edoardo
baraldi

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La
nuova legge sull'immigrazione arriva dopo la
conversione definitiva in legge del decreto n. 51 del 9 aprile scorso
che ratifica le espulsioni con accompagnamento immediato in frontiera,
già praticate da mesi su vasta scala ed in forte sospetto di incostituzionalità;
soprattutto dopo che la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 105/2001,
aveva riaffermato la necessità di un effettivo controllo giurisdizionale
su qualunque provvedimento amministrativo limitativo della libertà
degli immigrati irregolari, e dunque anche nei casi in cui il respingimento
o l'espulsione fossero eseguiti immediatamente senza l'internamento in
un centro di permanenza temporanea.
In questo modo il Governo ha voluto rispondere ad importanti pronunce
della giurisprudenza che in Sicilia ed in Puglia avevano censurato l'operato
degli organi amministrativi che avevano tentato in diverse occasioni di
provvedere al rimpatrio immediato di immigrati irregolari, addirittura
richiedenti asilo, prima che i competenti organi giurisdizionali potessero
pronunciarsi sui ricorsi presentati dai loro difensori.
Intanto,
malgrado le statistiche trionfalistiche e la "stretta" sui controlli
di frontiera, continuano ad arrivare in Italia migliaia di profughi e
di immigrati esclusi da qualunque possibilità di ingresso legale
e dunque costretti alla clandestinità.
Ancora salvataggi da parte di navi commerciali, ancora morti gettati in
mare da scafisti senza scrupoli nel tentativo di raggiungere le coste
siciliane , cadaveri che si aggiungono ad altri cadaveri disseminati nel
Mediterraneo per i tanti affondamenti che nessuno denuncia, ancora sbarchi
in Sicilia ed in Puglia, ed ingressi meno visibili alle frontiere settentrionali;
con il consueto corollario di accaniti rastrellamenti per rintracciare
immigrati senza scampo, con l'internamento dei nuovi arrivati nei CPT
e nei nuovi "centri di transito", camuffati magari da centri
di "prima accoglienza e soccorso".
Tutti i migranti sono trattati dai mezzi di informazione e dagli organi
di polizia come "clandestini" anche quando appare evidente la
loro condizione di richiedenti asilo. Ed intanto si intensificano i contatti
internazionali con paesi caratterizzati da regimi autoritari come la Turchia
e la Tunisia, per favorire il rimpatrio forzato di quanti vi erano transitati
o ne erano fuggiti per ragioni di persecuzione politica.
Si è persino arrivati alla proclamazione dell'ennesimo stato di
emergenza-immigrazione da parte del Governo, autorizzando tutte le strutture
decentrate dello Stato ad adottare prassi al di fuori della normativa
prevista, per la creazione dei centri di detenzione e dei nuovi centri
di transito.
Le Prefetture già da tempo avevano avuto carta bianca per attrezzare
strutture improvvisate presso palestre, scuole, capannoni industriali
e caserme, aprendo un numero imprecisato di "centri di transito"
per gli immigrati appena sbarcati, prima della loro deportazione con autobus,
sotto scorta, verso i centri di permanenza temporanea della Puglia e della
Calabria.
I
"vecchi" CPT aperti in Sicilia, in Puglia ed in altre parti
di Italia a partire dal 1998, dopo la approvazione della legge
40, ormai scoppiano, oppure sono stati chiusi
( nel 2000, a Catania ed a Palermo-Termini Imprese) perché
ingestibili.
In Puglia i centri di accoglienza funzionano ormai come veri e propri
centri di permanenza temporanea, anche se sono costituiti da tende da
campo e da roulotte, come a Bari Palese, anticipando di fatto quei luoghi
di restrizione previsti dalla nuova legge per i richiedenti asilo.
Altre volte, in Sicilia ad esempio, sono i vecchi CPT che vengono ampliati
e destinati a nuove funzioni di smistamento verso altre strutture di detenzione.
