- 8/10/2001 -
conferenza di
Giovanbattista Scidà
[prima parte]



a cura di
Vince Ferrara

Col presente articolo, "l'Erroneo" prosegue l'inchiesta su Catania, città in cui vivono ed operano buona parte dei suoi collaboratori studenti, artisti, lavoratori disoccupati ed intellettuali.
Da sempre alla ribalta nazionale, Catania ha offerto ed offre alla nazione un numero consistente di nomi illustri: da Verga a De Roberto e Brancati, da Martoglio a Musco fino al recentemente scomparso attore Turi Ferro, Catania è stata anche patria di grandi criminali legati all'eversione nera che occuparono le cronache italiane degli anni '70, cosi' come, al giorno d'oggi, lo è di Baudo, Mughini, Cannavò, Carmen Consoli, Battiato, Jerry Calà, Cucuzza, solo per citare nomi di pubblico dominio ai quali nessuna macchia adonta se non quella di essere nati e cresciuti in una città il cui l'attuale prefetto ha autorizzato, la notte tra l'uno e il due novembre, una grottesca adunata neofascista contro l'aborto che, per fortuna, è stata abortita dagli stessi intervenuti, nella generale indifferenza degli organi di stampa locale e nazionale. Chi inoltre, appassionato di calcio, non si ricorda di Massimino? Il grottesco signore del calcio catanese negli anni '80 entrato di diritto nella mitologia televisiva del Paese insieme ai non meno compianti Rozzi ed Anconetani?
Fertile nutrice di commedianti di ogni risma, Catania continua ad essere teatro di rutilanti gesta funamboliche, anche in quei luoghi nei quali non ci aspetterebbe di rinvenirne: uno di questi è Il palazzo di Giustizia. Parlerò del caso di Giovanbattista Scidà, settantaduenne presidente del tribunale dei minori di Catania e della proposta di trasferimento di cui è stato fatto oggetto da parte dei colleghi del Consiglio Superiore della Magistratura. Un provvedimento punitivo che trova la sua specifica ragione in una "incompatibilità ambientale e funzionale" paragonabile, per la sublime pretestuosità dell'invenzione, solo alla insondabile condanna pendente sul capo di Josef K., protagonista de Il processo di Franz Kafka.
In una conferenza convocata dinanzi al comitato che si è costituito in sua difesa, Scidà ha descritto fatti e fornito testimonianze di cui non è impietoso riferire ampli stralci.
E' il 19 dicembre del 1999, chiusura dell'anno giudiziario, Scidà chiede al Consiglio superiore della magistratura di fare luce sul modo in cui ciascun membro, in qualità di pubblico ministero, trattò il processo penale a carico dell'imprenditore Finocchiaro per le tangenti largite da questi a eminenti politici dell'epoca per la costruzione di un grosso edificio, committente la Provincia ed altri enti pubblici, sito in viale Africa a Catania. Il processo si chiuse col proscioglimento di Finocchiaro dall'accusa di corruzione. Si tratta dell'affare di corruzione simbolo di Tangentopoli made in Catania anni '90, l'affare "più grosso che sia stato scoperto per la entità dei corrispettivi pagati dal corruttore ai corrotti, pubblici ufficiali correi; il più grosso per il numero delle persone coinvolte, per il tempo dell'esecuzione, per il numero degli atti estrinsecati, per la qualità dei soggetti coinvolti (…) In questo processo il corruttore era stato detto concusso, (cioè non autore del reato ma vittima di estorsione, nda); per questo venne smentito dal tribunale della Repubblica. Al corruttore venne risparmiato il carcere che colpì invece i corrotti. Non solo costui ha avuto modo di continuare l'attività imprenditoriale ma, essendo dichiarato concusso, il tribunale gli ha riconosciuto il diritto alle somme che aveva e sborsato per corrompere" .
L'entità della somma era tale da indurre lo stesso imprenditore a rifiutare la restituzione annunciandolo in un intervento su "La Sicilia", quotidiano e network catanese; un messaggio duplice: da un lato si cerca di attenuare la reazione e quindi l'attenzione dell'opinione pubblica locale e nazionale, tentativo riuscito in pieno col decisivo appoggio dell'organo unico della (dis-) informazione a Catania; dall'altro si tratta di un preciso avvertimento con quella magnaminità che è tipica di chi comanda da queste parti del globo intimidazione travestita da vittimismo, avvertimenti camuffati da magnanimità. La revisione richiesta da Scidà non ebbe luogo; il magistrato diviene anzi oggetto di ritorsione da parte dei membri catanesi del csm, una vera e propria vendetta istituzionale condotta su un magistrato di settantadue anni ad un anno dalla pensione. Scidà è un uomo di vecchio stampo, siciliano onesto che ha toccato con mano e guardato da molto vicino fino a che punto il malaffare si insinui in ogni settore della vita istituzionale e sociale dell'Isola e come peraltro esso riceva sostegno, quando non incentivo, da sacche di potere insite nello stesso Stato. Già all'inizio di quest'anno, Il 22 gennaio, convocato dall'Antimafia, il vecchio magistrato aveva denunciato "i condizionamenti che hanno permesso di tenere fuori da inchieste giudiziarie, fra cui quella sull'appalto relativo ai lavori per il nuovo Ospedale Garibaldi di Catania, alcuni settori politici e imprenditoriali della città" e descritto come "un certo numero di magistrati, legati da forte vincolo personale e associativo, si sono impadroniti di fatto della procura, controllando i meccanismi di assegnazione degli incarichi direttivi o semidirettivi attraverso loro esponenti al Csm".
