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Non
e' che le immagini dei bambini afgani vittime delle bombe non mi commuovano;
ne' sono mai stato di quelli che mettono le vite umane su piani diversi:
sono solo contento di poter parlare di politica senza dover prendere decisioni
terribili.
Voglio parlare dell'attacco militare contro l'Afganistan da un punto divista
politico, sapendo che e' piu' facile analizzare che decidere, sapendo
che la dialettica politica, a differenza di quella etica, non si svolge
sul dualismo buono/cattivo (le bombe sono solo e sempre cattive), ma su
quello opportuno/inopportuno.
E allora, sono opportune le bombe sull'Afganistan?
Per essere ancora piu' cinici: sono la cosa meno inopportuna tra quelle
che si potevano fare?
Cominciando dicendo
che cosa era sicuramente inopportuno: non fare niente di niente.
Il terrorismo internazionale
rappresenta una minaccia vera contro l'umanita', nelle Twin Towers e'
morta gente umile, anonima, clandestini che lavoravano in nero, gente
che era uscita da casa per andare a fare un lavoro, tanto o poco pagato.
Gente inerme e indifesa. E ci sono miliardi di persone anonime, indifese,
al mondo che lavorano o che cercano un lavoro, che studiano, inermi e
incolpevoli. E questi miliardi di persone vanno difesi.
Qualcosa andava fatto, direi che e' sicuro, e forse qualcosa si siarebbe
dovuto fare prima, semmai, senza attendere la classica fuga dei buoi.
BOMBE: CHE PERICOLI
EVITANO, CHE PERICOLI CREANO
La risposta
militare consentira' di distruggere i campi di addestramento e di abbattere,
forse, un regime teocratico, quindi fanatico.
Basta questo per debellare il terrorismo? Non credo. I campi di addestramento
servono a preparare a forme di guerriglia, ad azioni di commando, e, nel
contempo, a tenere alta la tensione ideologica dei combattenti.
Ma anche senza campi di addestramento, si puo' formare e prepare gente
per attentati. Intanto esistono gli eserciti nazionali, ottimo serbatoio
da cui attingere gente gia' addestrata all'uso di armi, esplosivi e tecniche
di combattimento. Poi, per mettere qualche virus in giro, piu' che un
campo di addestramento, che i satelliti possono individuare, e' sufficiente
un po' di training in qualche laboratorio, magari anche pubblico, cosi'
desta meno sospetto.
E per mantenere alto il livello di fanatismo, Internet puo' essere (gia'
e' ) piu' efficace di mille giorni in un campo di addestramento.
Bombardare i campi di addestramento costituisce un rimedio che ha un'efficacia
limitata.
Abbattere un regime teocratico e' una santa cosa, diffondere la democrazia
come metodo e' una cosa innegabilmente buona.
Le bombe sono funzionali a questo obiettivo?
Temo di no anche in questo caso.
Intanto di regimi teocratici in giro per il mondo ce ne sono tantissimi,
e, considerando che e' tipico delle religoni organizzate cercare di trasferire
i propri principi e la propria visione del mondo all'interno delle istituzioni,
non e' detto che il loro numero vada calando.
Poi alcuni di questi regimi teocratici ed autoritari sono "amici":
vivido esempio e' l'Arabia Saudita, (quindi l'arma non funziona nemmeno
da un punto di vista propagandistico). Per contro e' certamente "laico"
Saddam, che usa, secondo le esigenze, la fede religiosa a uso e consumo
della politica.
Quindi l'equazione teocrazia = aiuto al terrorismo, non e' necessariamente
vera.
Non va poi trascurata la circostanza che spesso la teocrazia viene dal
basso: il caso dell'Algeria e' illumminante: un regime laico, che cerca
di affidarsi ad un metodo democratico entra in crisi, allorche' le libere
elezioni vengono vinte dal partito integralista.
Molti studiosi di politica hanno evidenziato come anche un regime totalitario
abbia la necessita', per durare, di una base minima di consenso popolare,
com'e' dimostrato dalla circostanza che tutti i regimi totalitari cercano
di coinvolgere il popolo nelle loro scelte di fondo.
Abbattere un regime che, per quanto discutibile e liberticida, non sia
vissuto dai suoi sudditi in maniera negativa, puo' rivelarsi eticamente
giusto, ma politicamente inutile, e a volte anche dannoso.
