".
Isgrò: "L'intervento di Tino Vittorio è un intervento
simpaticamente provocatorio. Secondo me, stiamo scivolando nella letteratura,
che è un fatto importante, di sensibilità. Lo stesso Sciascia
diceva che per capire l'invasione di Napoleone in Russia occorreva leggere
non un libro di storia ma 'Guerra e Pace'. Quando dicevo che il libro
è un pamphlet non intendevo sminuirlo, anzi intendevo dargli maggior
valore, perché -dice Nino Milazzo- noi dobbiamo smetterla di farne
un caso. Ma il rischio qual è? Noi, invece, dobbiamo farne un caso,
altrimenti non superiamo i nostri problemi.
Se non c'è differenza fra Catania, Torino, Milano, noi non siamo
speciali, abbiamo i problemi gli altri e allora dove sta la diversità?
No, noi abbiamo una responsabilità in più per come ci siamo
comportati, siamo andati fin qua, ci siamo evoluti nella storia. Diceva
il regista Pietro Germi che il siciliano è italiano due volte,
nel bene e nel male. Ecco noi dobbiamo farne un caso.
Questo libro, questo pamphlet fa della Sicilia un caso, perché
in fondo non è tanto distruttivo, perché nel momento in
cui ci pone così violentemente, io dico provocatoriamente di fronte
alle nostre responsabilità, noi possiamo vederci meglio allo specchio
e cercare di superarci, di migliorare.
Certo i problemi sono uguali dappertutto anche, noi -ripeto- aggraviamo
la situazione. Io ho lasciato Catania e sono andato a Roma, un po' per
ambizione evidentemente, perché il Tg1 rappresentava il massimo
del giornalismo televisivo nazionale, ma vi posso dire che la molla è
stata una costrizione, è stato un atto mafioso che mi ha costretto
a lasciare questa città.
Bene, a Roma ho trovato la stessa mafia, moltiplicata per dieci, dove
è stato molto, difficile duro, vivere. Però, qual è
la differenza? Che lì c'era un confronto più aperto, c'era
una sensibilità maggiore. Ecco noi dobbiamo cercare di superare
questi problemi, avendo in mente che sono problemi seri, dobbiamo superare
e non dobbiamo, come dire, abituarci a questa normalità. Questo
libro di Caruso è proprio questo schiaffo, questo pugno nello stomaco"
Caruso:
"il libro sono 150 pagine, è chiaro che non vuole essere una
storia della Sicilia, non è una storia della mafia, è un
insieme di ricordi, di osservazioni, di episodi, di aneddoti, di riflessioni,
di denunce, di cattiverie. E' chiaro che alcuni argomenti sono toccati
e altri no. Molto personale, come è logico che sia un libro così.
La professoressa Priulla si ostina a dire che io ho avuto un occhio di
riguardo per la mia categoria, ma il vecchio conoscente che è,
per esempio, Mario Ciancio non credo che sarà contentissimo di
sentirsi, anzi di leggere nel libro, che secondo me lui, in questo momento,
è l'esponente più autorevole del 'Partito Unico Siciliano'
o non credo che quelli del 'Giornale di Sicilia' sono contentissimi di
leggere che hanno fatto da spalla a Leoluca Orlando, dopo tutto quello
che Leoluca Orlando aveva detto di loro.
Voglio dire, ho citato piccoli esempi che mi sembravano calzati per quello
che volevo raccontare.
La mafia: io credo che l'essenza del libro è qua, è nella
quarta di copertina, dove la professoressa Priulla ha letto solo la parte
finale. La quarta di copertina dice: 'Cosa Nostra racchiude e sublime
la zavorra che abbiamo accumulato in trenta secoli di megalomania, di
vittimismo, di magniloquenza, di presunzione, di alterigia, di alterigia
e di eccesso di intelligenza'.
Questo -vuol dire- che non è che il peggio di noi siciliani deriva
dalla mafia, vuol dire esattamente il contrario che la mafia racchiude
il nostro peggio, prima si è siciliani e poi si è mafiosi.
Per me questa è una verità incontrovertibile, è una
verità molto sofferta, che mi fa male, al quale io sono arrivato,
ma alla quale io non rinuncio. Non si è prima mafiosi e poi ci
sono i siciliani. No, se non si è siciliani, non si è mafiosi.
Senza la sicilianità, non esiste la mafia, la qual cosa non vuole
dire che tutti i siciliani sono mafiosi, perché ci sono migliaia
di siciliani che si sono fatti ammazzare per urlare il loro no contro
la mafia.
Significa che tutti i mafiosi sono siciliani e questo vorrà dire
qualcosa, perché noi siamo portatori di un razzismo micidiale,
perché mentre Cosa Nostra americana presupponeva la figura del
consigliori che poteva essere di nazionalità anche straniera
.
il principale socio- alleato di Lucky Luciano era questo apolide, mezzo
polacco, mezzo russo, questo ebreo, che si chiamava
la principale
intelligenza che abbia avuto la mafia.
