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I primi progetti risalgono agli inizi degli anni ’70, e riguardano numerose case uni familiari. In particolare è la realizzazione di Casa Azuma che attira l’attenzione dei critici più accorti e grazie alla quale, nel 1979 gli è assegnato il Premio annuale dell’istituto d’architettura giapponese. In seguito le realizzazioni s’intensificano e gli edifici sono spesso pubblici. Gli anni’80 sono caratterizzati dalla progettazione e costruzione di alcune cappelle come quella sul monte Rokko, premiata nel 1986 dal ministero della cultura giapponese, e la cappella sull’acqua a Hokkaido, premiata con l’Isoya Yoshida Award nel 1988. Gli anni ’90, lo vedono protagonista dell’Expo di Siviglia e attivo nella partecipazione a importanti concorsi internazionali e di numerose realizzazioni sia in Giappone sia all’estero, ma la realizzazione più importante in questo periodo è il Museo della Cultura Himej. Tadao Ando rigetta il consumismo rampante dell’architettura contemporanea soprattutto nipponica, e risponde con sensibilità critica al caotico ambiente urbano. L'architettura di Tadao Ando rifiuta ogni moda che conduce all’uso di materiali e forme tipiche del materialismo e dell’edonismo odierno, imponendo un rigoroso minimalismo architettonico. In opposizione con l’architettura tradizionale giapponese, Ando crea spazi stretti ma non chiusi, ambienti flessibili spesso delimitati da cortine mobili, interni protetti da muri esterni che servono da deflettori per il brusio della città. L’architettura di Tadao Ando è radicale e per questo motivo innovativa, le geometrie sono semplici ma capaci di creare suggestioni all’osservatore. Se hanno un debito nei confronti della tradizione giapponese, si nota nella serenità e nella pulizia di forme. Nel corso della sua carriera Tadao Ando ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti per l'attività d’architetto. I più importanti arrivati alla fine di realizzazioni di notevole impatto architettonico, ma senza dubbio è il Prizker Prize assegnatogli nel 1995 che identifica meglio tutta la carriera di Tadao Ando. L’architettura giapponeseIl Giappone per secoli ha mantenuto intatto il suo ordinamento politico e sociale, legato al modello feudale, senza riforme profonde che hanno sovvertito il sistema costituito. L’attività artistica della cultura giapponese, dalla decorazione all’architettura alla rappresentazione, subisce nei secoli poche e lente variazioni. Il processo di occidentalizzazione del Giappone, comincia nel 1854 quando gli americani ottengono dal governo giapponese, l’apertura dei porti. Grazie a quest’operazione, l’isolamento culturale dell’arcipelago è rotto e s’inizia la contaminazione con i modelli occidentali. Nel 1868 finisce l’epoca Edo. Dal 1869 in poi il nuovo imperatore Matsuhito, avvia una campagna di europizzazione del paese, imponendo per esempio il servizio militare obbligatorio, il calendario gregoriano, il giorno di riposo settimanale, la costituzione di tipo francese prima e prussiano dopo, il codice penale e la riforma dell’istruzione. Una delle prime conseguenze della trasformazione di un paese medioevale come al Giappone in uno stato moderno, fu la ricerca di un’identità nazionale da esprimere attraverso l’architettura. Nella lingua giapponese, fino allora non esisteva una parola equivalente ad “architettura”, perché il concetto di valore artistico di un edificio non era contemplato dalla cultura locale, fu allora coniato il termine Kenkikù, con il quale tuttavia s’intendeva l’insieme dei procedimenti tecnologici della costruzione ma non il processo ideativi e culturale del progetto architettonico. Nel 1870 la divisione edile del ministero dell’ingegneria invita alcuni architetti europei nel paese, con l’incarico di progettare molti edifici pubblici per il nuovo Giappone. Mancando però ogni riferimento architettonico tradizionale nel paesaggio nipponico, i progettisti si attengono strettamente agli stilemi e ai luoghi comuni tipici dell’Eclettismo, progettando le chiese in stile medioevale e gli edifici pubblici in quello rinascimentale. È però sintomatico il nascere di un corso di storia dell’architettura giapponese e di una seria indagine per stabilire gli archetipi delle costruzioni nipponiche per definire dei termini di paragone con l’architettura occidentale su basi paritetiche. Durante i primi anni di questo secolo, si manifestano i segni della crisi del sistema architettonico imposto. Da parte c’è la nuova generazione di architetti che hanno viaggiato per l’Europa ed ha potuto creare un tessuto ideologico sul quale costruire l’identità dell’architettura giapponese. Dall’altra c'è l’insostenibile mescolanza delle abitudini locali con le abitudini importate dall’occidente. Dopo la prima guerra mondiale ci si accosta ai modelli di contestazione europei, come la Secessione Viennese, riuscendo ad elaborare, anche se con ritardo, progetti e costruzioni di un certo pregio e finalmente con una precisa volontà di trovare una terza via con cui riformare l’architettura tradizionale e tenere conto dell’avanzare del movimento moderno. Nel 1918, è Frank Lloyd Wright a