Bomba o non bomba



di
Claudio Ferro

Non e' che le immagini dei bambini afgani vittime delle bombe non mi commuovano; ne' sono mai stato di quelli che mettono le vite umane su piani diversi: sono solo contento di poter parlare di politica senza dover prendere decisioni terribili.
Voglio parlare dell'attacco militare contro l'Afganistan da un punto divista politico, sapendo che e' piu' facile analizzare che decidere, sapendo che la dialettica politica, a differenza di quella etica, non si svolge sul dualismo buono/cattivo (le bombe sono solo e sempre cattive), ma su quello opportuno/inopportuno.
E allora, sono opportune le bombe sull'Afganistan?
Per essere ancora piu' cinici: sono la cosa meno inopportuna tra quelle che si potevano fare?

Cominciando dicendo che cosa era sicuramente inopportuno: non fare niente di niente.

Il terrorismo internazionale rappresenta una minaccia vera contro l'umanita', nelle Twin Towers e' morta gente umile, anonima, clandestini che lavoravano in nero, gente che era uscita da casa per andare a fare un lavoro, tanto o poco pagato. Gente inerme e indifesa. E ci sono miliardi di persone anonime, indifese, al mondo che lavorano o che cercano un lavoro, che studiano, inermi e incolpevoli. E questi miliardi di persone vanno difesi.
Qualcosa andava fatto, direi che e' sicuro, e forse qualcosa si siarebbe dovuto fare prima, semmai, senza attendere la classica fuga dei buoi.

BOMBE: CHE PERICOLI EVITANO, CHE PERICOLI CREANO
La risposta militare consentira' di distruggere i campi di addestramento e di abbattere, forse, un regime teocratico, quindi fanatico.
Basta questo per debellare il terrorismo? Non credo. I campi di addestramento servono a preparare a forme di guerriglia, ad azioni di commando, e, nel contempo, a tenere alta la tensione ideologica dei combattenti.
Ma anche senza campi di addestramento, si puo' formare e prepare gente per attentati. Intanto esistono gli eserciti nazionali, ottimo serbatoio da cui attingere gente gia' addestrata all'uso di armi, esplosivi e tecniche di combattimento. Poi, per mettere qualche virus in giro, piu' che un campo di addestramento, che i satelliti possono individuare, e' sufficiente un po' di training in qualche laboratorio, magari anche pubblico, cosi' desta meno sospetto.
E per mantenere alto il livello di fanatismo, Internet puo' essere (gia' e' ) piu' efficace di mille giorni in un campo di addestramento.
Bombardare i campi di addestramento costituisce un rimedio che ha un'efficacia limitata.
Abbattere un regime teocratico e' una santa cosa, diffondere la democrazia come metodo e' una cosa innegabilmente buona.
Le bombe sono funzionali a questo obiettivo?
Temo di no anche in questo caso.
Intanto di regimi teocratici in giro per il mondo ce ne sono tantissimi, e, considerando che e' tipico delle religoni organizzate cercare di trasferire i propri principi e la propria visione del mondo all'interno delle istituzioni, non e' detto che il loro numero vada calando.
Poi alcuni di questi regimi teocratici ed autoritari sono "amici": vivido esempio e' l'Arabia Saudita, (quindi l'arma non funziona nemmeno da un punto di vista propagandistico). Per contro e' certamente "laico" Saddam, che usa, secondo le esigenze, la fede religiosa a uso e consumo della politica.
Quindi l'equazione teocrazia = aiuto al terrorismo, non e' necessariamente vera.
Non va poi trascurata la circostanza che spesso la teocrazia viene dal basso: il caso dell'Algeria e' illumminante: un regime laico, che cerca di affidarsi ad un metodo democratico entra in crisi, allorche' le libere elezioni vengono vinte dal partito integralista.
Molti studiosi di politica hanno evidenziato come anche un regime totalitario abbia la necessita', per durare, di una base minima di consenso popolare, com'e' dimostrato dalla circostanza che tutti i regimi totalitari cercano di coinvolgere il popolo nelle loro scelte di fondo.
Abbattere un regime che, per quanto discutibile e liberticida, non sia vissuto dai suoi sudditi in maniera negativa, puo' rivelarsi eticamente giusto, ma politicamente inutile, e a volte anche dannoso.

