castelli in aria - edoardo baraldi
La mafia e i magistrati, la gestione corporativa e correntizio-sindacatocratica del Csm, le carriere fatte con le "tessere giuste", i condizionamenti e le pressioni su chi vuole fare il proprio dovere, senza guardare in faccia ad "amici" o "parenti" e poi ancora lo sfascio della giustizia, i processi infiniti, una Procura che non funziona, i PM ridotti a "passacarte". Di tutto e di più. E chi lo dice? Un "qualunquista"? Un "nemico dei giudici"? No, lo dice un magistrato di Catania, Nicolò Marino, che ama il suo lavoro e vuole farlo fino in fondo, malgrado i suoi colleghi, molti impegnati, in questi giorni, contro "l'attacco alla Costituzione" del governo Berlusconi. Loro lo hanno presto isolato ed emarginato.
Nel frattempo, però, fra uno sciopero e un proclama, la giustizia a Catania va a rotoli. E' nato anche un caso, il cosiddetto "caso Catania", di cui oggi i mass-media del potere reale non parlano più. L'accusa, però, è gravissima: una lobby giudiziaria avrebbe condizionato importanti inchieste su mafia e politica. Dentro la Procura, proprio là dentro, qualcuno avrebbe agito in modo tutt'altro che limpido. Il Csm ha però stabilito: "mere insinuazioni".
Intanto, però, a Messina, competente sui magistrati di Catania, magistrati "di vertice", fra cui l'ex capo della ANM Gennaro (segretario di Unicost, ovvero della corrente di centro-sinistra scioperante, ndr) della Procura etnea sono indagati. Tutto normale, vero, "paladini" della Costituzione? Ma lasciamo parlare Nicolò Marino. Questo è il testo integrale della sua ultima uscita pubblica, sabato 15 giugno, a Catania, presso la facoltà di giurisprudenza, per un convegno su "giustizia, potere, mafia".

Nicolò Marino:
"cercherò di fare capire le difficoltà che il magistrato o anche chi vi parla, in qualche modo, può affrontare o ha affrontato nello svolgimento della propria attività. Vorrei dire, innanzitutto, a voi, basta con la giustizia di colore, basta con la giustizia delle etichette. Non esiste una giustizia di destra, non esiste una giustizia di sinistra"

[Applausi]

"Mi rifiuto di essere etichettato se perseguo tizio o caio che appartiene ad un determinato schieramento politico o se appartenga ad un altro. Se io dovessi essere etichettato, come purtroppo lo sono stato, perché supportato, in qualche modo, nella mia azione da persone appartenenti a certi schieramenti politici; e così nel corso della mie vicende ero di sinistra prima, sono diventato di destra poi, poi di destra appoggiato anche da una parte della sinistra per certe posizioni di alcuni componenti della Commissione Parlamentare Antimafia. Tutto questo è ingiusto ed è ingiusto nei confronti dei magistrati ed è ingiusto che poi alcuni possono considerarti bene o male solo se appoggiato da persone che appartengono allo stesso schieramento politico della persona che fa la valutazione e che ne appartengono ad un altro.
Dico anche basta a questa tendenza diffusa purtroppo anche nell'organo di autogoverno della magistratura di appoggiare o meno una tua posizione solo e soltanto se sei schierato solo e soltanto sei schierato in una ben determinata corrente gradita o non gradita. Tutto questo
e' inaccettabile perché dà veramente l'impressione, ai magistrati e poi anche alla gente, che poi alla fin fine non interessa a nessuno chi abbia torto a ragione, dove stia la verità, ma interessa soltanto di appoggiare tizio solo perché fa parte o meno di uno schieramento. E allora, tifate per noi diceva il Procuratore Grasso, lo ricordava Lorenzo Baldo (giornalista di "Antimafiaduemila" ndr). Ma come facciamo oggi a dire alla gente tifate per noi, quando la magistratura, ogni giorno, si presta ad un conflitto e ad uno scontro, a volte anche rifiutando il dialogo così come sta facendo anche la controparte in più di un'occasione. E' questo il momento in cui la gente, di fronte ad una guerra fra le istituzioni, perde i punti di riferimento.
