L'energia delle guerre




di
Gianluca Ferro

Sempre più chiaro è che gli Usa, i militari almeno, non sanno più cosa colpire, chi sconfiggere. E' una delle guerre più sporche anche per questo motivo. Sappiamo di centinaia di migliaia di persone in fuga ma i Taleban restano dove erano, "Bin Laden -dice il ministro americano della difesa Rumsfeld, - è nascosto e protetto, forse non riusciremo a prenderlo", l'antrace sembra essere terrorismo interno americano e in ogni caso le bombe su Kabul non risolvono il problema. Allora perché vengono ancora bersagliate moschee, ospizi, sedi Onu, ospedali, camion di profughi, case di fango?
Qualcuno sospetta che, dovendo passare per l'Afghanistan un oleodotto per lo scorrimento del petrolio, le multinazionali del settore tramite Bush stiano "normalizzando"la zona allo scopo di ottenere un passaggio sicuro, indisturbato da rivendicazioni di proprietà e conseguenti costi aggiuntivi. Per altro tutti sapevano che qualora George jr. fosse stato eletto avrebbe proseguito l'opera cominciata dal padre in terra araba. L'11 settembre non sembra che un lontano pretesto quando in gioco ci sono miliardi di interessi. Persino la Total, multinazionale francese del petrolio, sta facendo pressioni sul governo di Parigi perché sia più deciso sull'invio di truppe; quando verrà la pace, quando?, sarà opportuno avere una quota nella spartizione degli affari.
Se poi il padre-padrino di tutti i terroristi afferma in una delle rare dichiarazioni che "L'America ha derubato il popolo arabo di trilioni di dollari comprando petrolio a un prezzo ridicolo", si palesa quello che sta al nocciolo della guerra. Cultura, religione, donne in burka e studenti del corano sono comparse sanguinanti di un film diverso da quello raccontato sugli schermi.
Negli Usa un litro di benzina costa meno di mille lire, e si tratta di una risorsa esauribile (in 20, 30 anni dicono le previsioni più pessimiste), nonché inquinante, per di più nociva all'uomo.
In Italia l'Ente Nazionale per l'Energia Alternativa (ENEA), dipendente dall'Enel e dal governo, ha calcolato in su per giù 300 mila miliardi le spese che lo Stato e le industrie dovrebbero sostenere per depurare aria, acqua e terra dall'inquinamento causato dagli scarichi della lavorazione e dell'impiego del petrolio, tacendo le annuali migliaia di morti per cancro da smog. Allora perché ancora e ostentatamente petrolio? Il suo prezzo, 23 dollari per un barile di circa 129 litri, non è veramente troppo basso vista la sua esauribilità e i danni prodotti? Cupole d'oro circondate dal deserto, profitto e distruzione, non può non soffrire di patologie mentali chi considera i propri guadagni un obbiettivo così importante da sfruttare la guerra, la paura e la morte per perseguirli. Non si vede una sostanziale differenza tra questo liberismo e il nazismo, eccetto la propaganda a colori.

Dominati e dominatori dell'energia.

Il paradosso del Medio Oriente è di essere il produttore di un bene indispensabile per l'economia mondiale e non avere che una minima ricaduta in termini di ricchezza per quanto prodotto. Fatta eccezione per emiri e sceicchi che guadagnano con appalti compiacenti assegnati alle compagnie petrolifere occidentali ed escludendo una ristretta casta di funzionari civili e religiosi il cui benessere ha come perno le attività connesse alla commercializzazione del medesimo prodotto, il resto della società vive in uno stato di povertà diffusa. Noi, che compriamo da loro l'energia con cui facciamo camminare le nostre auto e funzionare le nostre fabbriche, siamo molto più ricchi di loro. Il ribaltamento da dominati a dominatori della materia prima altrui è stato conseguito armando per decenni singoli, tribù e interi stati gli uni contro gli altri perseguendo il precetto del dividi et impera. Israeliani contro palestinesi, libanesi contro siriani, talebani contro sovietici, iracheni contro iraniani, sono solo alcuni dei conflitti entrati nella storia che i governi Usa, per un perfido intreccio di interessi, hanno incoraggiato e sovvenzionato. Quando si parla a vanvera di anti-americanismo bisognerebbe ricordare quale impatto queste guerre hanno avuto sulla vita di uomini, donne e bambini nei passati 50 anni.

