BENVENUTI NEL MONDO MODERNO
L'Ovest vuole ricostruire l'Afghanistan a sua propria immagine, che agli Afghani piaccia o no.

Invece di aver frugato tra le accademie e tra i saggi di Stati Uniti ed Europa per avere il parere di esperti sull'Afghanistan, i poteri occidentali sembra non abbiano imparato niente, e dal terrore di settembre e dalla loro prosecuzione della guerra contro il terrorismo.
Mentre i B-52 continuano a seguire le proprie scie parallele nei cieli di Kandahar, i politici occidentali hanno rivolto la loro attenzione al "creare una sorte migliore per l'Afghanistan", così l'ha buttata Clare Short, Segretaria del British International Development. Nel dire ciò si è unita al presidente della Banca Mondiale, James Wolfensohon, riconoscendo che i paesi ricchi rimangono in pericolo mentre la povertà persiste e il risentimento contro le ingiustizie cova sotto le rovine. Ad ogni modo, il modello per la ricostruzione solo in minima parte tiene in considerazione la realtà umana e sociale dell'Afghanistan: è chiaro che si tratta di una versione pas-partout della ristrutturazione economica applicata dalle istituzioni finanziarie globali con notevole successo già altrove.
La scorsa settimana è stata indetta dalla Banca Mondiale una conferenza in Pakistan per discutere circa la ricostruzione afghana; un conclave da non confondersi con il meeting di Bonn che doveva invece assicurare l'urgente necessità di un governo a vasta rappresentanza per un Afghanistan "liberamente determinato" dalla sua gente. A Washington la settimana prima ancora un'altra cabala, co-sponsorizzata da Giappone e Usa, ha analizzato i modi in cui trasformare l'Afghanistan in una "economia di mercato".
Tutto ciò è senza dubbio facilitato da quello che è statto salutato come il comportamento moderato dell'Alleanza del Nord, forse illustrato meglio dalla storicamente modesta escalation di massacri da lei compiuti a Kunduz e Mazar-i-Sharif, evidenza di una nuova maturità politica. I nuovi governanti di una grande parte dell'Afghanistan vengono trattati con nuovo rispetto. Non sono più descritti come taglia gole, né come mercanti di eroina, armi o varianti di fondamentalismo. Mentre Kabul esultava per la nuova libertà facendo volare gli aquiloni e andando al cinema a vedere il film di guerra Uroj, il conto dell'antiterrorismo è passato in Europa, diminuendo la libertà dei cittadini.
Negli Usa il Presidente Bush ha firmato un ordine che autorizza i tribunali militari a processare i sospetti terroristi a porte chiuse e senza giuria; si discute la possibilità di usare "l'interrogatorio fisico" sui sospetti, sempre per salvaguardare la way of life occidentale. Difatti lo stile di vita dell'Ovest è così desiserabile che il proposito delle conferenze delle scorse settimane era trovare i modi di esportarlo in Afghanistan. "Stavolta- ha detto Tony Blair con una minaccia che non è sfuggita ai paesi islamici-, non ce ne andremo dall'Afghanistan". No di certo. Lo ricreeremo a nostra immagine. Ciò significa instaurare una democrazia, sulla scorta del nostro sottile e svuotato elettoralismo, che rischia di lasciare seriamente estranea la maggioranza di quel paese. Non importa. Questo è l'unico modello al mondo e gli Afghani devono essere indotti a riconoscere la sua saggezza e verità. Loya jirgas? Consiglio degli anziani? Solo colore locale, un preludio per accedere al mondo moderno; anche se la stessa natura e composizione dell'Afghanistan suggerisce che non siamo in presenza di una nazione-stato, ma di un agglomerato di popoli che hanno legami altrove, conseguenza di antiche divisioni coloniali e remota prospettiva di una singola entità governabile.
Forse che gli antecedenti storici dei tentativi di imporre modelli esterni su questi territori disputati non dicono nulla? Il desiderio di portare popoli guerreggianti della Frontiera Nord-Ovest sotto l'ombrello del Raj condusse alla morte di 16 mila soldati britannici nella prima guerra afghana del 1839. Il desiderio di far loro assaggiare i benefici del socialismo sovietico 140 anni più tardi ha contribuito non in piccola misura alla dissoluzione di quell'esperimento di progresso umano malato per sorte. L'intenzione di riunirli sotto un'unica versione dell'Islam, irriconoscibile pure per la maggioranza dei musulmani, si sta ora ridisegnando con dolore e sangue. L'unica cosa non ancora provata è la democrazia rappresentativa e il libero mercato- l'esperimento finale per questa terra tormentata che richiederà, come tutte le ideologie importate da altri, un rigoroso rafforzamento. Che Kabul si trasformi in una capitale amante del divertimento con club di lap-dance, cliniche per l'obesità e avvisi per cuori solitari, dove le sue donne possono cercare lavoro come spogliarelliste, e le droghe che produce possano essere consumate dai suoi stessi giovani. Allora l'Afghanistan si sarà unito al mondo civilizzato dal quale è stato tanto a lungo estraniato.
E' stato stimato che il costo per la ricostruzione dell'Afghanistan potrebbe oscillare sui 20 miliardi di dollari (qualcosa di meno che per ristrutturare una piccola parte di New York). L'Occidente crede di conoscere lui solo il segreto dei meccanismi della pace sociale, che si ottiene con l'applicazione di terapeutici, balsamici contanti. Questa è la vera ideologia occidentale, solvente di ogni conflitto, instauratrice di universale amicizia e concordia. I ricostruttori dell'Afghanistan sono essi stessi motivati dal fondamentalismo, non detto e non riconosciuto, impegnato come loro a rendere coercitivi i dogmi della ragione economica che comporta molto sottilmente una relazione con i bisogni umani.
La visione per il futuro dell'Afghanistan è identica a ciò che è stato sperimentato da tutti i paesi del mondo, a parte un pugno di recalcitranti come il Nord Korea, Cuba e l'Iraq: integrazione nell'economia globale, sotto la soprintendenza dei signori della guerra del G7.
I limiti del sistema mentale dei combattenti non potrebbe essere più chiaro. Imporre sull'Afghanistan una intensificazione dell'ingiustizia e della disuguaglianza che l'ha reso così ospitale al terrorismo; Hanno capito così poco dell'Islam da offrire un coacervo di feudi nominalmente democratici, con elezioni triennali, come unica possibilità partorita dall'immaginazione atrofizzata dei vincitori di questa guerra contro il male. Sicuramente i poteri occidentali non sono animati né dalla promessa dell'oleodotti petroliferi, arterie della loro linfa economica, né dalla possibiltà di accedere ai contratti della ricostruzione.
Quello che l'Ovest sogna di fare all'Afghanistan rappresenta l'ulteriore diffusione delle sue dottrine. Sono così impegnati a gridare il successo sui talebani in fuga, il trionfo del nord, il cameratismo del Fronte Unito, il cerchio che si chiude attorno ad Osama bin Laden, che non vedono i milioni di senza tetto, la fame e la siccità, la rovina dell'agricoltura di sussistenza e, soprattutto, l'amarezza e il risentimento della nuova generazione. I campi desertificati di una produzione agricola polverizzata possono cadere nell'oblio ma il terreno fertile dell'odio e, ahinoi, di un possibile futuro terrorirsmo è stato solcato e fertilizzato dagli strumenti della celeste vendetta.

Jeremy Seabrock, Theguardianweekly, 6-12/12/01 (traduzione gianluca ferro)


©_2001-2002 erroneo.org diritti umani rispettati - human rights respected Scrivici!