Io ho cercato di fare un passo indietro, di tornare al passato al tempo in cui, all'università, vedevo la magistratura in una certa maniera, per me era intoccabile la magistratura, ero innamorato della magistratura e non accettavo nessuna discussione che potesse mettere in dubbio anche la credibilità della magistratura nel suo complesso o del singolo magistrato che operava. E tornando al passato, ho rispolverato un testo, un testo che allora mi colpì per il titolo, un testo del 1979, del professor Barcellona (docente di diritto e ex parlamentare del Pci, ndr), 'Stato e magistratura nella crisi'. L'ho rispolverato perché allora rifiutai il contenuto di quel testo e ripensandoci bene e rileggendo quello che il professore Barcellona, in quel testo, diceva, mi sono reso conto che i problemi del 1979, di oltre venti anni fa, sono i problemi di oggi. Il rapporto fra diritto e politica, la divisione dei poteri, la correttezza formazione dei giudici, la politicizzazione della magistratura, la funzione di supplenza della magistratura, i tentativi di difesa del potere politico; poi c'è un approccio molto importante alla ingerenza del potere giudiziario nella gestione dell' impresa, un profilo molto caro al professore Barcellona. In quel testo si metteva anche in dubbio, proprio per l'eccessiva ingerenza della magistratura, la credibilità della magistratura stessa e l'accettazione della gente di quel tipo di amministrazione giudiziaria e non solo della gente, ma anche della controparte, perché anche in quel contesto la controparte è politica. E allora, se i problemi di oltre vent'anni fa, in qualche modo sono i problemi di oggi, io mi chiedo ancora, ma in tutti questi anni, in cui tantissime sono state le riforme, vorrei ricordare quella epocale del codice di procedura penale, il pretore mandamentale, l'eliminazione del pretore mandamentale, la creazione della Procura circondariale, la creazione di una magistratura requirente accanto ad alla magistratura giudicante anche per reati bagatellari, la consapevolezza dell'errore di aver creato questa nuova struttura con l'eliminazione della struttura e l'accorpamento della vecchia struttura alla Procura presso il tribunale. Allora, il legislatore nel fare queste riforme a cosa ha guardato? Ha realmente individuato i problemi che viveva la società, quello di cui la società aveva bisogno, ha capito cosa vuol dire amministrare la giustizia ogni giorno, fare sì che i processi non durino una vita, che la gente venga linciata e poi magari da lì a diversi anni si vede concluso il processo con un' assoluzione oppure per prescrizione. Io dico no e in tutto questo contesto vengono gridati, sbandierati proclami su principi fondamentali della nostra struttura, del nostro diritto. La separazione dei poteri, l'obbligatorietà dell'azione penale, la facoltatività dell'azione penale, la formazione dei giudici. Ancora oggi noi discutiamo su questo, sul perchè il Consiglio Superiore della Magistratura debba essere riformato e la riduzione del numero comporterebbe una migliore garanzia per l'indipendenza del magistrato. Ma veramente sono questi i problemi, che risolti in un senso o nell'altro, faranno sì che finalmente lo Stato italiano possa avere, avrà una giustizia celere, puntuale, equilibrata. Io dico no. Io vorrei raccontare a voi soltanto alcuni fatti che nascono dall'esperienza di ogni giorno.Non faccio più parte della Procura Distrettuale Antimafia, Direzione Distrettuale Antimafia dal 15 maggio dello scorso anno, allorchè ho ultimato gli otto anni di permanenza, così come è previsto dal Consiglio Superiore della Magistratura, da una circolare per carità molto discutibile, si parla tanto di specializzazione, dopo di chè si blocca questa esperienza perché si dice- acquisisci troppo potere nel territorio dove operi e quindi è caso che devi cambiare. Tornando all'ordinario e accettando di svolgere i ruoli che ogni magistrato deve svolgere perchè la giustizia è la giustizia delle cose grandi ma è anche la giustizia di ogni giorno, delle cose piccole, ho ereditato i ruoli di colleghi e ho potuto constatare quella che è la situazione del sostituto che fa parte della Procura ordinaria. A seguito dell'accorpamento fra Procura circondariale e procura presso il tribunale ciascun sostituto a Catania, ma la situazione nei distretti più grossi Italia è pressoché uguale, qualche eccezione può esserci per le procure dì Modena, di Parma, ma certamente tutte le Procure siciliane, del Meridione, quella di Roma, di Torino, vivono questi problemi tutti i giorni.