Europa, la riforma mancata.
Per uscire dalla dualità dominatori-dominati, dualità che inevitabilmente conduce al conflitto, bisognerebbe rinunciare almeno in parte a ciò che sta alla radice del contrasto, al petrolio.
Non è indispensabile, a conti fatti nemmeno economico.
Da questo punto di vista l'Unione Europea ha perso, voluto perdere, una grossa chance. Gli ultimi dieci anni sono serviti in Europa a ristrutturare l'assetto finanziario e industriale, anche a causa dell'ingresso della sua parte orientale nel mercato continentale e globale. Sul suolo nostrano tra i vari piani varati con soldi UE ci sono Agenda2000 e Sviluppo Italia, per riorganizzare "modernamente" la produzione agricola, industriale e il settore dei servizi. I mutamenti in parte avvenuti e in parte in atto non hanno tuttavia interessato strutturalmente la concezione del produrre, limitandosi a scopiazzare vecchi modelli economici rispolverati dagli Stati Uniti per il mercato globale, assegnare cioè a ciascuna area geografica una funzione prevalente: agricolo-industriale a nord, terziario-turistica a sud. Il fatto che la crisi di un settore diverrà la crisi di un'intera zona sembra non avere importanza. Al di là di questo il petrolio è rimasto essenziale per la produzione. L'unico incentivo europeo per un modello differente di energia è stato l'elargizione di un prestito di 30 milioni ai singoli che decidessero di installare in casa una centralina a pannelli solari. Eppure la ricerca in questo campo ha prodotti strumenti capaci di rifornire di elettricità un'intera città e di fare volare uno space-shuttle, l'energia elettrica fa spostare macchine e autobus, l'idrogeno deve conoscere ancora numerose applicazioni.
I governi europei di questi anni, in maggioranza progressisti, hanno continuato a relegare l'Europa a un ruolo di dipendenza dal dollaro, con cui l'oro nero viene universalmente acquistato, inabili ad imprimere alle loro politiche un connotato riformista o per lo meno lungimirante; perché?
Probabilmente perché tra gli europei più antieuropeisti ci sono gli imprenditori e gli industriali, legati a filo doppio con l'economia americana più per paura che per amore. Questi stessi hanno appoggiato a convenienza ora le sinistre ora le destre purché i cambiamenti nell'assetto comunitario fossero innocui, generalmente poco protezionisti dall'assalto finanziario del nuovo continente, all'insegna di interinalità, scorpacciate di settori pubblici e sovvenzioni statali.
Sono essi i responsabili del perpetuo vassallaggio nei confronti del biglietto verde, insieme a quella classe dirigente che non ha avuto l'intelligenza di dare un'impronta di riforma politica e sociale alla prospettata unità europea. La sinistra storica, mancata riformista agli interni, in politica estera non è andata più in là di generici patti di non belligeranza con l'Oriente, ignorando ottusamente di affrontare le ragioni che generano i conflitti, persino quello palestinese, a cui l'Europa si è sempre detta sensibile. Basti ancora ricordare che i Kurdi, abitanti di uno stato europeo aderente Nato quale è la Turchia, non possono parlare né scrivere nella propria lingua, riunirsi in organizzazioni e tantomeno avere un pezzo di terra. Europa, culla di civiltà.
La sensazione è che l'inattivismo politico e diplomatico precedente abbia adesso lasciato spazio alla confusione, al far da sé, perché in una logica di guerra pesano più che mai gli interessi "nazionali" a scapito della pace, la speculazione sul dopo bombe più che la costruzione di una giustizia più vasta coniugando diritti umani e sviluppo sostenibile.

 

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