A Trapani, un intero piano del centro Vulpitta è stato adibito
a struttura di transito, dove gli immigrati subiscono un primo tentativo
di identificazione, vengono fotosegnalati, e quindi dopo uno o due giorni
di attesa, in sale arredate soltanto con qualche panca, con le luci accese
anche durante la notte, caricati su pullman e trasferiti verso la Puglia.
Lo stesso tipo di smistamento avviene ad Agrigento, perché il CPT
autorizzato dal Ministero degli interni, l'unico in Sicilia con una struttura
femminile, opera costantemente ai limiti della capienza consentita.
Non diversa la situazione nella Sicilia orientale. Qui gli immigrati,
in gran parte richiedenti asilo provenienti dallo Sri Lanka e dalla Turchia,
vengono rinchiusi per alcuni giorni nei nuovi "centri di transito",
istituiti presso la zona portuale di Siracusa, o in luoghi diversi delle
province di Ragusa e di Catania, e quindi immediatamente trasferiti verso
la Puglia ( Bari-Palese, Restinco, Lecce, Foggia) in pullman.
L'unico centro di permanenza temporanea autorizzato nella Sicilia orientale,
con decreto del Ministero ai sensi della legge Turco Napoletano è
infatti quello, molto piccolo, di Ragusa, anche se la maggior parte dei
potenziali richiedenti asilo sbarca proprio in questa parte dell'isola.
Anche qui la vera novità sono le nuove strutture di transito, che
per gli immigrati appena sbarcati comportano una mobilità continua,
che produce di fatto la loro "inesistenza" come soggetti titolari
dei minimi diritti umani ( a partire dal diritto di difesa), anche rispetto
a quanto già verificato nei CPT, che pure erano un tentativo di
rendere "invisibile" il clandestino in attesa di allontanamento
forzato.
Questa
situazione di sovraffollamento dei CPT italiani (accresciuta
dall'annuncio di una sanatoria che ancora non arriva e dalla chiusura
dei flussi legali per lavoro non stagionale) produce
il prolungamento della detenzione dei migranti appena sbarcati nelle isole
di Lampedusa (di competenza della Questura di Agrigento) e
di Pantelleria (di competenza della Questura di Trapani); le
locali Questure, non potendo far transitare gli immigrati attraverso le
strutture autorizzate dal ministero degli interni come CPT, trattengono
i "clandestini" per giorni e giorni
(a Lampedusa anche dieci), nei cd. Centri di prima assistenza e soccorso-
veri e propri centri di detenzione- anche se previsti per casi di straordinaria
necessità ed urgenza, appunto, dall'art.23 del regolamento di attuazione
approvato con il DPR 394 del 31 agosto 1999.
Queste strutture, spesso stazioni di transito verso i più capienti
"centri di raccolta" pugliesi, stanno diventando così
la risposta normale rispetto al fenomeno costituito dalla crescita dei
migranti da respingere o da espellere per effetto delle nuove disposizioni
di legge, che restringono l'accesso alla procedura di asilo (ed anche
per effetto delle disposizioni amministrative che consentono alla commissione
centrale di intervenire direttamente nei CPT, accelerando al massimo l'accompagnamento
forzato in frontiera di quanti vedono respinta la propria domanda di asilo).
Risulta frequente, sia quando si verifica il trasferimento immediato in
Puglia, sia quando gli immigrati rimangono rinchiusi per giorni a Lampedusa
o a Pantelleria, la impossibilità di raggiungere persone che vengono
trattenute al di là di quanto previsto dalla legge, senza ricevere
copia dei provvedimenti, senza avere diritto ad un interprete, senza potere
comunicare in alcun modo con l'esterno ( possibilità questa ultima
consentita solo dopo l'internamento nei "veri" CPT, oppure dopo
la identificazione).