Un sostituto a Catania come me oggi ha un carico di mille e trecento fascicoli. Tra questi mille e trecento fascicoli, un buon 70% sono prescritti. Oltre a questi fascicoli, ciascun sostituto ha un numero di procedimenti, che non saprei neanche indicarvi, che vengono denominati blindati. Perché vengono denominati blindati? Perché, dato che non si può arrivare a fare tutto, questi fascicoli vengono chiusi in un armadio blindato e potranno essere azionati con una ulteriore istanza di prelievo della parte interessata, si tratta solitamente di procedimenti perseguibili a querela. E allora pensate un attimino a cosa può fare un sostituto con questo carico di lavoro e pensate un attimino al tanto decantato principio dell'obbligatorietà dell'azione penale, principio giustissimo che dobbiamo difendere ad ogni costo, con i pugni e con i denti, ma dobbiamo difenderlo facendolo funzionare in concreto e non parlandone soltanto astrattamente e fingendo che in fin dei conti ci stiamo battendo solo per il principio. Noi ci dobbiamo battere per farlo funzionare questo principio.
Cosa può fare un magistrato, quale tempo può dedicare un magistrato come me che ha sette-otto udienze dibattimentali al mese, uno o due giorni di turno straordinario, per portare avanti le indagini. Quando ho mille e trecento fascicoli quali indagini dovrei fare? E' questo il tipo di amministrazione della giustizia che noi vogliamo? Ce lo siamo posti questo problema eppure non ci vuole una grande intelligenza, una grande perspicacia per capire che questo è un problema pratico che va risolto, perché poi dopo parlate di indipendenza della magistratura, ma non dovete soltanto pensare all'indipendenza della struttura, dovete pensare all'indipendenza del singolo che significa anche possibilità concreta di poter operare, di svolgere il proprio dovere, di poter fare le indagini, di avere la struttura per poter portare avanti le indagini".
Applausi
"Sono un passacarte e mi sento un passacarte. Faccio il mio dovere perché lo Stato mi impone di fare il mio dovere, sono un pubblico ministero convinto, uno di quei pubblici ministeri che non cambierebbe con la giudicante perché ho svolto la funzione giudicante all'inizio della mia carriera, ma ho sempre creduto nel ruolo della magistratura requirente e l'ho sempre ritenuto un ruolo più adatto a me. Eppure, cosa porre fare per poter realmente operare? Dire passacarte è un termine aulico per definire quello che faccio ogni giorno; e quante delle persone, quanti degli sforzi che tutti fanno nell'ambito della magistratura, nell'ambito dell'Associazione Nazionale Magistrati, nell'ambito del Consiglio Superiore, nell'ambito del Governo, di tutti gli schieramenti politici.. Avete sentito mai affrontare questo problema, "ah, la giustizia in Italia ha tempi biblici, veniamo sempre condannati in campo europeo per i ritardi nei processi…"
Ma poi cosa stiamo facendo? stiamo ancora discutendo dell'obbligatorietà dell'azione, della questione delle carriere? E' questo quello che risolverà il problema della magistratura? E allora io ricordo che quanto studiavamo la procedura penale i diceva sempre che il codice deve essere adatto per regolare quella realtà sulla quale incide. Ma quante riforme di questo tipo che sono fallite come indicavo poc'anzi noi abbiamo avuto. Il metodo induttivo non è mai stato seguito: si è partiti dal presupposto 'guardate il codice migliore o la legge migliore è questa, ora la realtà si deve adeguare alla legge migliore. Ma come può funzionare mai la legge in questi termini. Non voglia sembrare una provocazione: noi possiamo discutere qual'è il sistema migliore, ma non è questo il problema che fa sì che il pubblico ministero possa realmente essere funzionale per quello che gli si chiede ogni giorno. Avete sentito anche della problematica legata non tanto alla politica del principio, su cui tutti credono, della obbligatorietà dell'azione penale, ma dell' indicazione dell' ordine delle priorità, cioè questi interventi legislativi che sono finalizzati sostanzialmente a fare sì che in sede parlamentare, in sede politica, vengono in qualche modo indicati quali sono i reati di maggiore allarme sociale in modo da dire 'tu puoi perseguire tutto quello che vuoi, perché è giusto che sia così, perché il principio dell'obbligatorietà penale porta a questo, però ti dico che questi reati sono di più allarme sociale'. Facciamo l'esempio delle estorsioni a Catania. E allora tu persegui le estorsioni. Ma mentre noi stiamo discutendo di tutto questo, come si possano risolvere i problemi del carico di lavoro. Perché puoi indicare tutte le priorità di questo mondo, ma come può funzionare mia questa struttura. Ecco perché dico che i discorsi troppo aulici, alla fine, sono veramente distanti dalla realtà e non sono produttivi di nulla.