dare una svolta al lento divenire degli eventi dell’architettura giapponese, che progetta e costruisce l’albergo imperiale di Tokyo. La costruzione coniuga i principi dell’architettura organica elaborati in quegli anni con il rispetto della cultura locale. Nel 1923 Tokyo e Yokohama sono rase al suolo da un devastante terremoto. Si apre in quegli anni una vasta campagna di ricostruzione che vede protagonisti gli architetti razionalisti che si organizzano in un’associazione la Shinko Kenchikuka Rimmei (associazione dei giovani architetti). La fortuna di questo gruppo è determinata dalla convinzione che la resistenza ai terremoti sia possibile solo con accorgimenti tecnologici avanzati. Intanto s’intensificano i rapporti fra europei e giapponesi, Kunio Maekawa, e Junzo Sakakura, lavorano nello studio di Le Corbusier. Bruno Taut va in Giappone a studiare in maniera organica e completa la tradizione locale, individuando gli aspetti permanenti e quelli suscettibili di sviluppo dell’architettura. In particolare Taut, conclude che non può stabilirsi una continuità fra le costruzioni del passato e quelle del presente solo attraverso l’immagine architettonica, ma solo attraverso i metodi generalizzabili con la riflessione critica. Gli anni ’30 sono caratterizzati dalla realizzazione di opere di notevole interesse, come il padiglione giapponese di Sakakura all’expo di Parigi del ’37, l’ospedale Teishin di Yamada a Tokyo, alcune case di Horiguchi. opere nelle quali si raggiunge per la prima volta la perfetta integrazione fra gli apporti orientali e quelli occidentali. La seconda guerra mondiale lascia il Giappone in ginocchio sia per le perdite in termini di vite umane, sia per i danni materiali e non ultimo per l’umiliazione di essere diventati una “colonia” americana. Negli anni ’50 si comincia la ricostruzione delle città e dei giapponesi. È doveroso accennare alla legge sull’edilizia sovvenzionata del 1950 che nei principi è ancora oggi adottata. Fra le prescrizioni della norma c’è n’è una che induce a raggruppare gli alloggi in edifici collettivi, e a definire per legge la tipologia degli appartamenti, basandosi solo su criteri dimensionali e non sui principi dell’indagine tipologica. Negli alloggi si cerca di far rivivere l’ambiente tradizionale creando una dicotomia che traspare anche all’esterno. Lo stesso ambiente urbano risente della dualità fra tradizione e modernità che si mescolano senza omogeneità. Dagli anni ’50 in poi le nuove generazioni di architetti giapponesi si lasciano alle spalle anni di farraginosi dibattiti per confrontarsi sul campo delle costruzioni. Il primo dei grandi maestri è Kenzo Tange, che dopo un esordio come assistente di Maekawa e alcuni edifici ancora troppo macchinosi come il Memorial di Hiroshima, progetta opere innovative come la prefettura di Kagawa nella quale affronta il tema della costruzione per uffici, costruendo un centro civico aperto e accogliente, sempre percorribile dal pubblico, con una zona dedicata ai servizi primari e una torre per gli uffici specifici le cui balconate ricordano gli spioventi multipli delle antiche pagode. Nel palazzo comunale di Tokyo l’edificio è completamente sollevato e la piazza lastricata continua dentro all’edificio, rendendo il visitatore protagonista negli anni ’60 Kenzo tange produce i progetti per alcune sale coperte per le Olimpiadi del 1964, che lo mettono in risalto nel panorama internazionale. Gli anni ’60/’70 sono caratterizzati anche da movimenti di contestazione come i Metabolism che si rifanno agli Archigram inglesi. I metabolisti sono: Isozaki, Kikutake, Kurakawa. La poetica di questo gruppo, propone una distinzione fra grandi infrastrutture leggibili a scala architettonica ed involucri contenenti funzioni specifiche. Fra i progetti vale la pena annoverare la città elicoidale di Kurakawa e Marine City di Isozaki. Gli architetti di questo gruppo sono stati molto attivi negli anni ’80 realizzando opere di notevole ardimento stilistico ma spesso sacrificando i contenuti funzionali delle costruzioni, e aderiscono con entusiasmo al movimento postmoderno. È in ogni caso da ricordare un quartiere residenziale a Fukuoka di Isozaki il quale progetta un piano generale e un centro civico, e assegna ad altri architetti come Rem Koolas, Frank O'Gary, e Steven Hall la realizzazione degli edifici circostanti. Dagli anni ’70 è molto attivo nella scena architettonica anche Fumiko Maki, il quale è il primo ad occuparsi in maniera critica e sistematica dell’ambiente urbano, producendo interventi di controllo dell’esistente o intervenendo su casi particolarmente poveri di strutture di coesione, riuscendo a costituire un tessuto teorico e pratico in cui inserire gli oggetti architettonici e al tempo stesso dare modo agli abitanti delle zone interessate l’opportunità di ritrovare il senso e l’identità della comunità. nella stessa direzione vanno alcuni progetti di Yamamoto. Gli anni recenti sono caratterizzati soprattutto dalle opere di Tadao Ando e dalla revisione critica della città di Toyo Ito, e da alcuni interventi di architetti stranieri come Eisemann. |
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