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Premessa Nel campo della mobilità l'obiettivo "emissioni zero" viene generalmente considerato alternativamente come obiettivo di innovazione tecnologica (e dunque di politica dell'innovazione tecnologica, legato allo sviluppo di motori non inquinanti), o come obiettivo di politica urbana, connesso ad una diversa organizzazione della mobilità nelle città. Innovazione tecnologica Se si privilegia l'approccio tecnologico (o di politica dell'innovazione tecnologica), si tende a leggere il problema in termini di meccanica di funzionamento dei motori, e dunque a proporre di risolverlo immaginando sostegni o incentivi economici - diretti o indiretti - alla ricerca scientifica e alle industrie produttrici di mezzi di trasporto, finalizzati ad individuare e a produrre su larga scala (e a costi contenuti), la nuova soluzione tecnica "ad emissioni zero" che sostituisca la soluzione tecnica attuale, fortemente inquinante (automobili, motorini, autobus e camion a benzina e diesel). Certamente l'impianto di una politica dell'innovazione tecnologica potrà essere assai raffinato, ma avrà a che fare sostanzialmente con l'indirizzo di risorse economiche ed umane verso i laboratori di ricerca (pubblici e privati) e con la posa in essere di incentivi affinché l'industria trasferisca poi effettivamente l'innovazione all'interno degli stabilimenti di produzione, immettendo sul mercato i nuovi mezzi, con caratteristiche qualitative e prezzi tali da incontrare una ampia domanda di consumo. Qualora si ritenga che la domanda di consumo di questi nuovi mezzi sia ancora insufficiente, la politica dell'innovazione tecnologica potrà decidere di sostenerla, utilizzando le due leve che teoricamente ha a disposizione: l'imposizione di una scadenza entro la quale vietare la circolazione dei vecchi mezzi e consentire esclusivamente la circolazione dei nuovi e/o l'inserimento di un incentivo che renda più agevole per le famiglie la sostituzione del parco veicoli. Quali
sono i limiti di questo approccio? Non vi è in linea teorica nessuna
controindicazione a seguire questa strada, purché si considerino
tre elementi fondamentali: Politica urbana Se si privilegia invece il secondo approccio - quello delle politiche urbane - si tende a considerare il problema delle emissioni inquinanti dei mezzi di trasporto come fenomeno legato ad un certo tipo di sviluppo delle città, che ha progressivamente generato un utilizzo sempre più ampio dell'automobile e degli altri mezzi di trasporto individuali, supplendo con un aumento di queste soluzioni individuali di mobilità alla riduzione della popolazione e delle attività sociali presenti "dentro" i confini iniziali della città. La dispersione della popolazione urbana su territori e spazi più vasti, "ai margini" o "fuori" dei confini iniziali delle città, è un fenomeno avvenuto negli ultimi trent'anni in misura e su scala diversa a seconda delle capacità delle amministrazioni urbane di dotarsi di una rete capillare di trasporti pubblici di qualità, di governare le decisioni di localizzazione dei nuovi insediamenti (residenziali, per le attività di servizio e per le attività industriali), e non ultimo di risolvere alcune spiacevoli questioni tipicamente cittadine come la povertà e la criminalità. Ma non è detto - come si potrebbe pensare - che l'esistenza di un'efficace sistema di collegamento tramite trasporti pubblici determini una maggiore attrattività residenziale di un'area: i cittadini decidono "dove vivere" non sulla base dei sistemi di trasporto di cui dispongono (quantomeno non solo), né tanto meno sulla base delle emissioni inquinanti della propria automobile, bensì tenendo conto principalmente dei costi che sono in grado di sostenere per l'abitazione e della qualità della vita che desiderano (terranno conto dunque del costo delle abitazioni, ma anche del livello di decoro e di criminalità dell'area, della qualità delle abitazioni e degli spazi circostanti, etc.). E' intuitivo quindi che l'approccio delle politiche urbane per ridurre le emissioni inquinanti sia assai più complesso dell'approccio dell'innovazione tecnologica, così come è evidente che il primo ha molto più a che fare del secondo con problemi di governo locale e quindi di decisioni e di regole che possono essere elaborate e adottate a livello cittadino e locale, piuttosto che imposte da politiche nazionali o europee. Certamente il ruolo del governo centrale e del governo dell'Unione può essere di suggerimento, di stimolo e di sostegno tramite l'offerta di opportunità per confrontare idee e proposte. Tutt'al più, a livello nazionale o sopranazionale, possono essere indicati obiettivi generali e specifici di riduzione dell'inquinamento, con cui premiare - con il prestigio e la reputazione, ma al limite anche con qualche riconoscimento finanziario - le amministrazioni locali che meglio riescono a ri-orientare il proprio sviluppo. Per