Cosa fare? Io vi dico oggi che a stento credo in quello che faccio nel mio ruolo di magistrato. Non mi sento difeso da quello che viene chiamato l'organo di autogoverno e quindi ho perso certamente dei punti di riferimento, perché ho cercato di fare un passo indietro, perchè al tempo dell'Università, al tempo del concorso io non avevo dubbi. Oggi i dubbi sul ruolo del magistrato li ho, perché non mi sento certamente protetto, perché sento, soltanto attorno a me, delle persone che si scontrano, ritenendomi una pedina. E allora è importante -credetemi- che ciascuno di noi e di voi pensi che il principio dell'indipendenza come possibilità concreta di svolgere il proprio lavoro secondo i comandi della legge cui è sottoposto il singolo magistrato debba essere il problema principale da risolvere, che non va risolto guardando solo all'indipendenza della struttura, altrimenti corriamo il rischio, di fronte al potere politico, di fare credere che noi per difendere questa struttura, vogliamo difendere soltanto il potere fine a sé stesso. Noi dobbiamo difendere la struttura nella misura in cui quella struttura garantisce al singolo di operare, al singolo di essere veramente indipendente. Penso che gli sforzi di ciascuno di noi devono essere tesi a questo, perché solo così la gente potrà tornare a tifare per noi nel senso buono del termine, potrà guardare al magistrato che ogni giorno fa il proprio dovere in maniera concreta, sapendolo riconoscere realmente indipendente, non inserito in una struttura che si azzuffa con altri poteri dello Stato per mantenere il proprio.
Per quanto il riguarda il contrasto alla criminalità organizzata e i rapporti con il potere economico, certamente alcune modifiche legislative dovrebbero essere fatte, soprattutto per un reato che oggi è sanzionato in maniera troppo debole e che certamente consente veramente di entrare nel cuore delle pubbliche amministrazioni come si vuole. Il reato di turbativa d'asta. Noi, con il collega Ardita, ci siamo occupati di inchieste che riguardavano proprio il controllo di grossi appalti pubblici da parte della criminalità organizzata e allorchè operavamo e avevamo la necessità di portare avanti le indagini, molto spesso dovevamo fare i conti con la qualificazione delle condotte da contestare a questo o a quel altro imprenditore in qualche modo legato alla criminalità organizzata, perché poi questo problema si risolve magari contestando il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, ma non si può andare avanti cercando di forzare le norme per farvi rientrare certe condotte.
Noi abbiamo bisogno di una tipicizzzazione dei reati che faccia sì che il magistrato possa operare in maniera più completa e non possa essere accusato di rifugiarsi, come molto spesso ci è accaduto, nel reato associativo, creando anche la figura, così come si è detto da più parti, del concorso esterno per punire ad ogni costo certe condotte. Molto spesso queste interpretazioni, a volte ardite, si hanno perchè non abbiamo a disposizione degli strumenti legislativi che ci consentano di operare in maniera più pregnante nella nostra funzione di controllo.
