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Un anno in meno di
scuola superiore, obbligatorietà d'istruzione fino a 13 anni, scelta
a 12 anni se seguire un percorso scolastico formativo o lavorativo. Regionalizzazione
e aziendalizzazione ulteriore della scuola pubblica, eliminazione delle
rappresentanze studentesche dai consigli scolastici, istituzione di laboratori
esterni (a pagamento) alle scuole, ore di insegnamento facoltative.
Sono queste alcune delle brillanti riforme studiate da una commissione
presieduta dal prof. Bertagna ed enunciate dalla ministra Moratti durante
la due giorni nel palazzo dei congressi all'Eur di Roma. E' facile comprendere
quali disastri queste minacciate riforme sottendano. E' inconcepibile
che, ancora bambini, si debba scegliere se studiare per altri 12 anni
o andare a lavorare dopo 4, è inconcepibile che la scuola pubblica
deleghi a privati i laboratori e le ore di insegnamento, è inammissibile
che il luogo in cui impariamo a conoscere e a formarci come donne e uomini
sia gestito da chi deve profittare. La cosa più preoccupante, aldilà
delle proposte, è la mentalità che vi si cela, neanche troppo,
alle spalle.
Settorializzazione estrema, eliminazione dei contenuti che non siano direttamente
finalizzati a un presunto ingresso nel mondo del lavoro, soldi in cambio
di sapere, di un sapere sempre più povero, sempre meno umanistico
in senso ampio, ulteriore forbice tra licei e istituti tecnici e professionali.
Come dire, sempre più elite (sempre più ignorante) da una
parte, sempre più manovalanza dall'altra.
La kermesse spettacolosa della Moratti, donna più preparata a parlare
di petrolio che di studi, è stata fortunatamente assediata dentro
e fuori quel palazzaccio in cui sedeva circondata da ali di ciellini e
forzisti di tutte le età. Fuori più di cento mila, rappresentati
da un più che eloquente striscione con su scritto "VENDESI
scuola pubblica, affare, ampio cortile, colonnato, ingresso autonomo".
Dentro, poche decine di studenti autorizzati a esserci ma non a prendere
la parola, e quando questi hanno contestato i modi assolutistici della
petroliera, sono stati sculacciati per bene dalla vigilanza, anch'essa
privata.
Non è un caso che la scuola sia così tanto al centro dell'attenzione.
Ci sono almeno due motivi, a mio giudizio, che contribuiscono ad alimentare
confusione e precarietà. Da una parte il clero, suore e preti,
che traggono dalle loro scuole private una fonte immensa di guadagni spesso,
in nome del Signore, facendo lavorare in nero giovani e meno giovani insegnanti
costretti non di rado, per avere un poco di punteggio e salire in graduatoria,
non solo a lavorare gratis, ma spesso a dare alle scuole i soldi per farsi
pagare i contributi. Questi servi e serve di dio intonacati, oltre che
a perseguire un modello di istruzione oscurantista e refrattario al sapere
laico, dimostrano comunque di apprezzare smisuratamente gli idoli di carta
moneta che il loro Cristo tanto disprezzava, contravvenendo persino al
detto "a dio ciò che è di dio, a Cesare quel che è
di Cesare". Se davvero esiste un inferno questi bruceranno nel girone
degli usurai e profittatori per l'insistenza maniacale ossessiva con cui
da anni premono sui governi per avere più soldi (pubblici), tanto
da riuscirci nella Regione Lombardia, con quei famosi buoni scolastici
decretati dal governatore ciellino Formigoni.
La seconda ragione che attira sulla scuola pubblica tante maligne attenzioni
da parte di alcuni è che questa, nonostante le numerose pecche
e lacune, è rimasto veramente uno degli ultimi luoghi, insieme
alle poco frequentate biblioteche, dove si conserva la memoria, pur studiando
su testi non sempre completi e con insegnanti non sempre adeguati. Il
mio prof. di storia e filosofia al terzo anno di superiori, don Ventorrino,
prete tra i co-fondatori di comunione e liberazione, dedicò mezz'ora,
in un anno, all'Islam. Mi ricordo però, in cambio, un paio di mesi
passati a esaminare nei dettagli le prove dell'esistenza di dio formulate
da San Tommaso e Sant'Anselmo. L'anno successivo, dio volle, il pretaccio
andò in pensione e io cominciai a imparare qualcosa da una giovane
insegnante poco più che trentenne.
Chi ci guadagna da
un popolo senza memoria?
Studiando il passato e il presente sui libri scelti da una scuola pubblica,
aiutato da professori laici e disinteressati, ho conosciuto le bellezze
e le ingiustizie del mondo e dell'umanità, in un confronto con
i miei coetanei che è stato pure, oltre che amichevole, politico.
Non era certamente la migliore scuola possibile, ma era infinitamente
meglio, infinitamente più libera e aperta di quella che vogliono
darci un pugno di affaristi revisionisti e papizzati.
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