I mezzi di informazione locali e nazionali continuano intanto a parlare
di "centri di accoglienza" quando anche le nuove strutture di
"transito" sono veri e propri centri di detenzione, spesso all'interno
di zone militari o doganali, con sorveglianza armata e recinzione metallica.
Gli immigrati vengono identificati provvisoriamente con dei numeri, appiccicati
sui vestiti, oppure in qualche caso, "marchiati" sul polso (
come è avvenuto lo scorso novembre a Lampedusa e ad Agrigento.
Abbiamo cercato di denunciare in ogni modo questa situazione, chiedendo
anche all'ACNUR di intervenire per verificare la condizione dei richiedenti
asilo, adesso molti sudanesi ed irakeni, che si mescolano alla migrazione
dei magrebini che cercano di raggiungere la Sicilia per lavorare come
stagionali ( come è noto la Sicilia non ha goduto di significative
quote di ingresso neppure per gli stagionali).
I
profughi arrivati in Sicilia ed in Puglia, dunque, anche se potenziali
richiedenti asilo, sono stati rinchiusi in centri di permanenza temporanea,
già prima della nuova legge Bossi- Fini, che prevede appunto il
trattenimento dei richiedenti asilo privi dei documenti. Sorte che peraltro
non era stata neppure risparmiata ai profughi sudanesi, eritrei, somali,
pakistani e cingalesi, giunti nei mesi scorsi in Sicilia, a Lampedusa,
a Porto Palo, a Pozzallo.
A nessun di loro era stato consentito presentare domanda di asilo , erano
mancati interpreti e informazioni circa le condizioni di trattenimento
e i provvedimenti relativi al trattenimento ed all'espulsione erano stati
emessi dalle Prefetture e dalle Questure siciliane con molti giorni di
ritardo, rispetto al momento del loro ingresso nel territorio nazionale
( e rispetto anche a quanto previsto dalla normativa vigente).
Spesso, proprio nella fase della prima verbalizzazione, in difetto di
una piena informazione sul diritto di asilo nel nostro paese, vengano
rese dagli immigrati dichiarazioni che poi precludono l'accesso alla procedura,
come ad esempio quella resa da un immigrato cingalese, che appena sbarcato,
oltre a dichiarare di fare parte di un partito di opposizione, avrebbe
affermato di essere giunto nel nostro paese "perchè aveva
bisogno di denaro per far fronte al matrimonio di due sorelle"; caso
nel quale il Tribunale di Catania, con sentenza del 26 febbraio scorso,
ha respinto il ricorso avverso l'espulsione.
L'approvazione del Decreto Legge 51 dello scorso
aprile sta incentivando espulsioni sempre più sbrigative, ed incide
anche sulla condizione di molti potenziali richiedenti asilo, ormai destinati
al rimpatrio forzato grazie anche alla "collaborazione" diretta
dei rappresentanti dei paesi di provenienza, con frequenti
visite di consoli turchi e cingalesi ( che hanno avuto libero accesso
nei CPT pugliesi, magari in prossimità della visita della commissione
per l'esame delle domande di asilo) ; questi agenti diplomatici e consolari
possono contattare direttamente ed intimidire i richiedenti asilo, garantendo
formalmente un rimpatrio "tranquillo", evidenziando la inutilità
ed i rischi della domanda di asilo; in realtà messi in condizione,
proprio dalla nostra polizia, in assenza di avvocati ed interpreti indipendenti,
di procedere a schedature che possono essere direttamente utilizzate nei
paesi di provenienza per intimidire i familiari di quanti insistono nella
richiesta di asilo.
Difficile- se non impossibile- in queste condizioni, per gli avvocati
e le associazioni indipendenti
( che non abbiano voluto accettare il convenzionamento con la Prefettura),
comunicare tempestivamente con gli immigrati reclusi in queste strutture
di "transito".
Sono quindi poche, ma significative, per le storie e gli abusi che fanno
emergere, le sentenze della magistratura che annullano provvedimenti di
espulsione di potenziali richiedenti asilo.