Un altro problema di cui tanto si è parlato è il problema delle rogatorie. Qui, molto spesso, prescindendo dagli intenti di singoli, la gente è stata informata in maniera poco corretta. Il problema delle rogatorie vede innanzitutto un sovvertimento di quello che è un principio della vecchia convenzione europea, cioè nelle rogatorie attive doveva applicarsi la legge dello Stato richiesto. Con la nuova convenzione europea il principio è l' opposto, è quello dell'applicabilità della legge dello Stato richiedente e sapete tutti i discorsi che sono nati a proposito poi del recepimento di questa norma con la convenzione bilaterale con la Svizzera. Ma prescindendo dagli intenti -ripeto- precipui di questo o quell altro indagato che svolga un ruolo politico, il problema è un problema generale, quindi va letto in maniera più corretta e puntuale. Voglio fare soltanto un esempio per fare comprendere come sia importante questa differenza dell'applicabilità della legge: nel '91 ci occupavano con altri colleghi di un traffico internazionale di armi e a avevamo la necessità di intercettare una serie di personaggi che risiedevano in Spagna, a Marbella, e quindi facemmo la nostra rogatoria, ci incontrammo con il giudice Baltasar Garzon dell'Audiencia nazionale, una struttura nazionale con un ruolo più vicino al giudice istruttore che a quello del Procuratore Nazionale Antimafia, che ha competenza su tutto il territorio dello Stato spagnolo per quanto riguarda i reati di traffico internazionale di armi, di stupefacenti, così via loro non hanno ancora il reato associativo. Ci recammo in Spagna e ci trovammo di fronte ad una realtà incredibile perché lo stesso Garzon non si fidava della propria polizia, non avevamo le strutture per fare le intercettazioni, non avevamo i materiali per fare le intercettazioni. Fornì tutto lo Stato italiano, avvalendosi di alcuni funzionari che erano distaccati presso l'ambasciata di Madrid. Allorchè chiedemmo queste intercettazioni, ci accorgemmo che non era come da noi: da noi ci sono delle regole precise, numero di giri tot, telefonate in entrate fra tizio e caio. Lì, invece, c'era un brogliaccio fatto di 24 ore: utilizzando questo sistema di rogatorie, secondo il nostro codice di procedura penale, gli esiti di quelle intercettazioni, proprio perché fatte per rogatoria, entrano direttamente nel fascicolo del dibattimento e formano prova. Quelle intercettazioni che mai avrebbero potuto trovare ingresso in una legislazione, in un procedimento nato e curato direttamente in Italia, con quel sistema, invece, avevamo ingresso direttamente nel fascicolo del dibattimento. Per noi era cosa utilissima, figurarsi per un pubblico ministero. Doveva fare soltanto le trascrizioni, ci sono le contestazioni sulle intercettazioni utilizzabili o no, in contraddittorio con le parti. Ebbene, quel principio, quel sovvertimento del principio della dell'applicabilità della legge dello Stato richiedente, in buona sostanza si è cercato di salvaguardare queste garanzie. Ci si è accorti che, però, applicare delle regole per un atto raccolto all'estero, che può viziato in mille modi perché non lo raccogli tu direttamente può costituire dei grandi problemi, allorchè si è cercato di limitare il tutto alla formalizzazione degli atti, cioè all' assoluta fedeltà degli atti, secondo un criterio di veridicità degli stessi ed è poi il problema che è stato scatenato proprio con la Svizzera per le rogatorie future e ahimè, questo veramente non accettabile, per quelle regresse".
applausi
"Se oggi qualcuno mi dovesse dire: 'rifaresti quello che hai fatto' a proposito delle inchieste ultimamente trattate, sapendo di dover andare incontro ad un procedimento davanti al Consiglio Superiore, io direi di sì. Perché credo veramente tanto all'indipendenza del singolo magistrato. Ancor oggi tornando a pensare a quello che mi è accaduto, mi sono chiesto mille volte: 'ho sbagliato? dove ho sbagliato? cosa ho sbagliato appunto?' Non voglio parlare del merito della vicenda, però vorrei dirvi: mi sono trovato di fronte ad un'inchiesta, alcune cose non andavano, non potevo rivolgervi ai vertici del mio ufficio perché la pensavano in una determinata maniera, perché era sorto un contrasto interno. Mi ero rivolto a chi poteva risolvere il problema, il procuratore generale, cercando una soluzione ad una incredibile divergenza di vedute su un problema che non poteva avere una divergenza e pregando perché vi fosse un intervento che chiarisse subito all'interno dell'ufficio di Procura questa vicenda, utilizzando i meccanismi che la legge consente.
