roberto
barga

|
Come
si fa una trattativa
Negoziare e' un'attivita' che risponde a della regole ben precise; una
riflessione su come queste regole siano state rispettate o meno, puo',
forse aiutarci a capire la vera posta in gioco in questa vicenda.
Vediamo in sintesi estrema quali sono le regole per fare una trattativa
seria: avere un interesse all'accordo, scegliere bene le posizioni da
cui partire, avere chiaro l'obiettivo, parlare con gli interlocutori giusti
(che possono non essere quelli piu' gadevoli).
Una parola va detta sul concetto di posizioni: le posizioni devono "coprire"
l'obiettivo, per non "bruciarlo" subito, essere comunque compatibili
con esso, per non perdere credibilita' nella discussione, essere formulate
in modo da incanalare da subito il negoziato nella direzione voluta.
Come
ha trattato il Governo
In estate e' iniziato il fuoco di " preparazione" fatto di dichiarazioni
disparate (qualcuno ricorda che Maroni era contrario alla riforma dell'art.
18?); poi e' iniziato il tavolo che doveva trattare di diverse questioni:
qui il Governo ha posto, in via principale, un ridimensionamento dell'art.
18.
Sontata l'opposizione a tale punto, il Governo tra il soprassedere e il
drammatizzare ha scelto la seconda strada. Il negoziato si e' interrotto,
prima con la sola CGIL, poi con le altre Organizzazioni. Ne' l'uccisione
di un uomo che torna a casa la sera dal lavoro, in bicicletta, ha aiutato
il Governo a riallacciare il confronto (malgrado il tentativo - in verita'
piuttosto goffo - di approppiarsi del cadavere, anzi forse tanta "spericolatezza"
ha nuociuto ancor di piu').
Articolo
18: posizione o obiettivo?
Questi i fatti; occorre, allora, domandarsi: aveva il Governo interesse
all'accordo?, se l'obiettivo era la riforma dell'art. 18, ha indovinato
le posizioni? E se non era questo l'obiettio, allora qual'era?
Cominciamo dalla prima domanda, che e' anche la piu' facile: il Governo
era ed e' certamente consapevole della necessita' di un accordo; anche
l'esperienza dei precedenti governi, nelle due riforme piu' importanti
(scuola e sanita') dimostra che una riforma calata dall'alto, per quanto
giusta e popolare tra i non addetti ai lavori, non ha molte chances di
riuscita effettiva tra i diretti interessati se viene fatta loro malgrado.
Quindi, se l'obiettivo era la riforma dell'art. 18, le posizioni sono
state sbagliate in maniera clamorosa. Anzitutto e' stato sbagliato l'approccio:
una materia cosi' delicata nell'immaginario (e non solo in quello) non
poteva essere approcciata in maniera "diretta", andava, per
l'appunto, "coperta" (a questo servono le posizioni). Il discorso
andava impostato alla Biagi: c'e' in Italia un eccesso di flessibilita'
in entrata, con la creazione di figure il cui comune denominatore e' il
precariato piu' assoluto, e l'assenza di una prospettiva di consolidamento
nel tempo della propria posizione. Occorre quindi recuperare a forme di
tutela vera milioni di lavoratori, evitando strangolamenti per le aziende,
ma creando un sistema di regole (poche e chiare) laddove oggi c'e' il
nulla. In cambio occorre riequilibrare la rigidita' in uscita, mantenendo
la reintegra per i licenziamenti "odiosi" (discriminatori, ritorsivi)
e prevedendo la possibilita' di determinare in via contrattuale alternative
economiche "europee" alla reintegra, negli altri casi. A ripescare
gli atti parlamentari, si puo' vedere che qualcosa era stato scritto in
proposito nel 1986, alla Commissione lavoro della Camera, presieduta da
Giugni: Confindustria si era opposta, perche' un risarcimento europeo
e' l'ultima cosa a cui pensa (anche quando recentemente lo stesso Berlusconi
aveva proposto due annualita' di penale, la regola in Europa, Confindustria
ha detto "no, grazie").
Impostata cosi', con la ghiotta occasione di "coprire" milioni
di soggetti deboli, il sindacato avrebbe avuto problemi a dire no. E anche
Confindustria, pur nel suo consueto mugugno che va tutto male (lo dice
ormai da decenni, intanto il Paese e' cresciuto) ci sarebbe dovuta stare.