Per contro le bombe
creano dei rischi: il rischio piu' forte e' una spaccatura del mondo su
base religiosa, e sarebbe una jattura senza precedenti, visto che oggi
le lotte non avvengono con spade, lance e freccie, ma con armi sofisticate,
subdole, tremendmente micidiali. Se una guerra per dichiarate ragioni
economiche puo' trovare un tavolo negoziale di confronto e di compromesso,
con reciproche concessioni, una lotta in nome di Dio non ha sbocchi negoziali:
sui soldi si media per definizione, su Dio no, sempre per definizione.
Il richio e' tutt'altro che remoto, come dimostrano i crescenti mal di
pancia dei paesi islamici, in particolare arabi, di fronte al perduare
della guerra, e alle crescenti difficolta' di tenere sotto controllo i
malumori di gran parte dei sudditi. E di tale rischio e' consapevole parte
dell'amministrazione Bush, che per qualche tempo ha pensato di chiudere
i combattimenti prima dell'inizio del Ramadam.
Sui maldipancia del mondo islamico e' facile costruire per bin Laden consenso:
ogni immagine di vittime civili rafforza l'idea che gli U.S.A. "se
la sono cercata e se la continuano a cercare".
COSA FARE ALLORA?
Abbiamo detto che una reazione era necessaria, che le bombe sono una risposta
parziale e rischiosa.
Cosa si sarebbe dovuto fare a partire dal 12 settembre?
Primo: votare al Consiglio di sicurezza dell'ONU una mozione per l'invio
nella striscia di Gaza e in Cisgiordania di una forza ONU di interposizione
tra palestinesi e israeliani. Era nel piano Mitchel, quindi non e' un'idea
nuova, e particolarmente originale, non si era fatto per l'opposizione
di Sharon: ma se gli U.SA. ci avessero creduto, non mancavano (e non mancano)
certo gli strumenti per convincere Israele ad accettare, anche ob torto
collo. Certo suonerebbe come una netta sconfessione politica di Sharon,
ma personaggi del genere, prima scompaiono dalla scena politica, meglio
e' per tutti. Israle e' economicamente assolutamente dipendente dagli
U.S.A, e, in ogni caso, basterebbe la sola minaccia di blocco delle forniture
militari per indurre Tel Aviv a piu' miti consigli. Ed in ogni caso la
forza di interposizione avrebbe dovuto avere come oggetto della missione
anche la protezione dei coloni ebrei residenti nei Territori palestinesi.
Secondo: una forte azione di sradicamento delle fonti di approvigionamento
economico delle organizzazioni terroristiche. Fare il terrorismo a certi
livelli costa un sacco di soldi, e se questi mancano, la mala pianta muore
per mancanza di nutrimento. Una forte azione significa ANCHE che, se qualche
Governo, per un malinteso spirito di sovragarantismo, emana legislazioni
come la legge Previti sulle rogatorie, lo si isola con il primo livello
di sanzioni (esclusione del Corpo Diplomatico dalle cerimonie, sospensione
delle visite di Stato da e per lo Stato in questione) e se non bastano,
lo si chiama in giudizio all'Alta Corte dell'Aja, perche' si uniformi
allo sforzo del mondo civile, contro i santuari finanziari del terrorismo
e della deliquenza internazionale: e se ci va di mezzo qualche avvocato
di provincia, poco male.
Terzo: un'azione di intelligence internazionale. Dopo pochi giorni dall'attentato
sono state scovate in giro per il mondo cellule terroristiche e arrestati
fiancheggiatori: come sempre, se chi delinque sa di poter contare sull'indifferenza
e sul disinteresse di chi dovrebbe dargli la caccia, tende a non proteggersi
piu' di tanto, e diventa facilmente catturabile allorche' cessi il disinteresse
(Santapaola e Reina docunt).
Quarto: un'azione di pressione sui regimi degli Stati (arabi e non) "amici"
perche', con le cautele del caso e i tempi necessari (ma non epocali),
abbandonino un visione teocratica e autoritaria dei rapporti con i loro
sudditi. Francamente anche qui, i ritardi accumulati sono incredibili:
per tornare al caso dell'Algeria, stupisce come non si sia cercato in
modo convincente di condizionare le elezioni politiche in senso antifondamentalista:
e certo quello del condizionamento delle elezioni locali non e' certo
un concetto estraneo al bagaglio della CIA.
