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Avevamo detto qualche tempo fa che tutta la trattativa sull'art. 18 aveva come unico obiettivo l'isolamento della CGIL: (V. Erroneo.org, art. 18, anatomia di una trattativa) è sotto gli occhi di tutti come questa previsione si sia rivelata esatta. Non avevamo messo tra gli obiettivi anche la fine dell'unità sindacale, perché quella era già stata determinata da D'Antoni, in procinto di saltare sul carro del vincitore di Arcore. Vorrei, ora fare qualche riflessione sulla vicenda, che non può dirsi conclusa (fra tre anni si riaprirà lo scontro sulla sperimentazione), ma che per ora viene spedita negli archivi. L'art. 18 esce praticamente indenne: dai rombanti proclami dei falchi di CONFINDUSTRIA, alla più banale proposta di Maroni, articolata su tre ipotesi, sino alla conclusione, che prevede solo l'ipotesi di non applicazione per il caso (praticamente virtuale) in cui un'azienda passi, grazie a nuove assunzioni, i 15 dipendenti: la distanza è enorme: se lo scopo fosse stato flessibilizzare il mercato del lavoro in uscita (cioè rendere più agevoli i licenziamenti) si dovrebbe parlare, con eufemismo, di risultato deludente. Il governo non esce bene: aver diviso il sindacato in maniera profonda crea più problemi di quanti non ne risolva: meglio fare poco, ma con un consenso generalizzato, che pensare di fare chissà quali riforme, affrontando poi punte esasperate di conflitto sociale: nemmeno il tentativo di strumentalizzare il delitto Biagi, è riuscito, grazie soprattutto alla volgarità e all'ignoranza politica di chi avrebbe dovuto ritorcere contro il sindacato rosso, l'omicidio del professore "a caccia di consulenze" CONFINDUSTRIA esce male: nelle aziende associate, oggi, si misura il livello di micorconflittualità, talora anche populista e demagogica, tipica delle situazioni in cui le strutture di base giocano allo "scavalcamento a sinistra". Ed il brutto deve ancora arrivare quando si discuteranno i rinnovi contrattuali: aver isolato un sindacato non crea più governabilità nelle aziende, semmai crea più caos (e più costi). CISL e UIL sono a mio avviso le meno malconce di tutti, ma anche loro adesso hanno qualche problema: resterà nei lavoratori privati un velo di sospetto circa la loro attendibilità , e spesso anche i delegati di base aderenti a tali organizzazioni devono prendere pubblicamente le distanze dalle loro segreterie per testare credibili agli occhi dei colleghi. Tuttavia hanno l'alibi di essere state lasciate sole dalla CGIL, e quindi meno forti al tavolo delle trattative. Per
la CGIL il discorso è più complesso: se per il suo segretario
uscente, l'intera vicenda ha rappresentato una strepitosa vittoria personale,
l'organizzazione appare più indebolita. Con tutta la buona volontà
non si può non essere toccati dal sospetto che l'atteggiamento
sia stato politicamente motivato. Non è, in genere, una buona cosa
per un sindacato disertare il tavolo delle trattative: un sindacato o
negozia, o non ha ragione di esistere: anche il conflitto ha un significato
per rafforzare il ruolo negoziale, non per essere fine a se stesso (o
per "rovesciare il sistema"). Proviamo a immaginare che trattativa
sarebbe stata se la CGIL avesse portato un pacchetto di proposte per tutelare
i CO.CO.CO., per creare delle prospettive ai lavoratori interinali, e
in genere a tutti i precari. Proviamo a immaginare l'atteggiamento di
CISL e UIL, che sanno come si tratti di "territori vergini",
con decine di migliaia di potenziali tessere. Il centrosinistra esce dalla vicenda con due problemi: Cofferati troppo forte e CISL e UIL tropo vicino alla destra. Avrà la capacità di affrontarli. Paradossalmente il primo è il più difficile: intasato com'è di mezze figure e di prime donne sdegnose, lo scontro rischia di essere uno dei tanti conflitti personali che travagliavano già il centro sinistra quando era al governo, e lo devastano adesso. Il secondo ha un taglio più politico, e dipende dalla capacità attrattiva che il centro sinistra, con le sue proposte e le sue battaglie (e con la credibilità dei suoi leader) saprà esercitare. In
conclusione: che bene può rappresentare per i cittadini una vicenda
in cui ognuno conta i danni e non i benefici? |
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