The Jesus & Mary Chain: PsychoCandy
1985 (Blanco y Negro/WEA)




di
Fabio Bonaccorsi

Correva l'anno 1985, il mondo era ancora quello in bianco e nero del grigio del muro di Berlino, in Italia ci si scopriva paninari, il sottoscritto aveva appena maturato la fino ad allora flebile idea di ritirarsi dall'anno scolastico in corso causa gravi problemi con l'ordine pubblico organizzato e il mondo dell'entertrainment giovanile, di nuovo in preda ai mostri da classifica (U2, Madonna, Springsteen, Michael Jackson, Duran Duran, Sting etc.) aveva decisamente bisogno di una scarica tripla di adrenalina, possibilmente in vena, o, meglio, una bella arteria. In un periodo (prima metà degli anni Ottanta) musicalmente abbastanza settorializzato, soprattutto nell'ambito della new wave e dei territori ad essa limitrofi (dark, elettronica) e ormai privo del propellente iconoclasta scaturito dal terremoto punk, erano vari, e non del tutto vani, i tentativi di attaccare frontalmente il mercato discografico delle multinazionali (tentativo complessivamente non riuscito, come avremo modo di discutere in un altro momento) e questo compito glorioso era nelle mani dei campioni dell' "indie pop" quali Fall, Sonic Youth, Husker Du, Cult, e, sul versante più melodico, Cure, Smiths, R.E.M., Violent Femmes, Housemartins, tutti gruppi che in quegli anni pubblicavano, o stavano per farlo, i loro lavori stilisticamente e tecnicamente più maturi, colonne sonore indispensabili per chi in quegli anni tentava di vivere il proprio disagio adolescenziale in una dimensione che restasse fuori dalla comoda dicotomia perbene/drogato, coniata ad hoc per rispondere alle esigenze di una dialettica manichea nell'evidenziare il ruolo dei giovani nella società (o sei completamente in o sei completamente out). E se le soddisfazioni commerciali verranno principalmente dal versante più melodico (qui ricordiamo soltanto Meat is murder e The Queen is dead degli Smiths, epocali miracoli pop entrambi al numero 1 nell'Inghilterra thatcheriana, e l'album del 1987 che consacrò definitivamente i R.E.M., Life's Rich Pageant, disco di platino), sul versante rumoroso i capolavori cominciano a fioccare uno dietro l'altro e molti saranno i colpi messi a segno: Evol(1985), Bad Moon Rising (1986) e Daydream Nation (1986) di Sonic Youth, Zen Arcade(1986) e Warehouse: songs & stories (1987) degli Husker Du; e ci pensavano mostri sacri dell'underground di quegli anni come i That Petrol Emotion, dall'Irlanda con furore, con Manic Pop Thrill, a rendere il tutto una vera molotov scagliata contro l'apparato governativo inglese, con la rabbia affatto sopita del '77 e il suono più moderno dell'epoca
Perfino i Marillion, finora idoli solo dell'underground della rinata scena progressive, sbancano le charts ufficiali inglesi e continentali con il loro album più famoso, "Misplaced Childhood", ma manca quel quid che permetta al movimento musicale indipendente di fare quel passo fatidico dall'emulazione all'identità, un nuovo corso che permetta alla nostra musica più cara di scrollarsi di dosso i paragoni col passato e gli permetta di camminare con le proprie gambe. Il momento fatidico si fissa nell'Ottobre '84, quando la Creation di Alan McGee da alle stampe "Upside Down", primo singolo di Jesus & Mary Chain: il disco, grazie al subitaneo sconcerto uditivo provocato nei più, fila dritto al top delle classifiche indie e procura subito la fama di novelli Sex Pistols ai nostri: e le affinità con le Pistole non si fermano solo al lato "artistico" della vicenda, poiché quella messa in atto dall' intraprendente manager, novello Malcom Mc Laren, e i fratellini Reid & Co., è un' impresa terroristica vera e propria, tesa a sconvolgere le platee di entrambe le sponde dell'Atlantico. Alla vigilia di Pasqua del 1985 suonano allo storico CBGB's di New York, luogo di esordi clamorosi (Ramones, Patti Smith, Television