La mia famiglia



di
Marica Stocchi

Nel momento in cui l'immagine architettonica dell'occidente, col suo progresso tecnologico, il suo benessere consumista, fumava, tutti abbiamo pensato a un tragico incidente… il secondo colpo aereo, così ben assestato non ha lasciato dubbi: ognuno di fronte al proprio televisore credeva di vedere un film o un inimmaginabile candid-camera globale. Quando, dopo alcune ore, si parlava del fatto riempiendolo di particolari, sempre più reali, tragicamente umani, come l'ipotetico numero di coloro che lavoravano e di chi visitava quotidianamente le torri di New York, la mente piena di pensieri non trovava un ordine…
Fino a quel momento eventi di una tale portata potevano essere immaginati (sicuramente non è il termine più adatto, ma credo che il concetto sia chiaro) solo in paesi più lontani.
Io non amo gli Stati Uniti, quello americano non è un popolo che sceglierei mai a modello, io sono una di quelle che ha sempre affermato con convinzione: gli alleati ci hanno salvato da Mussolini? Niente affatto, l'azione militare e quella economica sono state scelte strategiche in linea con gli interessi del cosiddetto paese della libertà: il piano Marshall è servito ad acquistare un mercato, un paese alleato o meglio subordinato.
Ma quel giorno mi sono sentita vicina a quel popolo, mio malgrado… Ho provato quella triste "sun pateia", la stessa che mi ha fortemente scosso camminando per le strade di Belfast. L'Occidente è un termine geografico che vuole indicare molto di più: è uno stile di vita, una cultura, delle tradizioni, certi luoghi comuni, idoli, prodotti di moda. Come una famiglia con molti elementi di differenziazione, forti richieste di mutamento per incomprensioni, posizioni nettamente diverse, odi, si ha quel senso di appartenenza, come una famiglia che ho pensato a volte di voler rinnegare, dimenticare, perché era più importante ciò che ci divideva, da ciò che ci univa, ma come una famiglia non riesco a non girarmi se pronunciano il mio cognome…
Quindi l'attentato alle Twin Tower è stato un attentato anche alla mia libertà, alla mia vita, mi sono sentita colpita. Ho paura.

Io vorrei che il mondo fosse diverso, vorrei maggiore attenzione per gli altri, siano essi vicini di casa o altri Stati della Terra, vorrei che gli interessi economici non prevaricassero quelli umani, vorrei che i giochi di potenza non schiacciassero la vita dei bambini… A volte, ho pensato, vorrei che tutti fossero come me, nessuna avidità, interesse per l'altro, direi pure curiosità, e, comunque, rispetto, a ciascuno i suoi diritti, a ciascuno una parte del tutto, a ciascuno la possibilità di essere chi vuole… Sogni, sogni di bambina… Forse.
Ma distruggere, desiderare la morte è altrettanto semplice, altrettanto infantile.

Ho sempre pensato che i miei desideri fossero desideri di bimba, irrealizzabili perché persone molto più mature, grandi avevano interessi complessi, da adulti, da far convivere, cercare di integrare, accordare.
E invece a 23 anni, dopo quasi un intero corso universitario e qualche piccola esperienza di vita, a un'età che molti definiscono adulta, ho corretto di poco i miei desideri: non desidero un mondo di persone come me, non sono più sicura di voler estendere il mio modo di veder la vita, il rispetto, i diritti a tutto il mondo, ho capito che la comprensione, la convivenza di culture anche molto diverse, con aspetti anche molto coloriti di cui non riesco a cogliere l'utilità (per esempio la presenza della religione in molti ambiti della propria vita o un'eccessiva ritualizzazione) è la vera ricchezza; nemmeno di quello che consideravo il vangelo della civiltà, "la dichiarazione dei diritti umani", ora pretenderei un'estensione totale e indiscriminata, mi accontenterei di una base di accordo per una pacifica convivenza. La libertà, intesa come possibilità di scelta fra varie opzioni e di realizzazione delle proprie scelte, è ancora per me il bene principale, da salvaguardare; il rispetto per le scelte altrui che, magari non condividiamo, è la mia nuova conquista.
Sono, tuttavia, ancora convinta che ci si debba interessare all'altro, si debbano tenere in considerazione gli effetti delle nostre azioni sugli altri, a tutti i livelli: dalla sigaretta in un luogo chiuso, alle politiche economiche della Nestlè…
Non si tratta di pensieri da bambina, non si tratta di sogni: è molto più superficiale e infantile pensare di fare una guerra dei Buoni contro i Cattivi, di intraprendere un'azione chiamata Giustizia Infinita, di organizzare un G8 il giorno dopo un attentato…
Sono questi i grandi, gli adulti con interessi complessi che reggono le fila del Mondo.

Forse non ho scelto di far parte di questa famiglia, forse non riuscirò mai a non girarmi quando sentirò il mio cognome, ma posso arrivare a capire che gli adulti di casa commettono degli errori, posso perdere totalmente la stima e posso decidere di uscire, sbattendo la porta, fuori si possono trovare spazi migliori: non ho scelto la mia famiglia, voglio scegliere la mia vita. Io non voglio questa guerra.


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