Per contro le bombe creano dei rischi: il rischio piu' forte e' una spaccatura del mondo su base religiosa, e sarebbe una jattura senza precedenti, visto che oggi le lotte non avvengono con spade, lance e freccie, ma con armi sofisticate, subdole, tremendmente micidiali. Se una guerra per dichiarate ragioni economiche puo' trovare un tavolo negoziale di confronto e di compromesso, con reciproche concessioni, una lotta in nome di Dio non ha sbocchi negoziali: sui soldi si media per definizione, su Dio no, sempre per definizione.
Il richio e' tutt'altro che remoto, come dimostrano i crescenti mal di pancia dei paesi islamici, in particolare arabi, di fronte al perduare della guerra, e alle crescenti difficolta' di tenere sotto controllo i malumori di gran parte dei sudditi. E di tale rischio e' consapevole parte dell'amministrazione Bush, che per qualche tempo ha pensato di chiudere i combattimenti prima dell'inizio del Ramadam.
Sui maldipancia del mondo islamico e' facile costruire per bin Laden consenso: ogni immagine di vittime civili rafforza l'idea che gli U.S.A. "se la sono cercata e se la continuano a cercare".

COSA FARE ALLORA?
Abbiamo detto che una reazione era necessaria, che le bombe sono una risposta parziale e rischiosa.
Cosa si sarebbe dovuto fare a partire dal 12 settembre?
Primo: votare al Consiglio di sicurezza dell'ONU una mozione per l'invio nella striscia di Gaza e in Cisgiordania di una forza ONU di interposizione tra palestinesi e israeliani. Era nel piano Mitchel, quindi non e' un'idea nuova, e particolarmente originale, non si era fatto per l'opposizione di Sharon: ma se gli U.SA. ci avessero creduto, non mancavano (e non mancano) certo gli strumenti per convincere Israele ad accettare, anche ob torto collo. Certo suonerebbe come una netta sconfessione politica di Sharon, ma personaggi del genere, prima scompaiono dalla scena politica, meglio e' per tutti. Israle e' economicamente assolutamente dipendente dagli U.S.A, e, in ogni caso, basterebbe la sola minaccia di blocco delle forniture militari per indurre Tel Aviv a piu' miti consigli. Ed in ogni caso la forza di interposizione avrebbe dovuto avere come oggetto della missione anche la protezione dei coloni ebrei residenti nei Territori palestinesi.
Secondo: una forte azione di sradicamento delle fonti di approvigionamento economico delle organizzazioni terroristiche. Fare il terrorismo a certi livelli costa un sacco di soldi, e se questi mancano, la mala pianta muore per mancanza di nutrimento. Una forte azione significa ANCHE che, se qualche Governo, per un malinteso spirito di sovragarantismo, emana legislazioni come la legge Previti sulle rogatorie, lo si isola con il primo livello di sanzioni (esclusione del Corpo Diplomatico dalle cerimonie, sospensione delle visite di Stato da e per lo Stato in questione) e se non bastano, lo si chiama in giudizio all'Alta Corte dell'Aja, perche' si uniformi allo sforzo del mondo civile, contro i santuari finanziari del terrorismo e della deliquenza internazionale: e se ci va di mezzo qualche avvocato di provincia, poco male.
Terzo: un'azione di intelligence internazionale. Dopo pochi giorni dall'attentato sono state scovate in giro per il mondo cellule terroristiche e arrestati fiancheggiatori: come sempre, se chi delinque sa di poter contare sull'indifferenza e sul disinteresse di chi dovrebbe dargli la caccia, tende a non proteggersi piu' di tanto, e diventa facilmente catturabile allorche' cessi il disinteresse (Santapaola e Reina docunt).
Quarto: un'azione di pressione sui regimi degli Stati (arabi e non) "amici" perche', con le cautele del caso e i tempi necessari (ma non epocali), abbandonino un visione teocratica e autoritaria dei rapporti con i loro sudditi. Francamente anche qui, i ritardi accumulati sono incredibili: per tornare al caso dell'Algeria, stupisce come non si sia cercato in modo convincente di condizionare le elezioni politiche in senso antifondamentalista: e certo quello del condizionamento delle elezioni locali non e' certo un concetto estraneo al bagaglio della CIA.