e 2000 altri) e uno dei brani in scaletta recita "Jesus Sucks"; inoltre la loro fama si nutre di episodi come le risse negli uffici della WEA e il rifiuto degli addetti alle presse di stampare i prodotti della band, giudicata blasfema nei contenuti e negli atteggiamenti. Il piatto è servito: non serve altro per imporre il nome del gruppo in tutte le redazioni musicali dell'Occidente industrializzato. Superate le difficoltà contrattuali e affiliatisi con la suddetta major (anche se il contratto riguarda solo la distribuzione e un solo disco) i nostri saranno tra i primi gruppi alternativi a godere di un simile status da stelle del firmamento pop, inaugurando una strada che raggiungerà la sua acme con il contratto dei Nirvana per la Geffen nel 1990. Tra i mesi di marzo e settembre del 1985 il quartetto brucia le tappe velocemente, pubblicando i successivi due singoli (You Trip Me Up e Just Like Honey) e finalmente, alla fine del 1985, la fatidica prova della lunga durata: in mezzo svariate tourneè nazionali, europee, americane e giapponesi, con date sempre al limite dell'approssimazione, grazie alla fama di sfasciatutto procuratasi dai nostri, anche se posso garantire che era il pubblico a sfasciare i locali, complice il caos sonoro dei terribili quattro scozzesi.
L'album non lo comprai poiché mi aveva preceduto Franco Ranno, e ne possiedo una copia terribile e bellissima fattami (credo) da lui stesso su una cassetta malconcia e ai limiti dell'udibile, memoria fisica di quel tempo perduto. La copertina è già un manifesto d'intenti, nella sua veste grafica sospesa tra trip sixties e vocazioni dark, con i fratellini Reid vestiti di nero su un algido sfondo con accanto un rullante sul suo scarno treppiedi, icone pop trascendentali. Mi tornarono in mente le foto dei Velvet Underground periodo Factory; stessa atmosfera malata e terribilmente "arty". Dall'interno una bambola esprime la sua inutile felicità con uno strano sorriso, sospeso tra la vita e il nulla.
Mi ricordo che lo ascoltammo su un compatto molto low-fi ma la cosa più netta che ricordo è l'atmosfera surreale immediatamente condensatasi attorno a noi grazie ai suoni al tempo stesso alieni e familiari che uscivano fuori da quelle casse già tonicamente svezzate da dosi massicce di Bauhaus, Suicide, Pistols, Clash, Joy Division, Cramps, Gun Club, Birthday Party, Wall of Woodoo, Sister of Mercy e tutto il ben di Satana che le nostre orecchie potessero augurarsi. Ricordo soprattutto la netta sensazione di assistere all'epocale esplosione del rumore come protagonista ormai necessario sulla nostra scena musicale preferita.
Quella prima canzone, Just Like Honey, singolo di presentazione del nuovo corso del gruppo, vale da sola l'acquisto del disco: si apre con un intro di grancassa e rullante di Spectoriana memoria e per un momento tutto si sospende, ti sembra di essere nella terra di nessuno delle meraviglie del pop e ti aspetti che tra un momento arrivi la voce di una qualche ragazzina nera dei sobborghi di Nutbush: poi, cupo e inaspettato, entra il basso, a braccetto col tempo, sincopato e dionisiaco, seguito a ruota dalle chitarre che tutti noi aspettavamo, graffianti e spigolose ma tenere, velluto al vetriolo, come se la mano di Syd Barret suonasse la Fender ultradistorta di Hendrix; poi arriva la voce di Jim Reid, arcana e cavernosa ma foriera di promesse uditive, a completamento della perfetta canzoncina pop di fine millennio. I riverberi, magistralmente bilanciati, ci regalano momenti d'estasi uditiva e psichica nei territori perduti della nostra prima infanzia, come se dalla pancia di nostra madre ascoltassimo suoni e versi, appena sussurrati ma terribili nella loro semplicità, che ci accompagnano attraverso i territori lussureggianti del golden-pop cantilenando fiabe dimenticate per sempre nell'alveo più incontaminato della nostra coscienza sommersa.