Doveva presto rullare il tamburo della ritorsione all'interno del Palazzo; così è accaduto col provvedimento di cui sopra. Catania è ancora la città dei Viceré, solo che adesso non si chiamano più Uzeda, i viceré di De Roberto hanno passato il testimone ai mastro Don Gesualdo dell'oligarchia politica, economica, istituzionale che, da un secolo, signoreggia la città. Tramontata l'affascinante prospettiva di essere sudditi periferici de "l'impero in cui non tramonta mai il sole", l'impero di Carlo V nel XVI secolo, Catania è oggi la metropoli, sempre periferica, di una Roma cattolica e centralista col decisivo correttivo odierno di un feroce neo-liberismo di governo e di costume che da queste parti trova facili consensi, basti pensare il favore tributato a uomini politici in odore di mafia insediati ovunque: Comune, Provincia, Regione. I loro cartelli elettorali alle ultime tornate elettorali di Aprile e Giugno fatti di sorrisi ipocriti ed arroganti da nuova jeunnesse doree giunta al potere o, più realisticamente, ritornata a fare affari sulla pelle dei siciliani, mentre gli annunci delle agenzie per il lavoro interinale di quaggiù recitano slogan come "La mia città è dove c'è il lavoro", per citarne uno, a sancire la nuova ondata di migrazione verso il Nord Italia come ennesimo atto della secolare e abituale diaspora del popolo siciliano.
Veniamo così al ruolo della società civile catanese chiamata in causa da Scidà nella conferenza del quale riferiamo. Essa costituisce l'altro grande imputato del suo j'accuse, la maggioranza silenziosa e censurata di cittadini (onesti)?che languono nel vero grande male della società civile catanese e siciliana: l'indifferenza politica, l'apatia intellettuale, il cronico disimpegno civile, l'humus più congeniale ove prosperano gli incontrastati signori dell'ordine costituito. Come spiegare altrimenti il plebiscito tributato agli attuali governi nazionale e regionale a Catania oltre che nel resto della Sicilia? L'analisi, condotta con impeccabile rigore storicistico da Scidà si estende- è bene notare- agli ultimi trentanni di vita catanese ed ha per oggetto d'elezione proprio la Catania della cosiddetta "primavera" retta dalla giunta di centro-sinistra e guidata, negli anni '90, dall' ex ministro Bianco prima dell'attuale diluvio reazionario.. Per i lettori meno informati è bene ricordare che secondo le ultime stime dell'Istat Catania è in cima alle statistiche di invivibilità, il particolare che più di ogni altro risalta alle coscienze è l'alto tenore di delinquenza minorile: in un anno, il 2000, dei 1917 minori arrestati in Italia, 257 sono stati arrestati nel distretto catanese, 120 i catanesi, 50 hanno dovuto rispondere del reato di rapina.
Si tratta in buona parte di ragazzi di un popolo senza identità, condannati ai margini della società che si addobba di Macdonald's e ottimismo da baraccone; i ragazzi di S. Cristoforo che un comico locale ha definito "mammoriani", nome che deriva loro dall'usanza gergale di giurare sulla vita delle madri loro la dignità di ciò che affermano: "m'ha moriri mò mà", letteralmente: "che muoia mia madre" (se affermo il falso), risuona per i vicoli di S. Cristoforo, la casba catanese - il cuore storico della città - e per i padiglioni allucinatori di Librino e San Giovanni Galermo, i quartieri satellite, le riserve degli indiani in cui, qui come altrove, la città borghese ha esiliato la sua anima popolare con sommo profitto di quella mafia che è rimasta l'unico vero referente culturale e istituzionale per le ultime due tre generazioni. Catania è una città dalle molte mafie contenute l'una nell'altra come in una grassa matrioska russa: mafia culturale, mafia politica, mafia amministrativa. Ricordando il 1966, anno del suo insediamento presso il tribunale dei minori, dice: "Catania era una città profondamente divisa, da un lato i poveri di una povertà per nulla "contenta e benedetta" come diceva papa Roncalli, cioè frutto del rapporto sfavorevole fra le proprie risorse e capacità di spesa nel mercato; ma era invece l'intreccio di molte povertà, povertà che viene dalla solitudine, dall'indigenza relazionale , dall'esilio in quartieri abbandonati, dal fatto di non avere società, gioco (che fosse un incentivo alla crescita, una scuola vera , apprendistato; la Catania dannata da un lato, la Catania storica, dall'altro, operosa con la sua dignità, ma anche coi suoi palazzi e con la gente che dai palazzi aveva tratto e traeva vantaggi contrari alla legge; questa città era colpevole della degradazione dell'altra".

 

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