Attesi invano quell'intervento e capitò di essere convocato davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia. Ero convocato perché dovevo proseguire su una relazione iniziata in occasione di un intervento a Catania della Commissione. Nel corso di quella vicenda mi si chiede di alcuni procedimenti che riguardano la gestione di alcuni appalti, il ruolo di certi imprenditori, le infiltrazioni mafiose in certi luoghi. Io mi trovo davanti ad un organismo che ha gli stessi poteri di un'autorità giudiziaria, non ho mai ritenuto di dover mentire e premettendo che alcune attività erano coperte dal segreto istruttorio, riferisco determinate circostanze.
Da quel momento la mia vita diventa pressoché un inferno, ma non solo la mia vita, anche quelli mi erano vicini. Vengo sbattuto sulla stampa, viene chiesto a tutela un intervento del Consiglio da parte di colleghi, con i quali non ho mai avuto la possibilità di lavorare e con i quali non c'era mai stato contrasto. Ad un certo punto riscontro, che c'erano stato un accertamento e questo accertamento del Consiglio era stato fatto sentendo la parte che si era lamentata. Fin a quel momento mai mi ero potuto presentare davanti al Consiglio rappresentando quello che comunque era sotto gli occhi di tutti, né io avevo rilasciato dichiarazioni alla stampa sul contenuto delle dichiarazioni in Commissione Antimafia, né sul contenuto delle dichiarazioni e delle relazioni fatte al Procuratore Generale.
E' stato un martellare continuo, i giornali hanno riportato le notizie più svariate, mentre Marino era impegnato a rappresentare l'accusa in processi di mafia. Vi è una relazione fatta da un componente della Commissione del Consiglio Superiore che, allo stato degli atti, accertava che non avevano trovato riscontro certe cose, ma non era mai stata fatta un' indagine per trovare riscontri, né Marino era stato sentito per poter dire quello che è accaduto portando i documenti.
Leggo sui giornali e sui dispacci Ansa dichiarazioni di componenti del Consiglio. La regola della riservatezza che si impone ai giudici forse non vale per i giudici dei giudici. Nessuno risponde di quelle dichiarazioni, che pure vi sono state, quelle dichiarazioni poi io l'ho prodotte, quando ho avuto, a distanza di mesi, la possibilità di essere sentito davanti al Consiglio Superiore. A un certo punto mi si annuncia l'apertura di un procedimento per incompatibilità ambientale. Anche questo non è corretto. Si parla tanto di garanzie ma forse per Marino queste garanzie, in quel contesto, non valevano. In un articolo di stampa si parla dell'intenzione di aprire il procedimento: sapete quanto vale in delegittimazione tutta una serie di notizie che piove in quel momento, quando un magistrato poi continua a rappresentare l'accusa in processi importanti, come mi è capitato in quel frangente?