Ma tutto ciò si dissolve immediatamente dopo, quando fa la sua apparizione la prima furiosa cavalcata sonica dell'album, The Living End, un caterpillar dove vengono macinati e riproposti frammenti gloriosi di devianza rock: Stoogees e Suicide si disse all'epoca, ma anche la voce di Ian Curtis e il suo umore nero, la tipica furia chitarristica di un ragazzino che non sa più di tre note e l'iconoclastia verbale ostentata dal fratello: tutto ciò che basta per spaccare il mondo della critica rock in due contrapposte fazioni, una tesa a gettare discredito e sconcerto sul gruppo, tacciato di cialtroneria e di ricorrere ad artifici banali (feedback, uso smodato dei riverberi, nullità poetica ed espressiva), l'altra a difendere a spada tratta gli alfieri del primitivismo della migliore tradizione rock e della libera espressione con qualunque mezzo a disposizione.
Con la terza traccia, rallentati i ritmi, ma solo quelli, scivoliamo nei territori cari ai Velvet Underground (altro paragone obbligatorio) dove la voce si fa sempre più minacciosa mentre accompagna con garbo da killer le incursioni chitarristiche nella terra del Dio Rumore. Taste the Floor, ispida di saette e seghe circolari, squassami di chitarre e vuoti di bassi e up & down percussivi a due mani e in piedi, tribalmente, sprezzanti della norma, e sempre un testo snocciolato come se l'unico intento fosse il disprezzo sociale e verbale del prossimo
.Una particolare menzione merita la componente ritmica nei primi J&MC: ai tamburi un giovanissimo Bobby Gillespie, futuro Re Mida delle charts anni 90 con Primal Scream, e al basso Douglas Hart, successivamente nei Jesse Garon & the Desperados, autori di tre splendi singoli qualche tempo dopo: entrambi, come si vedrà, con spiccate vocazioni melodiche e armoniche, in netto contrasto con il ritmo ossessivo e fortemente cadenzato a cui i due si dedicano anima e corpo nelle loro prime performances da protagonisti del mondo della musica pop.
Pausa.
Torniamo nel giardino delle delizie, e qui troviamo uno scrigno, Cut Dead, dove brillano di luce propria i pazzi diamanti sonici lasciatici in eredità da Sua Psichicità Syd Barret: incredibile, sembra lui, talmente la chitarra acusticissima vibra di passato,e non ci sembra vera cotanta magia mentre la voce, dondolandoci, ci conduce, attraverso boschi tenebrosi e cascate cristalline, ai castelli dell'alba al cospetto del nostro Pifferaio Magico, che ci attende luminoso e sorridente nella sua eterna e saggia "follia".
Ok, ora cambiate assetto. Arriva sparata In a Hole: qui si entra a trecento all'ora in un tunnel d'acciaio dove scorrono in flashback i nostri peggiori incubi e disagi, sospinti per inerzia da un tam tam percussivo che ci richiama alla mente echi di consessi voodoo, se non fosse per le chitarri graffianti come la mano di Freddy Crueger a ricordarci la missione dei nostri: il tormento e l'estasi, autolesionismo e catarsi.
Due secondi dopo, quando ancora non sai più cosa aspettarti, esplode da dietro l'angolo il perfetto pezzo pop: "Crack of Dawn…". Taste of Cindy, novanta secondi in cui si esprime una sintesi magistrale di melodia e rumore, rosa dalle molte spine, croce e delizia:
"Knife in my head is the taste of Cindy…Knife in my head when I think of Cindy…".Se la cantasse un qualunque teddy boy degli anni '50 non sarebbe male, e la versione su singolo, acustica, svela l'esatto valore compositivo dei nostri, reggendo il paragone con la magistrale versione qui presente. Troppo perfetta.

Si cambia lato e francamente mi domando cos'altro hanno in mente di proporci visto che già abbiamo attraversato tutto il campo dell'inudibile e dell'inaudito sul primo lato.
Never understand, già conosciuta su singolo, ribadisce i concetti base: suona come ti pare ma fallo, ecco qua la noia di farsi sentire e la conseguente reazione espressiva, furiosa e caotica, delirio verbale e devianza sonica.
