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Mafia
e informazione a Catania
(quando un sistema di potere si confonde con la sua stampa)
di Marco Benanti

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Informazione
e democrazia: un binomio stretto che a Catania, però, storicamente
non è mai esistito. Attorno all'editoria, infatti, si è
unito un blocco di potere che impera a Catania e che peraltro ha prodotto
un sistema di equilibri che tiene nel sottosviluppo anche la stessa attività
editoriale.
Il giornale "La Sicilia" del presidente uscente della Fieg,
Mario Ciancio Sanfilippo, non è solo, infatti, l'espressione di
un monopolio privato, che va dalla stampa quotidiana all'emittenza televisiva,
passando per radio e prodotti internet, ma soprattutto è asse portante
di trasversali intrecci politici, economici, sociali, spesso non trasparenti.
Le più rilevanti operazioni che riguardano la città e il
suo futuro trovano cassa di risonanza nel quotidiano locale, capace di
inglobare in sé tutto l'arco delle forze politiche, economiche
e sociali, all'interno di un paravento che è però, solo
una mera rappresentazione formale di democrazia. Nei fatti, la storia
di Catania è la storia dei silenzi interessati del suo establishment,
delle sue omissioni, delle sue mistificazioni puntualmente accolte nel
quotidiano di Ciancio, peraltro erede di una delle massime espressione
del potere degli agrari e suo portavoce, nelle espressioni più
retrive, per decenni. Quello dell'informazione locale è, pertanto,
solo un capitolo della triste storia di una città immobile: quello
dei media è infatti un sistema che contribuisce da impedire il
ricambio politico-sociale. E la mafia, sempre e ovunque presente a Catania,
ne "incassa" i benefici pratici.
Il riferimento è ai media in generale, dalla carta stampata, alla
televisione, alla radio, un intero comparto egemonizzato da Mario Ciancio,
divenuto "dominus" anche nel settore della raccolta pubblicitaria
(il riferimento è alla Publikompass) con un'operazione di accaparramento
che è letale per chi vuole creare nuovi ambiti di partecipazione
democratica. Non a caso, molte esperienze nate in questi anni nella nostra
provincia hanno dovuto fare i conti con questa condizione generale, con
conseguenze spesso drammatiche (vedi il caso de "I Siciliani").
Molte sono riuscite appena a sopravvivere, altre sono affondate, sommerse,
oltre che dai debiti, dall'indifferenza della classe politica e della
cosiddetta società civile, che, al di là dei rituali attestati
di solidarietà, nulla di concreto ha fatto per rilanciare forme
di pluralismo nell'informazione a garanzia della nascita di nuove opportunità
di partecipazione democratica. Anche in questa occasione, quindi, Catania
si è confermata città dove il potere ha un solo "volto",
quello consociativo, non tanto poi diverso da quanto presenti il quadro
nazionale. E la mafia può così continuare a fare affari,
con "coperture" a tutti i livelli, non esclusi il sindacato
e le rappresentanze della cosiddetta "sinistra".
Il nodo informazione è, quindi, irrisolto, con devastanti conseguenze:
Catania può così essere l' "Etna Valley" della
propaganda della passata amministrazione di centro-sinistra e poi di quella
della nuova giunta di centro-destra e contemporaneamente ospitare uno
dei massimi "latifondi editoriali" italiani, dove le condizioni
di lavoro sono -grazie anche al sindacato- un mistero che solo chi è
in malafede occulta nella sua realtà di sfruttamento quotidiano
di tanti collaboratori privi di ogni diritto.
Nel dettaglio, così come accade a Palermo con "Il Giornale
di Sicilia" e a Messina con "La Gazzetta del Sud", "La
Sicilia" ha un direttore che è anche un editore. Mario Ciancio,
quindi, incarna una duplice veste che è una contraddizione in termini
per ogni discorso su libertà di stampa e democrazia. I termini
della questione sono però molto più gravi: Ciancio è
allo stesso tempo vicepresidente dell'Ansa, la terza agenzia di informazione
del mondo e snodo centrale dell'informazione siciliana, guarda caso ospitata
nell'edificio dove ha sede la redazione de "La Sicilia", ha
partecipazioni azionarie negli altri due quotidiani isolani, controlla
gran parte dell'emittenza televisiva privata catanese e siciliana, si
è spinto con i suoi interessi editoriali da tempo in Puglia (caso
"Gazzetta del Mezzogiorno" di Bari) e Basilicata, oltre ad avere
interessi fondiari, imprenditoriali e pubblicitari che si intersecano
in modo allarmante con la vita politica di Catania e della Sicilia intera.
Un capitolo a parte, poi, merita la condizione dei collaboratori dei giornali,
delle emittenti radiotelevisive e delle redazioni on line(compresi i terziarizzati
operanti nei services) che vivono in condizioni da "Terzo Mondo",
sfruttati da un sistema che pretende prestazioni continue per paghe scandalose,
di fronte alle quali il sindacato non ha mai alzato -sul serio- la voce.
Centinaia di lavoratori sono così marginalizzati, ridotti all'eterna
condizione di "giovani", in attesa esclusivamente di un "padrino"
che risolva loro i problemi in un sistema che rifiuta ogni principio se
non di giustizia, almeno di meritocrazia e privilegia le appartenenze
a gruppi ristretti, parasindacali o non, a "clan" di parenti
o "amici".
L'ultima beffa è arrivata, poi, dagli uffici stampa: è stata
approvata la legge nazionale, sono arrivati di decreti regionali, ma ancora
l'ingresso in questi posti è segnato esclusivamente da logiche
clientelari o corporative. Per l'ennesima volta, l'esistenza di un ordine
professionale, caso unico in Europa, escludendo la Turchia, produce i
suoi "mirabili" effetti.
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