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25 gennaio, piazza Stesicoro, Casa dei poeti, presentazione del giornale. Si discute, si beve, ci si diverte finalmente al di là d'ogni evento alternativo che ti obblighi ad un'esclusiva presenza in una Catania ormai al ridicolo della fiction. Un contesto volutamente ricco, un mosaico eterogeneo di iniziative, un linguaggio - poiché linguaggio è analisi, sintesi, trasmissione e crescita culturale - dicevo un linguaggio complesso e libero, variamente articolato, semantizzato nella policromia dei suoni, stigmatizzato sul bianco/nero delle pellicole, vissuto nei sorrisi e tra le luci della sera, stemprato e riscaldato da una sangria che ricordo ancora, nascosto nelle aspettative silenziose e tra i caratteri in neretto delle letture. In controtempo e in maniera direi quasi "imprevedibile", come in una sceneggiatura retoricamente usurata dal tempo e dalle abitudini, qualcuno e chissà da dove, da' vita al proprio esibizionismo anticonformista. Un monologo misero, amorfo, immotivato, violento, slegato da ogni logica iterativa, privo e povero di aspettative, lontano da ogni logica democratica del parlare, quasi un canto di morte a ciel sereno. Una voce senza tono, da giovane borghese imberbe, vanamente, poiché tutto non era altro che vanitas vanitatum, effimera nell'esistenza, inconsapevolezza del gesto, si articola in involuzioni difficili e tortuose, senza alcuna pretesa, motivata da chissà quale carica dissacratoria e risibile. Nel mélange dei presenti è subito evidente una nuova disposizione delle forme. Un occhio di bue illumina il turpiloquio di un giovane, di un picciotto dall'aria seria, dalle spalle larghe, dai capelli corti, un po' ricci, abbastanza uomo da farmi pensare che è meglio a volte non esserlo, un ragazzo ordinato, di quelli che vanno lobotomizzati allo stadio. Il monologo del patriota, anticomunista e non certo fascista - poiché è la storia, e ne sono convinto in senso pasoliniano, che nega ogni forma di fascismo e clericalismo in un'Italia pienamente post-consumista - è quello di un animale in gabbia, vittima di una logica del potere che esige, costruendolo, uno standard umano mediocre e violento, una tenera pedina, un futuro cittadino italiano, un sicuro elettore italiano. La
tragedia del giovane "neo-fascista" ha i minuti contati; generatrice
soltanto di intolleranza e incomprensione, si spegne nel silenzio dei presenti.
Effimero era l'incipit, amara la fine. Un coro di giovani con giacche di
pelle non usurate, ben ricucite, decide allora di lasciare la scena portando
via il cadavere bendato dell'eroe di turno nell'indifferenza generale, ma
non mia.E' decisamente istantaneo capire, scindere, inquadrare, cercare di comprendere quale motivo, quale insicurezza, quale strumentalizzazione possa portare un ragazzo ancora minorenne, a tali schianti, a tali auto-lesioni, ad un sadismo-masochista, ad una cultura della morte. Qualcuno li chiama fascisti, neo-nazisti, ma per una volta decido per un'altra via e allontano qualsiasi etichetta. Certo, è facile stilizzare il reale in un sistema retorico post-settanino - ma poi anche nei settanta erano proprio fascisti? E' possibile inquadrare ragazzi, omologati ad un sistema che li cerca come miniere e li protegge come merce rara, con il clericalismo, con il severo militarismo civile, con l'intolleranza d'un perbenismo morale puritano e cattolico-borghese? No, non credo sia possibile, è un'equazione insoddisfatta, un'aporia nel pensiero. E tutto ciò non vuol dire che i fascisti, quelli Altri, quelli con le giacche nere, quelli dalle barbe mesfistofeliche, quelli della cultura delle tre "i", quelli meioticamente sopravvissuti alla condanna della storia, impastati ad un nuovo revisionismo culturale, quelli che hanno deciso per Genova, quelli subdoli e imprenditoriali non esistano. Il loro fascismo non è nominale, non è artificiale, la loro cultura è decisamente pericolosa e destrutturalizzante, la loro è una nuova religione edonista, mass-mediatica, antiumanista e pervasiva. Ma questa nevrosi, questo "esperimento solitario di solitudine" e insoddisfazione che qualcuno ha detto essere congenito, patologico nell'io di un cucciolo di "forza nuova", non credo sia segnale di una cultura fascista, ma nient'altro che una determinazione anti-libertaria e anti-democratica, insomma la risultante ultima ed il prodotto sociale di un sistema, di un Potere Nuovo che ci costringe sempre più dentro i contorni di forme espressive votate alla violenza, all'incomunicabilità, ad uno sciovinismo misero e alla convivenza giornaliera con un'intolleranza neo-integralista, edonista, dell tutto omologante. Del resto, pur essendo una componente minoritaria ed ancora adesso esigua, i meccanismi che creano, che mantengono e che proteggono la realtà sociale e politica di un giovane estremista di destra, identici nella modalità a quelli delle coltivazioni di animali al neon, risultano palesemente preoccupanti. Nuova e recente è l'inaugurazione di una sezione di Forza Nuova nel già ghettizzato quartiere di Librino, bacino-dormitorio di voti raccolti dalla mafia azzurra-rosso-blu che siede al comune di Catania (ricordiamoci il bimotori che sorvolava lo stadio Cibali di domenica con lo svolazzante stiscione Vota Vasta). Preoccupante è invece il risvolto, l'immaginabile, forse scontato peggioramento delle coordinate esistenziali di giovani sempre ai limiti tra sopravvivenza e delinquenza, vittime fragili in una terra disumanamente urbanizzata. La profetica, illusoria e banale rivincita offerta all'individuo dalle nuove regie nere, le promesse sicuramente occupazionali, la coesione morale nell'esibizioniosmo onanistico-violento delle curve, i favori ed il clientelismo elettorale potrebbero rivelarsi fattori decisivi nell'ulteriore disgregazione del tessuto sociale cittadino. Catania cambia, questo è vero, è innegabile, ma per andare dove? |
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| pubblicato online il 31/1/2002 | ||
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