Ma
la Sicilia è lontana, anche per la commissione asilo già
decentrata che si è spinta fino alla Puglia. In attesa, adesso,
che vengano organizzate dopo la nuova legge le nuove commissioni provinciali
competenti ad esaminare in procedura abbreviata le istanze di asilo.
Si deve aggiungere che spesso la espulsione, ad Agrigento soprattutto,
è comminata nella certezza che il richiedente asilo non potrà
mai essere rimpatriato, non fosse altro che per il divieto introdotto
dall'art. 19 del T.U. 286 del 1998 ( principio di non refoulement), ma
all'evidente scopo di "scaricare" su altre Questure e Prefetture
il problema della proposizione della domanda di asilo e del relativo contributo
per i primi 45 giorni. Ma la "liberazione" del potenziale richiedente
asilo, dopo la espulsione, gli da solo una apparente sensazione di libertà,
perché la persona, anche se destinataria di un provvedimento di
respingimento e non di una espulsione rimane inserita per sempre nel SIS,
e non avrà in futuro altra possibilità che la condizione
di clandestinità. In ogni caso questi soggetti fanno perdere rapidamente
le proprie tracce e né gli avvocati, né le associazioni
riescono a fornire alcun tipo di tutela: un altro vero regalo fatto al
racket
Quando intervengono i giudici, non mancano le pronunce di annullamento
di espulsioni illegittime: dai loro provvedimenti emerge così,
in modo inconfutabile, il mancato rispetto delle minime garanzie procedurali
da parte degli uffici della Questura e della Prefettura, almeno nella
maggior parte dei casi che giungono all'attenzione del magistrato. Dati
tanto più gravi quanto a danno di persone qualificabili spesso
come richiedenti asilo.
Così sono state annullate dal magistrato di Agrigento, lo scorso
novembre, le espulsioni dei profughi sudanesi già trattenuti a
Lampedusa (sulla base del fatto notorio che gli stessi profughi provenivano
da un paese come il Sudan nel quale è in corso se non una guerra
civile, una persecuzione a base religiosa), che non potevano dunque essere
espulsi né rimpatriati coattivamente, in base a quanto sancito
dall'art. 19 del vigente testo unico sull'immigrazione.
Lo stesso provvedimento del magistrato ( già pubblicato sulla rivista
Diritto, immigrazione e cittadinanza, 4/2001 con una mia nota), oltre
a dichiarare la illegittimità delle espulsioni, confermava peraltro
quanto da noi già denunciato più volte; e cioè la
circostanza che gli stessi immigrati sudanesi non avevano potuto usufruire
di un interprete né presentare una tempestiva domanda di asilo.
Dalla data del provvedimento di espulsione si desume anche il notevole
scarto temporale ( dieci giorni) tra l'ingresso, l'arresto dei profughi
a Lampedusa e l'emissione dei provvedimenti di espulsione e di trattenimento
da parte delle competenti autorità di Agrigento. Per legge ( e
secondo la Costituzione: art. 13), entro 96 ore dall'arresto il magistrato
deve convalidare il provvedimento della polizia limitativo della libertà
personale, dovendosi in caso contrario procedere all'immediata liberazione
della persona trattenuta.
Questa previsione ( che adesso è confermata dal DL 51, seppure
con gravi sospetti di incostituzionalità perché sembra consentita
la esecuzione dell'espulsione anche prima della convalida da parte del
magistrato) continua ad essere disattesa in tutte le procedure di trattenimento
coatto degli immigrati appena sbarcati o comunque irregolarmente entrati
nel nostro paese, che essendo privi di documenti, ben difficilmente possono
essere riconosciuti e dotati di documenti di viaggio entro il termine
delle 96 ore.
