|
Piero
Mancuso: Ho letto con attenzione ed apprensione
l'articolo scritto da Santo Mangiameli sul
Catania Social Forum e pubblicato sul vostro sito. L'articolo è
molto duro, anzi in alcuni passaggi sembra anche un pò acido e
poco comprensibile.
Mi permetto di fare una breve replica.
Io sono stato fra i più strenui sostenitori della nascita del CSF,
ne ho seguito un pò l'evolversi, e credo di poter esprimere un
parere in veste personale che possa rappresentare una piccola moltitudine
di pensieri. Per inciso non faccio parte di alcun partito o sindacato,
sono solo il portavoce di un centro sociale che lavora in quartiere della
città da tanti anni senza chiedere nulla a nessuno, e che ha fatto
del suo "integralismo" (brutta e pericolosa parola al giorno
d'oggi) non istituzionale e della sua autonomia una prassi d'intervento
politico e sociale. Nessun secondo fine, nessun motivo oltre l'evidente
ci spinge verso il CSF.
Intanto alcune piccole ma importanti puntualizzazioni. Il CSF è
un luogo aperto, dove non mi sembra esista proselitismo politico o sindacale,
per due semplici motivi: il primo è che la rappresentanza politica
sindacale è talmente ridotta (tornasole della crisi dei partiti,
tranne di quello dell'unto dal signore), che si contano appena uno sparuto
gruppetto di RC, alcuni ds, un occasionale rappresentante del PDCI, un
paio di verdi, un rappresentante dei marxisti, qualche sindacalista della
cgil di cambiare rotta e dei cobas e credo nulla altro; il secondo motivo
è che ancora in atto una fase costituente in cui è massima
l'attenzione al mantenimento delle identità, figuriamoci se possa
essere ammessa catechesi politica o tesseramento sindacale. Per quanto
riguarda il termine reazionario, sai benissimo che le parole possono essere
armi ed è anche sull'uso imprudente delle parole che si sono dolorosamente
attentati movimenti ed iniziative. Dare del reazionario al csf è
un errore pericoloso.
Di sicuro la sinistra a Catania è molto debole. Di sicuro però
il csf non deve essere una bandiera della sinistra. Il csf deve essere
un luogo di confronto con l'obiettivo di includere e non escludere individuando
temi di discussione e, se possibile, azioni comuni.
Molti di noi si stanno adoperando proprio per questo, per mettere su questo
contenitore di uomini ed idee, di relazioni potenziali e di iniziative
concrete.
Tutto questo per Catania, per l'area di Catania che frequentiamo e conosciamo,
è un salto mortale. E' un passo che, se compiuto, può aprire
un percorso di valorizzazione e di riconoscimento reciproco con risultati
non valutabili adesso. Ma questo percorso è ricco di insidie. Alcune
le hai sottolineate tu, il leaderismo, la morsa dei partiti - anche se
ripeto, da noi mi sembra essere molto flebile - i problemi legati all'organizzazione
ed al mantenimento delle identità. Ma il rischio più grande
è la fretta o, peggio, l'emulazione. Molti compagni sono ansiosi,
hanno voglia di ripercorrere qui, subito, quanto si vede fare in altre
parti d'Italia o del Mondo, molti compagni hanno in tasca la soluzione
organizzativa, le modalità di azione, gli argomenti più
importanti da trattare (un pò come fai tu al termine del tuo articolo).
Questo è il rischio più grande che stiamo correndo. Non
intuire che Catania parte da una situazione diversa, che necessita di
un percorso proprio, forse più lento e difficoltoso, può
essere un colpo mortale al movimento. Acquisire consapevolezza delle identità
a confronto, individuali e di gruppo, questo è il primo obiettivo,
per il quale dobbiamo prenderci tutto il tempo necessario.
In tutto questo, l'aspetto che non dobbiamo mai dimenticare è che
il "movimento" è uno degli ultimi autobus che passano
verso la democrazia, è un patrimonio di tutti, per il quale è
doveroso avere critica ma anche e soprattutto impegno e proposta. Ecco,
il tuo articolo mi lascia perplesso per questo, perchè non c'è
proposta, non c'è prospettiva, se mi consenti è un pò
snob. Insisto su questo punto, perchè sento la tua critica essere
astratta e distante. Io non so quanti anni tu abbia, io sono di certo
più vecchiotto di te, e mi preoccupa molto che le parti a rigor
di logica si debbano invertire, con te che assumi il ruolo di vecchio
e disilluso (categoria che ti comunico è già al completo....).
E invece no. Il movimento abbisogna degli studenti per i loro contenuti,
la loro vivacità e fantasia. Guai a costruirci dei nemici tra noi,
ce ne sono già in abbondanza qui fuori che aspettano solo di poter
celebrare la fine anche dei no global (o new global). Costruiamo invece
un ponte tra le idee, tra le persone, anzi facciamo come dice il mio amico
dalla selva Lacandona, Chiapas, Mexico, "no es necesario conquistar
el mundo, basta que lo hagamos nuevo" (non è necessario
conquistare il mondo, basta che ne facciamo uno nuovo)
Gianluca
Ferro: Sono contento che Piero Mancuso, se non sbaglio portavoce
del Catania Social Forum, abbia capito il senso della discussione aperta
da Santo su l'Erroneo. L'esigenza che mi sembra pressante è quella
di tenere aperti quanti più canali possibili di dibattito e comunicazione
tra coloro che animano il dissenso locale e globale (non solo tra loro
ovviamente), e comunicando approfittarne per mettersi in discussione e
valutare.