PERCHE' LA GUERRA E' UN RISCHIO
Molte di queste azioni, forse con un'intensita' minore di quella necessaria, vengono svolte mentre scrivo queste righe, e, per ovvie ragioni, il tutto non viene reclamizzato. Il che conferma che le azioni indicate son quelle necessarie, che tendono a colpire il male alla radice, senza controindicazioni ed effetti collaterali. La mancanza di "palcoscenico" evita, poi agli attori lo "stress da rappresentazione". In altre parole, azioni di intelligence e diplomatiche, protette dalla riservatezza possono andare avanti tra alti e bassi, senza che questi ultimi condizionino, in una prospettiva di medio periodo, quello che piu' conta, che e' il risultato finale; e, riguardo a quest'ultimo, considerato il clima generale, e gli interessi in gioco, il successo, nel medio periodo, e' quasi sicuro.

Per contro una guerra, con tutto l'oscuramento possibile dell'informazione, e' un fatto che non sfugge alla visibilita', e cio' alla lunga condiziona i comportamenti: immaginiamo che gli obiettivi non vengano raggiunti entro l'inizio del Ramadam. O si continua la guerra, creando seri problemi di tenuta del fronte internazionale anti terrorisno, o la cosa sarebbe percepita come una sconfitta, (con le immaginabili strumentalizzazioni militaresche del fondamentalismo, che griderebbe alla vittoria contro l'invasore infedele). Ovvero, immaginiamo uno scenario che ricordi l'esperienza sovietica in Afghanistan (o quella americana in Vietnam): che succede se la vittoria finale non e' chiara e visibile? Come reagirebbero i guru del terrorismo ad una vittoria? Che motivazioni ulteriori darebbe cio' a tutti i disperati sulla terra che, in questo momento, si stanno domandando se l'opzione terrorismo e' vincente (posto che non hanno da porsi il problema di che cosa abbiano da perdere)?
Sono solo alcuni esempi di come, i riflettori del mondo puntati addosso non garantiscono ai protagonisti quel clima di calma necessaria per prendere la decisione giusta.

La guerra, poi, rappresenta una difficolta' "doppia": non basta che sia vinta militarmente, occorre comunque e soprattutto vincerla politicamente, (visto che, alla fine del macello, la guerra resta un'opzione politica). L'Iraq e' un caso da manuale su come una travolgente vittoria militare si sia tradotta in un'incredibile sconfitta politica, con la liberazione di uno stato teocratico, autoritario come il Kwait, da una parte, ed il rafforzamento di Saddam e del suo regime, dall'altro.
Cosa ci garantisce che questa volta si trovi, per l'area interessata, una sistemazione che garantisca il mondo contro il terrorismo?
Si puo' obiettare che anche una soluzione diplomatica senza guerra puo' non essere quella giusta: obiezione esatta, ma che merita una precisazione: una mediazione pacifica inopportuna puo' essere piu' facilmente sostituita da un'altra piu' mirata. Se la "sistemazione" post bellica fallisce, i cadaveri su cui e' stata costruita diventano un boomerang pericoloso: Saddam costruisce armi chimiche e battereologiche, "forte" del trattamento internazionale ricevuto, dei bambini iracheni che muoiono, e solo la cattivissima coscienza del mondo impedisce di eliminare dalla scena uno dei politici piu'pericolosi.

CONCLUSIONI
Non voglio passare per amico dei terroristi perche' penso che le bombe siano inutili. Ho cercato di svolgere un ragionamento politico volto a debellare davvero il terrorismo, ad evitare altri 11 settembre, altre vittime innocenti. Le bombe sono sempre cattive, lo sanno tutti, possono essere opportune o inopportune: se la comunita' internazionale si fosse svegliata prima, il macello di Sarajevo poteva essere evitato o quanto meno, fortemente ridimensionato. Ecco, li', forse, le bombe saebbero state opportune (e non ci furono).
Qui, sta volta, vedo piu' rischi che soluzioni, e maledico quelle armi che fanno piangere oggi i bambini afgani, e domani rischiano di fare piangere anche noi.

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