L'escamotage inventato agli inizi di questo anno, al di fuori di ogni
previsione di legge, consiste nel trattenere le persone per giorni senza
emettere alcun provvedimento, o non chiedendo la convalida del magistrato,
ma avvertendo i consolati ed avviando le procedure per il riconoscimento,
e poi notificare i provvedimenti di espulsione o di respingimento solo
quando il riconoscimento è avvenuto, nell'immediata prossimità
dell'imbarco su un volo charter che riconduce in patria i clandestini
(compresi i richiedenti asilo la cui domanda sia stata ritenuta strumentale)
.
Così ad esempio, nel provvedimento del Tribunale di Lecce n. 852/2002
del 10 aprile 2002 che non convalida un provvedimento di trattenimento
emesso dalla Questura di Lecce, in data 6 aprile stesso anno, relativo
ad un cittadino singalese rintracciato in Sicilia, e precisamente ad Avola,
il 15 marzo in prossimità dello sbarco.
Il giorno dopo lo sbarco, avvenuto nella Sicilia orientale, veniva notificato
allo straniero un decreto di respingimento emesso dal Questore di Siracusa,
con richiesta di trattenimento presso il CTP di Lecce ma la convalida
di tale provvedimento da parte del magistrato sarebbe dovuta intervenire
entro 48 ore ed invece lo stesso straniero veniva trasferito in Puglia,
dove la Questura di Lecce , solo con atto depositato in cancelleria il
19 marzo, chiedeva la convalida del provvedimento emesso dal Questore
di Siracusa. Su tale richiesta non interveniva alcuna convalida da parte
del Tribunale. Dopo altri giorni di internamento presso il CTP di San
Foca denominato Regina Pacis, e dopo il respingimento della richiesta
di asilo presentata nelle more, a seguito di uno sbrigativo esame da parte
della Commissione ( già "decentrata", come se la nuova
legge fosse entrata in vigore), allo stesso straniero, frattanto trasferito
in un altro centro di permanenza pugliese, veniva notificato un ulteriore
provvedimento di espulsione , emesso il 6 aprile, questa volta dal Questore
di Lecce, con richiesta di convalida depositata in tribunale solo in data
9 aprile 2002. In tutti i provvedimenti difettava la traduzione in lingua
conosciuta dal ricorrente e l'avviso al difensore.
Dal 15 marzo al 10 aprile di quest'anno, in altri termini, questo cittadino
straniero- peraltro richiedente asilo- assieme a tanti altri nelle sue
stesse condizioni, è rimasto detenuto dalla polizia ed è
stato trasferito dalla Sicilia in Puglia, dove è stato pure visitato
dai rappresentanti consolari del proprio paese, senza che i provvedimenti
amministrativi di cui era stato destinatario fossero tempestivamente convalidati
dall'autorità giudiziaria, come prescritto dalla legge, e dall'art.
13 della Costituzione.
Anche alla luce delle nuove disposizioni contenute
nella legge Bossi-Fini in materia di asilo, i richiedenti asilo che giungono
clandestinamento nel nostro paese (la quasi totalità) vengono riguardati
come soggetti che propongono domande manifestamente infondate e strumentali,
in assenza di altri canali legali di ingresso, e vengono sottoposti a
forti pressioni perché confessino i nomi degli scafisti, magari
trattenuti in totale promiscuità presso le stesse strutture, come
abbiamo verificato ad Agrigento, dopo lo sbarco dei superstiti dell'ultima
strage.
Per tutti, giorni e giorni di detenzione, in attesa di notizie certe sul
loro status privati dei più elementari diritti di difesa e di comunicazione
con l'esterno.
Abbiamo denunciato la lunga detenzione degli immigrati trattenuti nel
centro di prima accoglienza situato all'interno della zona militare dell'aeroporto
di Lampedusa. Ancora all'inizio dell'estate 2002, in questa struttura,
oltre ai capannoni già fatiscenti in servizio da anni, sono state
montate diverse tende da campo che contengono oltre duecento persone.