simmetria, pur essendo - come si può intuire - un sostenitore dell'approccio
delle politiche urbane, devo dire quali sono i limiti che si possono attribuire
anche a questo secondo approccio. In questo caso considererei però
realmente critici solo i primi due elementi, poiché il terzo mi
pare essere decisamente un'opportunità: Uno dei più tangibili vantaggi di questo esercizio di buongoverno democratico, fondato sulla riscrittura delle regole di convivenza civile (come sono naturalmente quelle sui mezzi di trasporto con cui è consentito accedere ai luoghi di lavoro e di servizio) e sulla costruzione del consenso su progetti di riorganizzazione urbana e di innalzamento della qualità della vita, è quello di lavorare sull'accrescimento della capacità politica e amministrativa dei comuni di progettare il proprio sviluppo, nell'ambito di un quadro di risorse pubbliche compatibile con i vincoli di spesa e di bilancio pubblico vigenti nei paesi dell'Unione Europea. Epilogo Questo secondo scenario presuppone che si accresca anche la capacità diffusa - all'interno delle amministrazioni e tra i cittadini - di conoscere e discutere i costi sostenuti e i risultati raggiunti dalle politiche e dagli interventi sulla mobilità e sull'organizzazione urbana: non solo in termini di riduzione delle emissioni inquinanti, ma anche di aumento degli spostamenti effettuati con trasporti più ecologici e meno congestionanti, di aumento delle possibilità di integrazione sociale nei quartieri, di riduzione della criminalità e delle illegalità, di aumento del decoro e della piacevolezza della vita urbana. Se gli amministratori locali hanno molto del loro "destino politico" da giocarsi su questa partita, non meno "sfidante" è il compito di chi dovrà indagare con coraggio e incisività presupposti, modalità di funzionamento ed esiti delle decisioni prese. Non avendo minimamente partecipato alla redazione del Piano Generale dei Trasporti, ed essendomi invece occupato fino ad oggi per lo più di conoscere i comportamenti di mobilità (la cosiddetta "domanda di mobilità") e recentemente anche le politiche di mobilità sostenibile adottate negli ultimi anni in alcune città italiane, mi trovo al momento nella fortunata condizione di poter affermare che l'approccio delle politiche urbane ha un ulteriore requisito per essere pienamente implementato, requisito che costituisce per varie ragioni assai spesso una delle risorse veramente scarse nello sviluppo di un paese: la tenacia di lungo periodo. Lo
strumento del Piano Urbano della Mobilità (P.U.M), previsto dal
Piano Generale dei Trasporti, sembrava corrispondere nel suo disegno generale
(quanto meno "sulla carta"), a due obiettivi: Restavano da decidere alcune questioni attuative, ma operando in questa direzione l'indicazione sembrava essere quella di dare modo alle esperienze locali che si fossero dimostrate nel tempo più virtuose nella valorizzazione delle proprie dotazioni competitive iniziali, di perseguire i propri obiettivi di innalzamento della qualità della vita, in coerenza con gli standard fissati anche a livello internazionale per la riduzione delle emissioni inquinanti su scala planetaria. La scelta del governo di veicolare le risorse pubbliche sulla base di una "legge obiettivo" o comunque di provvedimenti svincolati da un meccanismo di valutazione e decisione affidato all'amministrazione centrale e mirato al rafforzamento di lungo periodo delle competenze e delle capacità locali, mette seriamente a rischio la possibilità che l'approccio delle politiche urbane possa essere accompagnato con efficacia dalle organizzazioni pubbliche centrali. |
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La
prima parte di questo contributo ricalca un documento scritto per un gruppo
di lavoro che comprende la Regione Lazio, l'ARPA (Agenzia Regionale per
la Protezione dell'Ambiente) e l'ANPA (Agenzia Nazionale per la Protezione
dell'Ambiente), riunitosi per progettazione di ricerche nell'ambito di
programmi europei rivolti ai paesi del Mediterraneo occidentale. Le considerazioni
conclusive sul metodo di assegnazione delle risorse aggiuntive per gli
investimenti necessari all'approccio delle politiche urbane sono state
stimolate anche da conversazioni con Simone Gragnani di Federtrasporto.
Naturalmente le opinioni da me espresse sono del tutto personali e non
impegnano né Isfort né tantomeno la rivista che le ospita
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online
da giugno 2002
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