Confesso: sono europeo




di
Claudio Ferro

Scendendo alla penultima fermata della funivia sulla Marmolada, e girando verso destra, dove il panorama è meno bello, dopo poche decine di metri si trova il museo all'aperto della prima guerra mondiale. Niente di retorico e patriottardo: proprio all'inizio, una lapide bilingue ricorda i tanti, giovani e meno giovani, nemici nella vita (non per colpa loro), affratellati nella morte. Si, perché dall'una e dall'altra parte c'era la stessa umanità: contadini, operai, studenti, impiegati, strappati ai loro affetti, alle loro piccole vite, fatte di piccole abitudini, piccole gioie piccoli affanni. E la vita in trincea era lo stesso inutile, stupido orrore, di freddo, fango, pidocchi e fame. E paura di morire, di gas, di dissenteria, di lanciafiamme, di proiettile vagante. Se dovessi fare un appunto a quella lapide, direi che erano già affratellati nella vita, e mi piace credere alle leggende che parlano di sigarette e pezzi di pane tirati da una trincea all'altra, perché va bene spararsi in nome del re, ma una sigaretta non si nega a nessun morituro, e la fame è brutta, in tedesco come in italiano.
Il fascino unico della Marmolada spicca ancora di più, se possibile, di fronte alla visione di un orrore che sembra prendere corpo, quasi segnando con un taglio netto e doloroso la differenza tra la bellezza allo stato puro, quasi ideale, e la più sordida espressione della bestialità umana.

La riflessione storica ti porta a ricordare che quel momento storico non è stato un caso isolato: dal 1860 in poi, per quattro volte gli eserciti in armi hanno colpito, ucciso, devastato le terre, non meno dei corpi e delle anime degli europei, con furore sempre crescente (dall'altra parte dell'oceano, nello stesso periodo, si sono scannati una sola volta, poi, semmai, hanno preferito scannare e far scannare gli altri).
Se prescindi da questa riflessione storica, puoi pensare che l'integrazione europea sia solo una particella del processo di globalizzazione; tentazione accresciuta dal fatto che spesso, troppo spesso, questo processo guarda gli interessi forti, dimenticando i valori.
Ma prescindere dalla storia non è un sano esercizio intellettuale: il tentativo di un'Europa unita nasce per disinnescare quel virus malefico che portava gli europei a reagire violentemente, con cadenza trentennale, all'astinenza da guerra civile.
Per questo nel DNA dell'Europa, con i limiti dell'umana debolezza, dell'ipocrisia, dello spirito di contraddizione, c'è comunque il rigetto della violenza, e della sua manifestazione più orrenda, la guerra civile.
Per questo l'Europa è, per definizione, antifascista, ed è anticomunista, ma non è in pari misura, perché, come tentavamo di spiegare in un'altra riflessione, il comunismo è stato violento nel metodo, il fascismo è violento nell'essenza oltre che nel metodo.

Nell'aprile del 1995, alla prima sonora sconfitta elettorale inflitta alla destra fascista, mafiosa e affarista di Berlusconi, festeggiavamo il primo mezzo secolo senza guerre tra europei; tra la gioia e l'inevitabile retorica, ricordo il concerto degli Alan Parson Project, sul tristemente famoso ponte di Arnhem. E confesso un momento di emozione, durante l'ultimo brano, quando, durante una pausa musicale, si sono spente per qualche attimo tutte le luci del ponte, per riaccendersi, gioiose con la ripresa della musica. Un effetto speciale, forse banale, ma che ha saputo trasmettere in maniere puerile ma forte, a me e agli altri europei che l'hanno visto, la differenza che c'e' tra la luminosità e la melodia della pace e il buio carico di orrido silenzio della guerra.

Per questo sono europeo, aldilà della moneta che uso, della lingua che parlo, del cibo che mangio: non per fare un favore alla multinazionali, per sfruttare gli ultimi della terra, per difendere i miei occidentalissimi privilegi, il mio wellfare state, la mia pensione, la mia cultura, la mia democrazia, il mio superfluo, (la mia superiorità, direbbe un celebre statista di fine 900).
Sarei ipocrita se nascondessi le mie tante paure sul futuro (nate molto prima dell'attacco alle Torri, per me è tutto come prima), ma tra tutte campeggia la paura della guerra.
Per dare un senso alto a questo anelito di pace, (di pace vera, non del deserto creato dai signori della guerra), lo sforzo deve essere quello di esportarlo, di testimoniarlo ogni giorno presso gli altri popoli; non è retorica, quando penso che le tante troppe prese di posizione contro la pena di morte (l'Europa è l'unica nazione che non la applica più) sono riuscite ad aprire un dibattito critico anche negli U.S.A.: un sogno pensarlo solo dieci anni fa.
Ma testimoniare la pace fuori, presuppone praticarla dentro, perché non è un luogo comune, che si può essere in pace con gli altri se si è pace con se stessi.
Per questo sono europeo.
Come Hitler, Mussolini, Franco, Papadopulos, Salazar; come Picasso, Follerau, i fratelli Cervi, Dubceck, Willy Brandt, Harmskiold, Palme.
Non perfetto, non superiore.
Ma consapevole che la guerra non è un modo per fare politica. E' solo un macello, orribile, stupido, spesso inutile, quasi sempre con migliori alternative.
Tornerò sulla Marmolada, leggerò ancora quella lapide, penserò a quei giovani e meno giovani che si lanciavano una sigaretta. Tra un proiettile e l'altro.
E ancora una volta, sotto il cielo della Marmolada, sentirò qualcosa di grande, di forte, scorrermi dentro, quasi che la mia essenza sia tutta in quel desiderio di pace, in nome del quale dico, confesso, si, (non sono un angelo), sono solo europeo.
online dal 28/1/2001
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