Dopo la "smentita" ricevuta dalla Questura di Agrigento abbiamo
appreso che quello di Lampedusa non è un centro di "prima
accoglienza e soccorso", ma un vero e proprio centro di detenzione
( alias CPT). Saremmo ancora curiosi di conoscere i relativi decreti adottati
dal Ministero dell'interno, e le modalità degli appalti con i quali
sono stati affidati alla Croce Rossa i servizi logistici, ma probabilmente
il decreto del governo che proclama lo stato di emergenza e consente ai
Prefetti di superare ogni problema procedurale, mette adesso tutto "
a posto".
Pensavamo che a Lampedusa vi fosse solo un centro di primo soccorso ed
assistenza, previsto dall'attuale regolamento di attuazione del T.U. sull'immigrazione
(art.23), per "il tempo strettamente necessario per l'avvio"
degli stessi stranieri nei centri siciliani di permanenza temporanea,
come quello di San Benedetto ad Agrigento.
Avevamo quindi criticato le condizioni igieniche e la eccessiva durata
del trattenimento a Lampedusa prima del trasferimento ad Agrigento, dati
che ci risultavano direttamente dalla vicenda dei profughi sudanesi, arrivati
a ripetizione nell'isola dallo scorso ottobre, dando comunque per scontato,
oltre alla destinazione della struttura a finalità di soccorso
e prima accoglienza, che la particolare distanza di Lampedusa dalla Sicilia
comportasse comunque alcuni giorni di ritardo nella emanazione dei provvedimenti
amministrativi ( espulsione, respingimento e trattenimento) diretti ai
cd. "clandestini".
Quanto abbiamo appreso dalla Questura di Agrigento, che qualifica la struttura
di Lampedusa come un vero e proprio CPT, ci induce a chiedere se nel centro
di permanenza temporanea di Lampedusa, ammesso che sia un centro di permanenza
temporanea come gli altri quattordici attualmente operanti in Italia,
siano garantiti i diritti di accesso alla difesa e di informazione sui
propri diritti ( ivi compreso il diritto di asilo), nonché il diritto
di visita, anche da parte di associazioni che assistono i richiedenti
asilo e di avvocati.
Ma questo, per chi applica le nostre leggi sull'immigrazione, forse non
ha neppure importanza, come testimonia la risposta infastidita che è
stata fornita quando le associazioni hanno lamentato questo tipo di trattamento.
Tutti i profughi sudanesi giunti lo scorso novembre, peraltro, dopo altri
giorni trascorsi nel centro di Agrigento, erano stati rimessi in libertà,
espulsi con l'intimazione a lasciare comunque il nostro territorio nazionale
entro quindici giorni .
Solo per i superstiti della strage di Lampedusa, dopo la visita lampo
del Ministro Scajola, è stata adottata una procedura speciale particolarmente
celere, tanto speciale che ha permesso con tutta probabilità l'allontanamento
degli scafisti, anche loro destinatari di uno speciale permesso di soggiorno
per richesta asilo o per motivi umanitari ( non si è mai capito),
ma sicuramente sottratti all'indagine penale sulle responsabilità
della nostra Marina che ha assistito al naufragio mandando in soccorso
dei naufraghi una sola scialuppa.
Se quello di Lampedusa è un centro di permanenza temporanea come
tutti gli altri, dovremmo pensare che un magistrato possa convalidare
il trattenimento entro le 96 ore dall'arrivo dei profughi dentro la struttura
( come richiede lo scomodo art. 13 della Costituzione), e che siano garantiti
interpreti e diritti di difesa, ma questo non ci risulta avvenga a Lampedusa
( nè a Pantelleria o nelle altre strutture di transito ubicate
in Sicilia). Attendiamo notizie e chiarimenti sul punto. La limitazione
della libertà personale è una questione molto delicata,
anche quando riguarda immigrati privi di permesso di soggiorno, giunti
clandestinamente ( se gli è andata bene) sulle nostre coste; a
maggior ragione quando questi stessi "clandestini" sono sottoposti
a delicate indagini di polizia per appurare da dove vengono e chi li ha
trafficati.