PERCHE' LA GUERRA
E' UN RISCHIO
Molte
di queste azioni, forse con un'intensita' minore di quella necessaria,
vengono svolte mentre scrivo queste righe, e, per ovvie ragioni, il tutto
non viene reclamizzato. Il che conferma che le azioni indicate son quelle
necessarie, che tendono a colpire il male alla radice, senza controindicazioni
ed effetti collaterali. La mancanza di "palcoscenico" evita,
poi agli attori lo "stress da rappresentazione". In altre parole,
azioni di intelligence e diplomatiche, protette dalla riservatezza possono
andare avanti tra alti e bassi, senza che questi ultimi condizionino,
in una prospettiva di medio periodo, quello che piu' conta, che e' il
risultato finale; e, riguardo a quest'ultimo, considerato il clima generale,
e gli interessi in gioco, il successo, nel medio periodo, e' quasi sicuro.
Per contro una guerra,
con tutto l'oscuramento possibile dell'informazione, e' un fatto che non
sfugge alla visibilita', e cio' alla lunga condiziona i comportamenti:
immaginiamo che gli obiettivi non vengano raggiunti entro l'inizio del
Ramadam. O si continua la guerra, creando seri problemi di tenuta del
fronte internazionale anti terrorisno, o la cosa sarebbe percepita come
una sconfitta, (con le immaginabili strumentalizzazioni militaresche del
fondamentalismo, che griderebbe alla vittoria contro l'invasore infedele).
Ovvero, immaginiamo uno scenario che ricordi l'esperienza sovietica in
Afghanistan (o quella americana in Vietnam): che succede se la vittoria
finale non e' chiara e visibile? Come reagirebbero i guru del terrorismo
ad una vittoria? Che motivazioni ulteriori darebbe cio' a tutti i disperati
sulla terra che, in questo momento, si stanno domandando se l'opzione
terrorismo e' vincente (posto che non hanno da porsi il problema di che
cosa abbiano da perdere)?
Sono solo alcuni esempi di come, i riflettori del mondo puntati addosso
non garantiscono ai protagonisti quel clima di calma necessaria per prendere
la decisione giusta.
La guerra, poi, rappresenta
una difficolta' "doppia": non basta che sia vinta militarmente,
occorre comunque e soprattutto vincerla politicamente, (visto che, alla
fine del macello, la guerra resta un'opzione politica). L'Iraq e' un caso
da manuale su come una travolgente vittoria militare si sia tradotta in
un'incredibile sconfitta politica, con la liberazione di uno stato teocratico,
autoritario come il Kwait, da una parte, ed il rafforzamento di Saddam
e del suo regime, dall'altro.
Cosa ci garantisce che questa volta si trovi, per l'area interessata,
una sistemazione che garantisca il mondo contro il terrorismo?
Si puo' obiettare che anche una soluzione diplomatica senza guerra puo'
non essere quella giusta: obiezione esatta, ma che merita una precisazione:
una mediazione pacifica inopportuna puo' essere piu' facilmente sostituita
da un'altra piu' mirata. Se la "sistemazione" post bellica fallisce,
i cadaveri su cui e' stata costruita diventano un boomerang pericoloso:
Saddam costruisce armi chimiche e battereologiche, "forte" del
trattamento internazionale ricevuto, dei bambini iracheni che muoiono,
e solo la cattivissima coscienza del mondo impedisce di eliminare dalla
scena uno dei politici piu'pericolosi.
CONCLUSIONI
Non voglio passare per amico dei terroristi perche' penso che le bombe
siano inutili. Ho cercato di svolgere un ragionamento politico volto a
debellare davvero il terrorismo, ad evitare altri 11 settembre, altre
vittime innocenti. Le bombe sono sempre cattive, lo sanno tutti, possono
essere opportune o inopportune: se la comunita' internazionale si fosse
svegliata prima, il macello di Sarajevo poteva essere evitato o quanto
meno, fortemente ridimensionato. Ecco, li', forse, le bombe saebbero state
opportune (e non ci furono).
Qui, sta volta, vedo piu' rischi che soluzioni, e maledico quelle armi
che fanno piangere oggi i bambini afgani, e domani rischiano di fare piangere
anche noi.
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