La sensazione che si prova nel leggere sul tuo intervento, Piero, che
all'interno del Csf "La rappresentanza politica e sindacale è
talmente ridotta,… si contano appena uno sparuto gruppetto di Rif. Com.,
alcuni Ds, un occasionale rappresentante del Pdci, un paio di verdi, un
rappresentante dei marxisti, qualche sindacalista della Cgil e dei Cobas…",
non solo è sconfortante per il contenuto in sé, che è
vero, ma diventa quasi angosciante se si considerano un altro paio di
cose. La prima è che quell'elenco da te fatto di componenti Csf
è lo stesso che si potrebbe fare per le iniziative politiche catanesi
di 5, 10, 15 anni fa', e non mi spingo oltre perché l'età
non me lo consente, ma sono sicuro che chi è più grande
di me ricorda quelle stesse poche facce presenti ai cortei degli anni
70', o se volessimo potremmo arrivare al fatidico 68'.
Poche le differenze, i volti nuovi, molte invece le occasioni mancate
e la gente perduta negli anni. Su questo vorrei che riflettessimo tutti.
Non basta dire che il Csf è in una "fase costituente"
per giustificare la sua magrezza sia di uomini e donne che di contenuti,
anzi. Se proviamo a guardare indietro di 2, 3 mesi ci accorgiamo di quante
defezioni, di quante fughe ci siano state da un luogo politico che sembra
avere lo stesso imbarazzo ad esprimersi di quelli di 5, 10, 15 anni fa'.
Certo, sulle defezioni ha giocato anche lo scemare della terrificante
emozione di Genova, ma tutti quelli che non ho visto più col loro
silenzio dicono qualcosa di molto urgente.
In pochi anni ho visto, per fare qualche esempio, i giovani di Rifondazione
diminuire vertiginosamente, molti collettivi morire e i centri sociali
soffocare strozzati a volte dal cappio di un linguaggio settario, a volte
dal mutismo. Non sto generalizzando, rispetto tutti quei compagni che
negli anni, usando le strutture trovate o inventandone nuove, si sono
sforzati di fare emergere istanze e sfidare la diffusa indifferenza. Dobbiamo
ammettere però che i risultati sono quelli che vediamo: una quasi
totale assenza di studenti medi, percentuali millesimali di universitari,
non parliamo di operai o del mondo del lavoro in genere perché
sarebbe farsi solo del male.
Quale è allora il movimento di cui parli tu?
Mi viene da credere che una buona percentuale di quanti hanno rinunciato
negli anni e in questi ultimi mesi a partecipare attivamente a un dibattito
e a un'azione politica l'abbiano fatto proprio perché su ogni iniziativa
grava una certa vuota logorrea di alcuni di quegli sparuti gruppetti di
sindacalisti e pantofolai di partito che tu menzionavi, quelli che saltano
fuori ad ogni occasione e a cui ho sempre personalmente sentito fare discorsi
con le enfasi e i patetismi al posto giusto, ma da cui non ho mai sentito
venire denunce che non fossero vaghe e sloganistiche, elettorali per l'appunto.
Mi rattrista che tu definisca snob chi butta sul tavolo della discussione
un problema di aderenza al territorio e capacità di comunicazione.
Né si vuole stilare un elenco di buoni e cattivi, non è
forse molto utile, ma chi veramente tiene alla costruzione di un movimento
qui a Catania dovrebbe porsi innanzitutto il problema delle basi su cui
vuole farlo nascere, a meno di non voler a tutti i costi ottusamente emulare
esperienze di oltre-stretto in una città dai multicolorati personalismi
e arrivismi. In secondo luogo andrebbe messo in discussione il metodo
con cui diffondere denunce e proposte, con cui fare informazione e azione
politica. Le proposte del passato di feste a base di musica e birra sembravano
seguire più le abitudini rivoluzionario-bottegaie di qualcuno che
rispondere all'esigenza di espandere i canali dell'espressione e della
comunicazione.
La questione del metodo mi è parsa ancora più assillante
dopo il presidio antifascista dello scorso primo novembre in cui due grossi
problemi si sono posti, credo, in maniera inquietante: il primo è
che gli antifascisti a scendere in piazza a Catania sembrano essere non
molti più di 300 e molto disuniti, il secondo è che tanti
fra di noi, i più giovani soprattutto, sono stati fermati e identificati
dalle forze dell'ordine 1, 2 volte, oltre a chi, a quanto pare, è
finito dritto in questura.
Basile della Digos, sornione come sempre, si è mescolato pretestuosamente
tra i manifestanti, con l'intenzione secondo me di capire che cos'è
questo Csf, chi sono gli altri e se c'è qualcosa di nuovo.
Dovremmo chiederci come agire, come proteggerci, come tendere degli "agguati"
e non cadere nelle altrui trappole, come agire per farci capire. Catania
è una latrina, dalla speculazione su San Berillo al Rettorato,
passando per la ST, per la Playa bonita e rifatta, fino al Municipio,
all'Arcivescovado, ai fiumi di coca, al lavoro nero, alla stampa di Ciancio
e continuate pure voi, la lista è veramente troppo lunga. Se deve
esserci un movimento chiediamoci da chi può e deve essere costituito
e gestito.
Spero che questo sia sufficiente per stimolare un dibattito, con i dubbi
capiremo più che con certe pallide certezze di identità.
|