Allora, in quel momento, decido di parlare pubblicamente per difendere la prima professionalità, il mio onore. Bene: mi si apre il procedimento per incompatibilità ambientale e mi si contesta anche di essermi difeso sulla stampa, quando tutti avevano rappresentato, in ogni maniera, il loro pensiero. E poi, finalmente la comunicazione, la comunicazione che io ricevo, non dai giornali, io ormai la leggevo sempre a mezzo stampa di questa benedetta apertura. Nonostante tutto, sono rimasto fermo nel mio impegno, lasciando stare il merito del procedimento, sul quale penso non posso esservi alcun dubbio circa la fondatezza delle mie ragioni, non certo per quello che ho fatto io, ma per quello che hanno fatto dopo, altri, a seguito di una relazione. Allora, io mi chiedo: ma perché dovrei pagare questo prezzo? Perché io dovevo vivere quello che ho vissuto, perché ancora devo continuare a sostenere queste tesi e continuare a stare tranquillo e dire 'comunque il magistrato deve fare così, il magistrato deve andare fino in fondo'. Eppure l'ho fatto, per questa grande convinzione nell'indipendenza. Oggi, a Catania, l'indipendenza non è curata, non è garantita. In fin dei conti, se non si condivide l'operato di un magistrato, il procuratore capo avoca l'inchiesta e ritira la delega. Se il dottor Marino si fosse comportato in maniera scorretta, certamente il dottor Marino andava punito. Ma quei poteri non sono stati utilizzati un po' quello che è successo a Napoli, per la nota vicenda dell'arresto dei poliziotti.
Qualsiasi cosa, in quel momento, io potessi fare veniva guardata al microscopio, soprattutto da alcuni componenti del Consiglio Superiore. Io mi sono trovato davanti ad uno schieramento, io non ho mai fatto attività associativa, non sono mai stato iscritto in nessuna corrente, ho sempre e soltanto guardato le carte e poi a distanza di anni mi sono reso conto che in fine dei conti ho sbagliato, dovevo un attimino anche alzare la testa e guardarmi attorno. E quando, poco prima della decisione del tribunale del riesame, sui giornali compare un intervista che riguarda un indagato che deve essere giudicato, nessuno si lamenta di questo, nessuno interviene e c'erano gli organi istituzionali. E allora dico e chiudo perché potrei scadere troppo nelle vicende che comunque sono state citate ampiamente negli organi di informazione. Credo che indipendenza a Catania significa poter fare il proprio dovere, seguendo le regole e venendo tutelato per questa forza, questa volontà di operare in tal senso. Io tutto questo non l'ho avuto. Ecco perché io pretendo innanzitutto la tutela dell'indipendenza del singolo perché sulla mia pelle e sulle mie spalle porto questo grande peso, convinto che la situazione possa migliorare, che prima o poi finalmente si possa fare una verifica, nessuno ha la pretesa di avere ragione, ma la pretesa che le verifiche vengano fatte in maniera corretta certamente è una necessità. Oggi, si è parlato tanto di questi cambiamenti per il sistema elettorale al Consiglio Superiore, però sono convinto, ho avuto in più occasioni di sentire diversi colleghi che si stanno organizzando per le elezioni. Ci sono accordi di tutti i tipi. non penso che si è risolto il problema della eliminazione delle correnti con questo sistema elettorale. Ci sono accordi trasversali. Fin quando si vota il gruppo e non si vota invece il singolo e la valenza che il singolo ha, per quello che può dare, in termini di rappresentatività all'interno del Consiglio, io penso che non avremo risolto certamente problemi, che la magistratura associativa sia ampiamente distante dalla possibilità di risolvere questi problemi dell'indipendenza.
A proposito delle scorte, volevo anche rappresentare anche un'altra circostanza, perché ho avuto modo di assistere ad una rappresentazione di solidarietà per l'avvocato Enzo Guarnera. Era l'unico avvocato che all'epoca avevamo per difendere i collaboratori di giustizia. Ricordo che all'epoca molti suoi colleghi, molti avvocati, guardavano con disprezzo a questo ruolo, che bene o male era un ruolo di necessità che doveva essere svolto e si lamentavano del fatto che Enzo Guarnera avesse monopolizzato proprio il settore dei collaboratori di giustizia. Tenete conto che poi sorge il problema dei collaboratori difesi da un unico avvocato che potrebbero attraverso l'avvocato stesso concordare delle tesi accusatorie. Questi erano i problemi di allora. Ebbene, a diversi illustri avvocati catanesi, dissi di predisporre un albo in cui è possibile per il magistrato che viene chiamato perché c'è un inizio di collaborazione, sia possibile indicare al collaborante che esiste un albo di difensori dove tu puoi scegliere in maniera corretta da chi farti difendere. Bene, nessuno l'ha fatto, però nel contempo ci si lamentava di uomini come Enzo Guarnera, che rischiano o hanno rischiato la vita da diversi anni, stando anche alle dichiarazioni che abbiamo raccolto e che sono poi emerse anche nei dibattimenti.
