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Esiste o no una lobby, un gruppo di potere che, all'interno della Procura della Repubblica, ha condizionato grosse inchieste su mafia e politica e più in generale il funzionamento della giustizia penale? Questo il punto centrale, almeno dal punto di vista giudiziario, del cosiddetto "caso Catania". Secondo il Csm sì tratta di "mere insinuazioni", ma certamente le denunce dei magistrati Giambattista Scidà e Nicola Marino in Commissione Antimafia restano agli atti. E sono atti che "scottano". Raccomandazioni per fare carriera, pressioni su magistrati che vogliono indagare senza guardare in faccia nessuno, acquisti di immobili da personaggi equivoci o peggio mafiosi, gestione di alcune inchieste, in particolare quella sullo scandalo del "Garibaldi" e quella sul "re dei supermercati" Scuto, su cui non si sono ancora dissolte totalmente ombre di eventuali favoritismi all'insegna delle appartenenze di famiglia. In una parola, quella che con termine forse difficile, potrebbe essere chiamata una "gestione corporativa", di quelle gestioni in cui se c'è un parente o un amico è meglio lasciarlo fuori. Già, meglio lasciarlo fuori, perché a Catania "siamo tutti amici" e non è bello fare certi nomi, soprattutto non è bello farli finire su atti ufficiali. Questo, in prima battuta, è il "caso Catania", cioè la versione legata agli aspetti giudiziari. Ma il "caso Catania" è soltanto una questione giudiziaria? A Catania, l'impegno del potere reale è stato -dapprima- ridurlo appunto ad una questione di "scontro fra magistrati", poi, quello di non farne parlare più a nessuno, soprattutto sulla stampa d'ordine. Il
dato che emerge, però, al di là dei soliti silenzi ed omissioni,
è quello di una vicenda troppo delicata perché -secondo
chi detiene il potere- il popolo la possa conoscere davvero. Perché?
Forse perché troppi nomi importanti ne sono, più o meno,
coinvolti? L'ipotesi non è poi così strampalata. Troppe
dicerie, troppi tentativi di depistare, magari parlando del passato o
utilizzando - strumentalmente - l'arma dell'ideologia o della difesa dei
principi dell' autonomia ed indipendenza della magistratura come strumento
di copertura di affari sporchi, soprattutto troppi silenzi hanno accompagnato
in questi ultimi anni, con un'accelerazione formidabile negli ultimi mesi,
una vicenda che, in realtà, assume davvero connotati politici,
non giudiziari. I fatti e non le opinioni indicano, infatti, che sul "caso
Catania" non si vuole fare chiarezza soprattutto a livello politico.
Un dato su tutti: in Parlamento, cioè al massimo livello istituzionale,
non si registrano prese di posizione di parlamentari eletti nel catanese.
Coincidenza vuole, che su altri casi scottanti della città, come
per esempio, la gestione del Porto, a chiedere chiarimenti siano deputati
e senatori eletti in altri collegi regionali: il colmo si è raggiunto
ad aprile, quando a farsi sentire sul "caso Catania"
è stato addirittura un parlamentare di Bari, eletto nelle file
di Alleanza Nazionale. Già, un partito di destra e arriviamo, con
questo, ad un altro punto: perché la sinistra istituzionale non
parla, con atti ufficiali, del "caso Catania"? In città,
la risposta l'hanno già trovata: dietro la vicenda ci sarebbero
le mire e gli interessi della destra berlusconiana, che -di certo- interessi
sporchi ne ha da tutelare a bizzeffe. Prove? A parlare del "caso
Catania", negli ultimi mesi, sono soprattutto giornali vicini
o pressoché di proprietà del premier. Tradotto: gli attacchi
alla Procura, in particolare all'ex presidente dell'Anm, Gennaro, sarebbero
stati "orchestrati" dalla destra. Fermate il pericolo,
allora! Ci si aspetterebbero, di conseguenza, iniziative, dibattiti pubblici,
dichiarazioni degli esponenti della sinistra istituzionale per difendere
una possibile "vittima" del "regime",
che, però, affida la sua autodifesa ai mass-media del gruppo Ciancio,
che, di certo, non sono "nemici" di Silvio Berlusconi
e che, soprattutto, sono stati storicamente la voce ufficiale della "Catania-bene",
della "città intoccabile", di quella gente cioè
che si indigna -a parole- quando i fatti descrivono Catania per quella
che è, cioè pressoché una cloaca. Allora, come stanno
le cose davvero? Da altri "lidi", invece, niente. Silenzio.
Perché? Si preferisce parlarne nelle segrete stanze di Montecitorio,
per caso? E per fare cosa? Nuovi "inciuci"?
Quali segreti conosceva l'imprenditore Rizzo di S. Giovanni La Punta,
ucciso dalla mafia dei "Laudani", poco prima che si pentisse?
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Catania
e le sue fogne |
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il "caso Catania"
- memoria storica: Sebastiano "Nello" Scuto, il re degli alimentari. La miccia del "caso Catania" - parla Giambattista Scida', ex presidente del Tribunale dei minori - Scida', un uomo "scomodo": volantino del Gapa, Siciliani per la legalita', Citta' Libera - intervento del magistrato Nicolo' Marino su mafia, giustizia e potere - Strani silenzi sul "caso Catania" |
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| online da Giovedì, 25 Luglio, 2002 | |
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