"Quando occorse la forza perché il diritto prevalesse dedicarono la loro vita alla patria."

Questa l'epigrafe in marmo su una delle facciata della sala delle adunanze del tribunale di Catania.
Titolo del tema "la polizia nell'immaginario collettivo".
Partecipano "Arci/CSF", Libera, Magistratura democratica e Siulp. Esponenti dei social forum, pochissimi agenti, pochissimi ragazzi, qualche sopravvissuto di Genova, Cgil, magistrati e curiosi riempiono la sala.

Per cominciare cinque minuti di immagini di scontro nelle piazze di Genova e cinque minuti di immagini degli agenti morti in Sicilia, vittime della Mafia. Accostamento che qualcuno tra il pubblico contesterà nel seguito del dibattito.
Accostamento che serve proprio a rivalutare il ruolo della polizia, così come è stato in passato (e dovrebbe essere ancora qui soprattutto in Sicilia), e quello che abbiamo sentito sulla nostra pelle, ma non solo, a Napoli e a Genova. Accostamento introdotto da Dario Montana, presidente dell'associazione "Farememoria" e fratello di Beppe Montana, poliziotto ucciso dalla mafia che si occupa di Antimafia. "Anche se di polizia si parlerà, io non voglio fare il gioco dei potenti ripetendo il solito processo in piazza dei fatti di Napoli e di Genova, con tanto di vittime, colpevoli, giudici e giurie", dice Dario, "ho riunito tutti qui nella sala delle adunanze, in tribunale, per permettere quel confronto tra le parti che in questo momento sono al centro dello scontro "istituzionale" che il governo ha messo in piazza". Permetterlo in questa sala simbolica dove le parole dell'epigrafe cadono pesanti sulle immagini e le sensazioni indescrivibili che purtroppo molti di noi ricordano.
Il confronto avviene, ma nessuno riesce a fare finta che nulla fosse accaduto per immaginare nuovamente la figura del poliziotto che difende il povero dal potente. Le immagini che si vedono all'inizio sembrano un paradosso, ci si chiede dov'è, se c'è, quella polizia che ordine pubblico in difesa del cittadino dovrebbe fare.

Inevitabile parlare di potere politico di stampo mafioso. Quella Mafia che tutti nominano ma che nessuno coglie. Quella che mette tutti uno contro l'altro, che acuisce lo scontro sociale, che insidia la diffidenza e la sfiducia perché alla fine ci si rivolga a lei per poter essere finalmente sicuri.
Sicuri di fronte quei mostri che essa stessa ha creato. Dal "tturco" che lava i vetri e vende accendini, agli schiavizzati "fac totum" in nero, dalla piazza dello scontro all'affamato che a detta di Berlusconi è un pericolo per la società. Sono messaggi questi per chi sa intendere, sono messaggi che dicono che bisogna dividere anziché unire. Vi rendete conto di cosa potrebbe e sta già succedendo solo in Sicilia se la polizia smettesse di collaborare con la magistratura perché oramai diffidano gli uni degli altri? Dove mettiamo il problema delle scorte poi? E quello della violenza in piazza, senza esclusione di morti? Dov'è il poliziotto previsto dall'art. 3 della nostra costituzione? Quello che deve tutelare affinché la legge non solo sia, ma che sia in funzione della …"rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale…".

Il poliziotto c.d. "democratico" lo stiamo perdendo grazie alla strategia del potere ( da Bianco a Scajola) che qualcuno tra i presenti teorizza e scongiura, invocando a non cadere nella loro trappola. La trappola di chi ha deciso di convivere con la Mafia, di togliere le scorte ai magistrati o di mandarglieli in uniforme, di chi alimenta la paura del diverso, dell'immigrato, del "noglobal", di chi vuole addormentare le coscienze per poter avere via libera alle fangosità che è capace di commettere.

massimiliano rizzi

La polizia nell'
immaginario collettivo

di Paola Ungheri

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