Il governo, invece, ha cominciato dalla fine, dall'art. 18, rispolverando
il mandato elettorale, la volonta' del popolo espressa il 13 maggio, (la
riforma dell'art. 18 non e' nel programma della C.d.l.) e annunciando
che accordo o no avrebbe tirato dritto (rileggiamo la storia, non e' la
prima volta dall'unita' d'Italia che qualche premiere+ministro degli esteri
tira dritto, o dice di farlo), con i sorrisi di Schifani (che fanno onore
al cognome di chi li esibisce) e le dichiarazioni adrenaliniche di Vito,
i cui monologhi fanno impallidire Amleto.
Affermare che si vuole tirare dritto fa venire seri dubbi sul fatto che
si attribuisca importanza all'accordo: nessuno perde tempo se si sente
dire: "se sei d'accordo bene, se non lo sei, bene lo stesso".
Un
obiettivo diverso
Un errore di questa portata porta a credere che la vera portata dell'obiettivo
fosse un'altra; escluderei, infatti, che nel governo non si abbia idea
di come si conduce un negoziato: Berlusconi viene dal mondo degli affari,
fa trattative da decenni, qualcosa sapra' o avra' imparato.
Proviamo a pensare che l'obiettivo vero fosse isolare la CGIL. Posizioni
e obiettivo, allora, diventano coerenti: la CGIL viene percepita come
il sindacato con pregiudizi ideologici, contrario "a prescindere":
con una bella trovata dal forte sapore simbolico (e dallo scarso impatto
pratico, cosi' si dice) si costringe la CGIL ad uscire dal tavolo. Poi
l'accordo si fa con gli altri. Un ritocchino appena (per il momento) all'art.
18, qualche milione di euro per gli ammortizzatori sociali (finanziati
con il debito pubblico), un po di bla bla sul mezzogiorno, (cosi' la CISL
e' contenta), e la Grande Riforma e' fatta.
Questa linea negoziale e' stata ad un passo dal riuscire: CISL e UIL avevano
continuato la trattativa, e forse, come gia' per il contratto a termine,
l'avrebbero conclusa. Ci si e' messa in mezzo la piazza, si sono fatti
sentire i delegati di base e le federazioni di categoria e Pezzotta ha
dovuto fare marcia indietro.
Cosa
non ha funzionato
Gli interlocutori prescelti non avevano la forza di portare avanti un
negoziato cosi' concepito. Il governo ha sopravvalutato la loro forza
e ha perso la battaglia. Forse riuscira' lo stesso a dare un ritocchino
all'art. 18, scatendando una guerriglia sociale che non giovera' alla
sua tenuta e alla sua credibilita'. Ma l'obiettivo raggiunto e' esattamente
l'opposto di quello voluto: la CGIL non solo non e' isolata, ma in questa
ritrovata unita' sindacale (in realta' artificiosa perche' non voluta
e non sentita da tutti) maldestramente creata dallo stesso governo, il
sindacato "comunista" ha agli occhi dei lavoratori un'indubitabile
primogenitura, che lo rafforza anche al tavolo delle trattative.
Il
giorno dopo
L'ultimo punto: tutti i negoziatori sanno che il "difficile"
viene sempre dopo; in ogni tavolo negoziale c'e' sempre un day after,
sia per la trattativa che per il conflitto Per il sindacato il day after
e' relativamente tranquillo: potra' dire no all'infinito, scatenare la
guerriglia (ovviamente, parliamo in senso sindacale) sui luoghi di lavoro,
nelle contrattazioni aziendali e nazionali. Per il governo, invece, il
giorno dopo e' piu' incerto (e lo cominciamo a capire frange sempre piu'
vaste del mondo imprenditoriale): deve decidere tra la strada della "conflittualita'
permanente, o quella di una ripresa vera del negoziato, alle condizioni
richieste dalla controparte: ma questa, che appare la strada piu' ragionevole
e' anche la piu' difficile, per aver troppo drammatizzato prima.
Dopo lo sciopero tocca al governo fare la prima mossa: l'impressione,
oggi, e' che abbia il pallino in mano e non sappia cosa farne: questa
volta non ci sono gli interessi personali del premier a fare da "stella
polare".
E Ciampi, beato lui, continua a parlare di massimi sistemi, bandiere tricolori
e buoni sentimenti.
|