Ma Lampedusa non è un caso isolato, anche se quella struttura risulta
la più inaccessibile e le poche informazioni che filtrano giungono
da servizi e filmati trasmessi dalla RAI. Anche in altre regioni italiane,
accanto ai centri di permanenza temporanea si stanno attrezzando nuove
strutture di transito, in particolare in prossimità dei valichi
aeroportuali e dei posti di frontiera marittima.
Al di là delle difficoltà di accesso si riscontra un continuo
tentativo di delegittimazione delle associazioni e degli avvocati che
difendono gli immigrati ed i richiedenti asilo.
Si nega addirittura che gli avvocati nominati dai richiedenti asilo possano
presentare una istanza di ammissione a tale procedura " atteso che
solo il richiedente può fornire quegli elementi biografici che
possano fondare la sua domanda". In questo modo, considerando lo
stato di restrizione della libertà personale del richiedente asilo
e l'impossibilità di esprimersi in italiano ( o in inglese e francese),
oltre che per la assenza di interpreti indipendenti , e di informazioni
obiettive al riguardo, si chiude di fatto ogni possibilità di richiedere
asilo.
Come ha osservato invece il Tribunale di Catania, con la sentenza del
30 marzo 2002, che annulla un provvedimento di espulsione emesso dalla
Questura di Catania a carico di un cittadino singalese di etnia tamil,
richiedente asilo,"non è possibile comprendere come la Prefettura
e/o la Questura di Catania possano arrogarsi il potere di sindacare una
richiesta di asilo, decidendone l'irritualità sotto il profilo
del modo di presentazione, e, nel merito, non è possibile comprendere
perchè il funzionario estensore delle memorie difensive in questione
sostenga che la tutela di un diritto come quello di asilo non sia perseguibile
dall'interessato- al pari di mille altri diritti- anche a mezzo di procuratore".
La sollecitazione che le associazioni rivolgono alle Questure per fare
ascoltare qualche immigrato che manifesta la propria volontà di
chiedere asilo è vissuta sempre con fastidio, e con la preoccupazione
che anche altri immigrati che vengono a conoscenza della possibilità
di liberazione tramite la richiesta di asilo si "aggrappino"
a questa ultima possibilità. Ma anche questo problema ricade nella
responsabilità di chi gestisce queste strutture nella più
totale promiscuità, ritardando la liberazione dei veri richiedenti
asilo ed affidando di fatto il ruolo di interprete a qualche immigrato
" di fiducia", più esperto degli altri e capace di parlare
l'italiano
(magari per essere stato già in carcere in Italia).
Tutti i potenziali richiedenti asilo che giungono in Italia (e spesso
i loro avvocati e le associazioni che li assistono) sono invece sospettati
di reticenza sull'esatto percorso seguito nel loro viaggio, e gli immigrati,
prima di potere presentare formalmente la richiesta di asilo, sono sentiti
più volte dalla polizia che cerca soprattutto di scoprire la organizzazione
che li ha fatti arrivare nel nostro paese. Questo, in molti casi, comporta
la dichiarazione iniziale di false generalità, o di false nazionalità,
da parte di persone doppiamente intimorite, dagli scafisti con i quali
sono costretti a convivere, e dalla polizia che vuole conoscere a tutti
i costi i nomi, le date, le tappe del viaggio che li ha condotti in Italia.
In questo modo si dimentica che l'ingresso clandestino rimane l'unica
via di fuga consentita ai profughi da una legislazione che antepone il
contrasto all'immigrazione clandestina al rispetto dei diritti fondamentali
dei migranti. E che non si riesce neppure a scoprire i trafficanti, non
certo per la scarsa collaborazione delle vittime del traffico, ma perché
gli organi di governo continuano a mantenere normali rapporti diplomatici
con quei paesi diretti da regimi dittatoriali che speculano sul traffico
di clandestini, per ragioni economiche, come la Tunisia, in vista di più
lucrosi accordi di riammissione, o per ragioni politiche, come la Turchia,
magari per negoziare il loro ingresso nell'Unione europea.