Abbiamo letto il 'Padrino', il consigliori era un irlandese, ma comunque
Cosa Nostra italo-americana aveva affiliato gli Anastasia che erano calabresi.
Frank Costello si chiamava Francesco Castiglia ed era di Soverato, Joe
Adonis era Giuseppe Dotto di Avellino, Vito Genovese era napoletano. Quando
la mafia siciliana ha avuto bisogno di affiliare i grandi contrabbandieri
napoletani -stiamo parlando della fine degli anni Settanta, i Bardellino,
gli Zaza, i Nuvoletta- perché servivano le loro conoscenze sulle
rotte del contrabbando per mutuare la rotta del contrabbando alla rotta
dell'eroina, crearono la sezione staccata di Napoli. Mai e poi mai pensarono
di affiliarli a Palermo, di affiliarli nel loro mandato, perché
il nostro razzismo è micidiale. Ma non è certamente un razzismo
-come diceva giustamente Nino Milazzo- che può essere di ordine
genetico, perché dai vecchi, dalle donne siciliane e nel libro
trovate tre pagina dove io credo di spiegare perchè le donne siciliane
ci menano per il naso da tremila anni, perché c'è un abisso
fra noi e loro, perché soltanto dei cretini come siamo noi, maschi
siciliani, possono pensare che l'onore degli uomini stia nella virtù
delle donne. Bisogna essere degli irrimediabili deficienti
."
Priulla: "ma lo pensano anche i calabresi
"
Caruso: "sono dei deficienti anche loro, peggio per loro che lo pensano,
perché nel resto del mondo, giustamente, non lo pensano, perché
io frequentato il lido dei 'Ciclopi' fino a qualche anno fa, quindi mi
è capitato di ascoltare da bambino ma anche da vecchio, perché
ho 52 anni
, io sentivo i discorsi ancora di 'io mi sono fatto una,
due
', per cui ascriveva a sé stesso, vi parlo del 1999, dalle
sette alle otto conquiste; ciascuno, naturalmente, in totale buona fede,
continuava ad escludere la mamma, la sorella, la moglie e la figlia. Se
vi fate i conti rimangono le capre e le pecore, porca miseria, ma ancora
noi siamo questi al di là di ogni folklore. Le donne siciliane
hanno guidato la mafia. Noi siamo ancora legati ad una figura letteraria,
cinematografica, finta. Io faccio la citazione della grande madre di Puzo,
del 'Padrino', che faceva il ragù, portava e istruiva i nipoti,
andava in Chiesa. Non è mai esistita
"
Finale
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Domande ad Alfio Caruso.
Domanda: fino a quando il potere pubblico gestisce
gran parte delle risorse economiche non ci sarà nulla da fare.
Prevale così la logica dell'appartenenza e non quella del merito,
del mercato. In questo contesto, la mafia è la vera e unica impresa
che funziona. Occorre pensare all'economia, produrre, esportare, pensare
alla libertà economica. Esempio: quando "La Sicilia",
in alcuni periodi dell'anno, ha fra i principali enti pubblici e cioè
tutti i sindaci della provincia di Catania, ma cosa volete che pubblichi
"La Sicilia" sulle malefatte dei politici? Prendiamo esempio
da altri giornali
Caruso: "Si è parlato de 'La Sicilia', ma quando il pendolino
deragliò a Piacenza e fece un po' di morti, alcuni anni fa, il
'Corriere della Sera' e 'La Stampa' non scrissero in nessun titolo, in
nessun sommario, in prima pagina e nelle pagine interne, che li costruiva
la Fiat. Vedete, non è che la stampa..così facciamo contenta
la professoressa Priulla, ne parliamo male. Io ci ho vissuto per trentacinque
anni prima di trovare un luogo, dei luoghi perché poi non mi hanno
più voluto. Dicevo, la stampa ha pregi e ma ha difetti, in Italia
come nel resto del mondo, perché è un'attività umana
e quindi ci sono delle regole
Qual è l'aggravante italiana?
Che tutti i giornali sono in mano a gruppi finanziari, che tutti i giornali
sono in mano a gruppi industriali, che non l'editore puro, che non esiste,
ma l'editore che vive del guadagno del proprio giornale non c'è.
Quindi, hanno tutti altri interessi, che possono essere l'Interporto,
che possono essere la rottamazione delle auto, che possono essere vendere,
quando avevano l'Olivetti i computer, i computer dell'Olivetti al Ministero,
computer rotti naturalmente, non quelli sani, che possono essere avere
gli appalti se si ha un giornale a Roma, avere gli appalti per il nuovo
centro direzionale che deve sorgere nella capitale.
L'editrice del 'Washington Post'aveva altri interessi, ovvio, ma erano
tutti nell'ambito della comunicazione. Lei viveva se i suoi giornali vendevano,
se i suoi giornali attiravano pubblicità. E' chiaro che anche lì
c'erano degli interessi, però forse erano degli interessi omologabili
o comunque comprensibili o comprensivi di quello che è l'interesse
di un giornale.
'La Sicilia' ha le sue colpe, ma tutta la stampa italiana ha le sue colpe".
