Johannesburg. Si e' concluso con successo, dopo una settimana di lavori intensi e produttivi il convegno internazionale sulla fame nel mondo: i partecipanti sono gia' in viaggio per tornare nei rispettivi paesi dove cercheranno di mettere in pratica le decisioni emerse dal dibattito: "acqua per tutti, rispetto del pianeta, niente prepotenze per accaparrarsi le cose". Il documento finale, scritto a mano su un foglio di quaderno, e' stato purtroppo portato via da una sbuffata di vento. Ma questo non e' un problema, perche' tutti i partecipanti - circa centocinquanta bambini e adolescenti di ogni parte del mondo, riuniti da un gruppo di volontari della bidonville di Soweto - ce l'hanno gia' bene in mente anche senza carta.
Il convegno si e' svolto in un clima complessivamente tranquillo, nonostante il contemporaneo raduno di alcune migliaia di manager, ambasciatori, politici e gente grande di varia provenienza, che hanno scelto proprio la stessa settimana per fare uno dei loro (noiosi) party nella stessa citta'. Questi hanno fatto un sacco di chiacchiere, hanno
cenato nei migliori ristoranti e dormito nei migliori alberghi, e alla fine si sono separati senza concludere nulla: i ricchi un po' piu' ricchi di prima, nel frattempo, e i poveri (o gli ambasciatori dei poveri) un po' piu' scoraggiati.
C'e' divisione, fra gli scienziati, su quanto - a furia di party del genere - potra' durare il mondo. I piu' ottimisti pensano che il pianeta sopravvivera' fino a quando sara' vecchio il mio nipotino. I piu' pessimisti dicono che invece si trovera' nei guai gia' fra i trentacinque e i quarant'anni. (Lui non l'hanno chiamato, chissa' perche': hanno invitato gente inutile come presidenti e ministri e a lui, che era il piu' interessato di tutti, non hanno detto niente.
Questa ce la leghiamo al dito, eh, Lo'?).
* * *
L'agenda del mondo, mentre noi eravamo a mare, s'e' spostata insensibilmente dalle sue sedi abituali. L'elezione piu' importante, nei prossimi due mesi, non riguarda l'Europa o l'America, ma un paese "strano" come il Brasile. Laggiu', per la prima volta da quando Cristoforo Colombo e' andato a rompere da quelle parti, si trovano per di fronte a un'elezione vera. Se vogliono, possono fare presidente uno di loro, addirittura un metalmeccanico: e oggi come oggi - il trend dura ormai da sei mesi - la faccenda dovrebbe andare a finire proprio cosi'.
L'operaio si chiama Ignacio, detto Lula; fa il rivoluzionario (ma senza ammazzare nessuno) ormai da una trentina d'anni, e' appoggiato dai contadini del nord, dagli altri operai delle fabbriche (quelli rimasti in politica dopo anni e anni di manganellate e di colonnelli), da qualche communista dissidente e dai preti dei villaggi, almeno quelli
sopravvissuti alle guardie armate dei fazenderos. Non sosterranno Lula i meninhos de rua, i ragazzi di strada, primo perche' non hanno ancora l'eta' per votare e secondo perche' sono troppo occupati a scappare agli squadroni della morte che ogni tanto ripuliscono a revolverate le strade di Sao Paulo e di Rio.
Ma anche senza i meninhos sembra proprio che Lula ce la fara'. Tutti i commentatori piu' autorevoli son d'accordo su questo, e alcune delle citta' piu' importanti hanno gia' sindaci preto-communisti. Percio' i proprietari del paese hanno gia' cominciato a esportare miliardi di cruzeiros nelle banche europee, e il Fondo monetario ha gia' messo il Brasile - con conseguenze catastrofiche - nella lista dei "sospetti".
Il Brasile ha molte piu' risorse degli altri paesi collassati
quest'estate, come il Venezuela e l'Argentina. Ma e' molto piu'
"pericoloso" per l'impero: l'Argentina era da tempo un'economia marginale, mentre il Brasile ha una capacita' d'espansione che lo mette - secondo gli analisti - fra le dieci possibili grandi potenze del 2020. Percio' faranno il possibile per non lasciarselo scappare: sarebbe l'esempio piu' terribile, se il Brasile vincesse, per tutti gli altri poveri del mondo. Ne' mitra ne' McDonald, ma lotta e unione: se questa ricetta prende piede, per l'imperatore sono cazzi amari. Altro
che le atrocita' (che alla fine l'aiutano) di Bin Laden.
Non sono mai stato in Brasile, e confesso che non ho mai capito bene come funziona quella faccenda degli antipodi, e quindi non so se in questo momento i frato-compagni del partito dos trabajadores stanno a dar volantini sulle spiagge affollate o stanno facendo comizi nel freddo del primo inverno. Pero' sono sicuro che si stanno dando da fare. "Padre, lo prende lei il secchio della colla?", "Compagno, quanto manifesti hai portato?".
In Argentina, in quest'estate, ci sono stati dei bambini che hanno mangiato terra. Cosa mangeranno, in Brasile, l'altra estate? Si decide su questo, nei prossimi due mesi. Per una volta, non decide il G8 o il G9. Decidono, coi loro voti in Brasile, quelli col piatto vuoto.
Seguiamoli con la massima attenzione perche' sono, in questo preciso momento, la locomotiva del mondo. Se vincono loro, prima o poi si vince dappertutto.

willem

Storie dal pianeta: Johannesburg
e il Brasile

di Riccardo Orioles

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