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Nel momento in cui
l'immagine architettonica dell'occidente, col suo progresso tecnologico,
il suo benessere consumista, fumava, tutti abbiamo pensato a un tragico
incidente… il secondo colpo aereo, così ben assestato non ha lasciato
dubbi: ognuno di fronte al proprio televisore credeva di vedere un film
o un inimmaginabile candid-camera globale. Quando, dopo alcune ore, si
parlava del fatto riempiendolo di particolari, sempre più reali,
tragicamente umani, come l'ipotetico numero di coloro che lavoravano e
di chi visitava quotidianamente le torri di New York, la mente piena di
pensieri non trovava un ordine…
Fino a quel momento eventi di una tale portata potevano essere immaginati
(sicuramente non è il termine più adatto, ma credo che il
concetto sia chiaro) solo in paesi più lontani.
Io
non amo gli Stati Uniti, quello americano non è un popolo che sceglierei
mai a modello, io sono una di quelle che ha sempre affermato con convinzione:
gli alleati ci hanno salvato da Mussolini? Niente affatto, l'azione militare
e quella economica sono state scelte strategiche in linea con gli interessi
del cosiddetto paese della libertà: il piano Marshall è
servito ad acquistare un mercato, un paese alleato o meglio subordinato.
Ma quel giorno mi sono sentita vicina a quel popolo, mio malgrado… Ho
provato quella triste "sun pateia", la stessa che mi ha fortemente
scosso camminando per le strade di Belfast. L'Occidente è un termine
geografico che vuole indicare molto di più: è uno stile
di vita, una cultura, delle tradizioni, certi luoghi comuni, idoli, prodotti
di moda. Come una famiglia con molti elementi di differenziazione, forti
richieste di mutamento per incomprensioni, posizioni nettamente diverse,
odi, si ha quel senso di appartenenza, come una famiglia che ho pensato
a volte di voler rinnegare, dimenticare, perché era più
importante ciò che ci divideva, da ciò che ci univa, ma
come una famiglia non riesco a non girarmi se pronunciano il mio cognome…
Quindi l'attentato alle Twin Tower è stato un attentato anche alla
mia libertà, alla mia vita, mi sono sentita colpita. Ho paura.
Io vorrei che il mondo
fosse diverso, vorrei maggiore attenzione per gli altri, siano essi vicini
di casa o altri Stati della Terra, vorrei che gli interessi economici
non prevaricassero quelli umani, vorrei che i giochi di potenza non schiacciassero
la vita dei bambini… A volte, ho pensato, vorrei che tutti fossero come
me, nessuna avidità, interesse per l'altro, direi pure curiosità,
e, comunque, rispetto, a ciascuno i suoi diritti, a ciascuno una parte
del tutto, a ciascuno la possibilità di essere chi vuole… Sogni,
sogni di bambina… Forse.
Ma distruggere, desiderare la morte è altrettanto semplice, altrettanto
infantile.
Ho sempre pensato che i miei desideri fossero desideri di bimba, irrealizzabili
perché persone molto più mature, grandi avevano interessi
complessi, da adulti, da far convivere, cercare di integrare, accordare.
E invece a 23 anni, dopo quasi un intero corso universitario e qualche
piccola esperienza di vita, a un'età che molti definiscono adulta,
ho corretto di poco i miei desideri: non desidero un mondo di persone
come me, non sono più sicura di voler estendere il mio modo di
veder la vita, il rispetto, i diritti a tutto il mondo, ho capito che
la comprensione, la convivenza di culture anche molto diverse, con aspetti
anche molto coloriti di cui non riesco a cogliere l'utilità (per
esempio la presenza della religione in molti ambiti della propria vita
o un'eccessiva ritualizzazione) è la vera ricchezza; nemmeno di
quello che consideravo il vangelo della civiltà, "la dichiarazione
dei diritti umani", ora pretenderei un'estensione totale e indiscriminata,
mi accontenterei di una base di accordo per una pacifica convivenza. La
libertà, intesa come possibilità di scelta fra varie opzioni
e di realizzazione delle proprie scelte, è ancora per me il bene
principale, da salvaguardare; il rispetto per le scelte altrui che, magari
non condividiamo, è la mia nuova conquista.
Sono, tuttavia, ancora convinta che ci si debba interessare all'altro,
si debbano tenere in considerazione gli effetti delle nostre azioni sugli
altri, a tutti i livelli: dalla sigaretta in un luogo chiuso, alle politiche
economiche della Nestlè…
Non si tratta di pensieri da bambina, non si tratta di sogni: è
molto più superficiale e infantile pensare di fare una guerra dei
Buoni contro i Cattivi, di intraprendere un'azione chiamata Giustizia
Infinita, di organizzare un G8 il giorno dopo un attentato…
Sono questi i grandi, gli adulti con interessi complessi che reggono le
fila del Mondo.
Forse non ho scelto di far parte di questa famiglia, forse non riuscirò
mai a non girarmi quando sentirò il mio cognome, ma posso arrivare
a capire che gli adulti di casa commettono degli errori, posso perdere
totalmente la stima e posso decidere di uscire, sbattendo la porta, fuori
si possono trovare spazi migliori: non ho scelto la mia famiglia, voglio
scegliere la mia vita. Io non voglio questa guerra.
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