Domanda
sul rapporto fra valori e legalità, fra valori e proprio dovere
(esempio il dott. Scidà e la sua battaglia per la legalità)
"Io credo che siamo tutti d'accordo sulla mafia e sulla mafiosità
quotidiana. A differenza della signora, io non credo che la mafia sia
così individuata, perché dalla mafia di Riina a questa mafia
di Provenzano, non solo non è individuata, ma se un personaggio
di cui ho stima come Piero Grasso, Procuratore di Palermo, sostiene che
è allo zenit del proprio potere, cioè un potere che neanche
Riina aveva avuto, evidentemente è una mafia molto più pericolosa.
Anch'io sono un credente, ma non credo che possa essere sufficiente la
nostra salvezza singola. Io credo che ci siano persone che vanno a letto
davvero in pace con la propria coscienza, ma ho timore che in Sicilia
essere in pace con la propria coscienza significa anche non scendere a
patti, perché proprio il dott. Scidà mi diceva 'è
chiaro che io ho perso tutto, io sono uno sconfitto' e non erano le parole
di un uomo che era per il sì. Sapeva che lui aveva impiegato i
propri mezzi, sapeva che lui non si era piegato, però era altrettanto
cosciente che lui aveva perso la sua battaglia di legalità, che
lui, a torto o ragione, riteneva la sua battaglia di legalità.
Trovo che al di là di una fede personale
la Chiesa in Sicilia
-c'è un capitolo del libro che si intitola 'Libera Mafia in libera
Chiesa'. Io credo che la Chiesa sia stata una delle principali alleate
della mafia in Sicilia, non perché non ci sia stato mafioso che
non abbia baciato la mano di un prete, ma perché ancora oggi ci
capita di vedere un sacerdote di Corleone che davanti alla domanda 'Il
giorno in cui cattureranno Provenzano, per Corleone sarà un giorno
migliore?'; la risposta è 'Ben altri sono i problemi!'
. A
Corleone c'è una lunga tradizione di preti che hanno sempre detto,
anche quando il problema si chiamava Riina, che ben altri erano i problemi.
Perché la Chiesa è chiaro che deve avere un occhio di riguardo
per i peccatori, per coloro che si pentono, ma evidentemente ha sempre
ritenuto che i mafiosi fossero la merce prelibata di questi peccatori
che si devono pentire, perché la Chiesa non ha mai negato i sacramenti
a un mafioso che ha ammazzato, a un mafioso che ha stuprato o a un mafioso
che ha ucciso due bambini. La Chiesa ha negato i sacramenti a due concubini,
ma non ha mai negato i sacramenti ad un figlio di un mafioso. La Chiesa,
tranne Pappalardo, Don Puglisi, non ha mai predicato dal pulpito contro
la mafia. Ancora pochi anni fa, la Chiesa ha benedetto la salma di un
mafioso fra i più ricercati, il papà dei Messina Denaro,
Ciccio Messina Denaro, morto in latitanza, ma ovviamente si è sempre
trovato un sacerdote che ha fatto le esequie. Lì forse è
un dovere cristiano, per carità, ma non è un dovere cristiano
lodare un morto e accusare, attaccare lo Stato che ha cercato di catturarlo.
Tutti ci ricordiamo quello che avveniva con Don Frittitta a Palermo, dove
lo Stato era un bieco esecutore e i mafiosi erano dei bravi ragazzi".
Cosa
ne pensa del caso Catania?
"Il Caso Catania, secondo me, è il caso nostro, io non credo
al caso Catania, io credo al caso di ciascuno. Io credo al caso di ciascuno
di noi che va a votare alle elezioni comunali o alle elezioni regionali
o alle elezioni politiche per i suoi rappresentanti. Insomma, questi signori
da qualcuno vengono eletti. Questo qualcuno quando si tratta di eleggere
la giunta a Catania, è qui, è in questa città. Evidentemente,
nella testa, nei bisogni, nei pensieri, nelle riflessioni, degli animi
della stragrande maggioranza di questa città gli eletti rispondono
ad un bisogno proprio e quindi è inutile che stiamo qui a parlare.
Non esiste un caso Catania, esistono i catanesi che votano e quando i
catanesi votano evidentemente votano quelli che ritengono i politici più
omogenei alle proprie necessità. Se domani mattina cinque milioni
di siciliani si svegliano e dicono basta, non esiste più la mafiosità,
non esiste più la mafia"
Perché tanti giornalisti catanesi emigranti al Nord?
"Io appartengo all'ultima generazione di giornalisti che è
andata via. Perché di giornalisti siciliani che vanno via..c'è
stata credo la Maria Grazia Cutuli, che non era una bambina, aveva quarant'anni,
anche lei matura. Io ricordo una generazione di siciliani che volle andare
via, in tanti mestieri, non solo giornalisti. Adesso -mi sembra- ma può
essere anche una pretesa giusta, che i ragazzi vogliano il posto fisso
sotto a casa, assieme alla granita e alla brioche. Nel mondo in cui ci
siamo avventurati, non so fino a che punto sia una strada percorribile,
fino a che punto ci porterà dei risultati".
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