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Arrogante, altero, esibizionista ma anche tormentato e solitario, smarrito e disobbediente, cinico ma vulnerabile: così ci appare il pittore austriaco Egon Leo Adolf Schiele, in una delle tante foto scattate dall’amico Anton Ircka attorno al 1914.
Tutto sembra essere
travolto, quasi obnubilato dalla sua personalità instabile, da quello
sguardo agitato e smanioso dall’ansia di urlare le proprie verità. La sua vita, il suo successo, si consumano nella Vienna
elegante, quella dei walzer, dei teatri e dei caffè, capitale decadente
della cultura e dell’arte europea, quasi conscia della catastrofe che
presto si consumerà con la prima guerra mondiale. E’ proprio lo sfacelo del vecchio mondo austriaco che Schiele esprimerà nel “Mulino Vecchio” dipinto due anni prima di morire: all’urto delle acque impietose le vecchie assi, i legni corrosi si spezzano, cedono, si rovesciano - la fine austriaca è la fine dell’Europa della “belle epoque”-. E' proprio in questo clima che negli anni novanta, nascono fermenti di rinnovamento del gusto, dapprima nelle arti applicate. Nel 1906, un anno dopo la morte del padre, Schiele approda all’Accademia di Belle Arti di Vienna, la più antica dell’Europa centrale, dove aveva studiato Klimt, dove studiava ancora Kokoschka. Più che l’ambiente accademico, Schiele, come del resto tantissimi giovani artisti dell’epoca, volge l’attenzione alla Secessione, nata dieci anni prima dalla ribellione d’artisti e scrittori nei confronti dell’associazione degli artisti viennesi. Il motto della Secessione, “ad ogni tempo la sua arte – libertà per le arti”, rispecchiava l’apertura a tante tendenze artistiche che in quegli anni erano ritenute a diverso titolo innovative. Molti dipinti di Schiele raffigurano donne nude; il pittore si sentiva quasi ossessionato dalla sessualità e dall’erotismo, se molti apprezzavano la capacità di quelle scene di esprimere la vita libera e dissoluta, altri ne furono profondamente scandalizzati. Di qui l’accusa mossagli di corruzione e pornografia e la condanna a tre settimane di carcere. Su quest’accusa vale la pena di soffermarci. Diversi critici hanno cercato di spiegare il perché di quelle immagini; io concordo con chi sostiene che Schiele non era di certo un pornografo, “le immagini dei pornografi sono desiderabili, quelle di Schiele sono poveri corpi macilenti e avvilenti: le loro esibizioni suggeriscono amarezza, non erotismo, […] a spingerlo a rappresentare di quando in quando scene erotiche, erano forse il mistero del sesso e la paura della solitudine…” Su Schiele, personaggio, come
ho avuto modo di rilevare, assai controverso e difficile, sono state dette
innumerevoli cose e sul suo immenso lavoro sono state avanzate diverse
interpretazioni psicologiche, tutte utili e trascurabili al tempo stesso.
Aggiungerei solo il rimpianto per quello che Schiele avrebbe potuto
lasciarci senza però tralasciare l’importanza dell’opera che nella sua
breve esistenza è riuscito a condensare. |
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