E allora il discorso delle scorte è curato in maniera assolutamente impropria. Però dovete anche considerare che la scelta di mantenere le misure di protezione, che vanno dalla tutela, alla tutela della scorta e alla vigilanza, ora saltuaria, presso l'abitazione, queste scelte dipendono da determinati organismi, che sono degli uomini che rappresentano la realtà. I comitati di sicurezza sono composti dal Prefetto, da rappresentanti delle forze dell'ordine, quindi dal comandante provinciale, dal Questore e dal Comandante della Finanza, dando la Procura della Repubblica o il Procuratore generale nel caso in cui ci siano delle misure da adottare per magistrati o per quanto riguarda personalità come difensori di collaboranti etc.
Molto spesso queste decisioni dipendono dalle rappresentazioni che chi ha la competenza in materia fa in quel contesto della misura rischi, quindi bisogna fare i conti con questa tipo di realtà ed Enzo Guarnera credo che paghi più che altro questa ultima circostanza eppure continua a svolgere il proprio ruolo con impegno e serietà come si conviene ad un operatore del diritto. Merita come ha meritato la vostra solidarietà nelle occasioni in cui l'avete manifestata".
Appalusi
"Vi chiedo scusa se io ho trattato una vicenda che forse è troppo personale, forse non l'avrei dovuto fare, o forse sì,. erò.Lo sapete la cosa che più dispiace, che questa vicenda che è stata dibattuta ora volutamente viene quasi oppressa, non deve emergere, anche negli organi di informazione. Guardate che questo è bello, sapete perché? Perché la situazione che comunque purtroppo permane dove Nessuno pretende di avere ragione, ma ha la pretesa che le critiche da parte degli organi istituzionali si facciano in qualche modo, il permanere di questa situazione sta incancrenendo tutto e questo porta poi al non funzionamento degli uffici giudiziari, ecco perché è opportuno non passare sotto il silenzio, ed è opportuno che chi ha il potere di operare il controllo, chi hanno dei compiti istituzionali lo facciano fino in fondo anche cacciando le persone, a cominciare da me se dovessi meritarlo, le persone che si sono comportate in maniera poco corretta e non è tanto pretendere questo pretendere una verifica da parte di chi ha il dovere di fare delle verifiche. Allora vi chiedo ancora scusa se ho per certi versi parlato di una vicenda troppo personale, ma che in fin dei conti, se ci pensate tanto personale non era, visto che è stata sbandierata e la mia professionalità è stata sbandierata in tutti i giornali e da tutti gli organi di informazione
Un altro cosa: un grande dolore io ho provato in un'occasione pubblica, l'inaugurazione dell'anno giudiziario. Coloro i quali hanno partecipato all'inaugurazione dell'anno giudiziario e hanno avuto l'opportunità di leggere la relazione del Procuratore Generale ad un certo punto, a proposito di questa vicenda, trovate che si è trattato soltanto di una divergenza di opinioni, come se la giustizia possa essere un'opinione. io invece pensavo che dovesse essere una scienza non dico matematica ma una scienza certamente imperfetta perché umana, ma certamente non un'opinione. Allora, veramente ho provato un grande rammarico, un grande dolore, soprattutto perché non mi aspettavo per la fonte che relazionava un discorso che forse per carità può essere fatto a fin di bene, per sedare gli animi, ma a furia di tenerlo così sopito, incerto alla fine degenera e crea un male maggiore di quello che ha già prodotto"

Le riflessioni di un magistrato "anomalo" a pochi giorni dallo sciopero dei giudici
GIUSTIZIA "ALLA SICILIANA"

a cura di Marco Benanti

Ecco il testo integrale dell'ultima uscita pubblica del magistrato Nicolo' Marino, sabato 15 giugno, a Catania, presso la facoltà di giurisprudenza, per un convegno su "Giustizia, Potere, Mafia"
online da giugno 2002
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