L'Europa
chiama, la Turchia risponde. Dopo la proposta di Blair che vuole attivare
una polizia marittima internazionale per intercettare vicino alle coste
dei paesi di transito le navi dei migranti clandestini, il governo turco
ha ordinato il blocco di una carretta del mare carica di disperati. Con
le armi. Le navi turche hanno sparato ad altezza d'uomo sui clandestini
asserragliati su una carretta del mare a poche miglia dal porto d'imbarco,
uccidendo e ferendone alcuni. La nave è stata poi ricondotta in
porto, gli uomini separati dalle donne e dai bambini, e rinchiusi in carcere,
molto probabilmente sotto tortura, nel caso dei Kurdi. Questa è
l'Europa nella quale il nostro governo si riconosce, intensificando i
contatti con il governo Turco per la stipula di un accordo di riammissione,
questa è l'Europa che nega i diritti fondamentali della persona
umana e che in nome della sicurezza internazionale ha praticamente annullato
il riconoscimento del diritto di asilo e di protezione umanitaria (si
vedano al riguardo i più recenti documenti delle istituzioni comunitarie
sul diritto di asilo in rapporto ai problemi della sicurezza interna e
del terrorismo).
I diritti dei richiedenti asilo costretti all'ingresso clandestino dalla
mancanza di flussi migratori legali verranno ancora conculcati in futuro,
non solo per effetto della nuova legge sull'immigrazione, ma in base alle
tante misure di contrasto dell'immigrazione clandestina, considerata sempre
più come veicolo di criminalità e terrorismo. Ma non sembra
questa la strada per garantire maggiore sicurezza alle nostre società.
In questo modo la chiusura drastica delle frontiere, la discriminazione,
e la esclusione produrranno una clandestinità ancora maggiore e
un clima di intolleranza reciproca che potrebbero compromettere ogni possibilità
di convivenza pacifica.
Nei rapporti tra italiani ed immigrati sono già percepibili sintomi
evidenti di questo degrado determinato dalla cultura dell'egoismo, dalle
ideologie securitarie e dagli interessi economici e politici di chi gestisce
attualmente le politiche migratorie a livello nazionale ed europeo.
Ad ognuno tocca svolgere con rigore il proprio ruolo, di denuncia, di
assistenza, di proposta politica. Una diversa politica dell'immigrazione
è possibile, a condizione di non farsi condizionare dagli errori
del passato e dalla rincorsa elettorale.
Occorre evitare in particolare che le nuove direttive comunitarie in materia
di immigrazione e sicurezza cancellino il diritto di asilo . Va garantita
la legittimità, anche costituzionale, delle procedure di rimpatrio
forzato.
Chiediamo ancora all'ACNUR , agli organismi del Consiglio d'Europa, a
tutte le agenzie umanitarie ed alle associazioni che assistono i richiedenti
asilo di visitare periodicamente la struttura di Lampedusa e gli altri
centri di detenzione italiani per verificare le condizioni di trattenimento
di quanti vi sono internati e la possibilità effettiva di accesso
alle procedure dell'asilo e della protezione umanitaria.
Bisogna che tutte le ONG operanti in Italia si diano carico della piena
applicazione diretta dell'art. 10 della nostra Costituzione, che prevede
un diritto di asilo politico più ampio di quello riconosciuto dalla
Convenzione di Ginevra (che limita l'azione dell'ACNUR) ed assistano direttamente
i migranti potenziali richiedenti asilo, trattenuti nelle nuove sezioni
specializzate dei centri di detenzione o nei centri di transito, almeno
allo scopo di garantire la presenza di interpreti, un minimo di informazioni
ed il riconoscimento dei diritti di difesa.
Palermo 31 maggio 2002
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