A rinforzare ciò che era appena stato ribadito ecco tonnellate di feedback in perenne equilibrio precario in It's So Hard: "E' difficile non essere un bamboccio, camminare e non strisciare". Suoni ai limiti dell'udibile e feroci imprecazioni costringono lo sprovveduto ad abbassare il volume ma a rischio di perdersi un'esperienza unica: se "in cuffia san di Paradiso", dalle casse escono le lingue dell'Inferno.
You trip me up seduce all'istante. Basso e batteria , batteria e basso, voce e chitarre(chitarre?? sembriamo in un acciaieria), chitarre e voce, catarsi e distruzione, il brano è un classico del cantato pop contemporaneo, annoiato e irritante, e proprio nei J. & M.C. l'estremizzazione di questo modo di cantare è attuata in maniera magistrale.
Gli ultimi due brani (anche questa una somiglianza strana con molti debutti clamorosi, vedi Ramones, Rain Parade, Roxy Music) scorrono uno dopo l'altro quasi in un tutt'uno, riscuotendo consensi tra le mie fibre più intime di melomane, distruggendo ormai ciò che resta dei miei provati padiglioni auricolari. My Little Underground, a mio parere, resta il top del disco, essendo qui rappresentato al meglio il campionario melodico e armonico del gruppo; densa di umori neri pronti ad esplodere da un momento all'altro come proiettili traccianti in corsa alle tue spalle. Minaccia e reazione, antidoto all' alienazione, un treno sonico dritto in faccia al torpore delle vite incatenate alla norma.
Sowing Seeds: forse il mio pezzo emotivamente preferito dell'album. Messa al posto giusto, a chiusura di un percorso sonoro duro ma liberatorio, che potrai anche non sentire più ma che resterà indelebile nella tua memoria, ultima tappa dell'adolescenziale Via Crucis quotidiana che questo disco metaforicamente simboleggia: tensioni di chitarre e sospensioni ritmiche creano un tappeto armonico su cui lasciare scorrere, insieme, angosce represse e desideri e riflessioni, con la voce, ormai confidenziale e catartica, attaccata per sempre al lato più divinamente oscuro della tua anima. Tra i contemporanei solo Nick Cave, con la sua The Mercy Seat, saprà eguagliare la tensione espressiva di questo gioiello grezzo.
Dopo.
Dopo uscimmo nel pomeriggio ancora luminoso, tutt'intorno il solito tran-tran, nelle orecchie fumanti l'eco di riverberi e fischi e sibili e delizie, ormai definitivamente rapiti e convinti che quel disco ci avrebbe cambiato la vita, e non solo a noi.

Postilla
Pochi intravidero, dietro le quinte, quanto equilibrio ci fosse in questa dimostrazione d'intenti tra vocazione al caos e tensione sperimentale, entrambi fattori determinanti in un uso esplorativo dello studio di registrazione e nella ricerca delle sue applicazioni più costruttive in ambito rumorista, dove l'equilibrio tra le parti è decisivo per il prodotto finale. In futuro infatti, i J&MC daranno alle stampe veri e propri capolavori d'artigianato pop, come Darklands e Honey's Dead, dove, perso, ma non del tutto, lo smalto del furore della prima ora, i nostri daranno prova di grande talento compositivo in ambito pop. Tra alcuni dei loro brani più accattivanti e alcuni capolavori di sempre trovo grande affinità proprio nell'uso dello studio di registrazione: ogni canzone pop che abbia sfondato il muro del tempo lo ha fatto, nella maggior parte dei casi, in virtù di come suona, non di ciò che suona: per questo Break on Throught possiede ancora inalterato il suo terribile fascino e anche Simpathy for the Devil, Astronomy Domine, A Day in the Life, Life on Mars, Icons, Love Will Tear Us Apart, New Gold Dream, Another Day in the Sun dei misconosciuti Moffs, fino a Smells Like Teen Spirit e Territorial Pissing e tante altre gemme sempreverdi. Potremmo collocare ognuna di queste canzoni in qualsiasi scorcio temporale e l'effetto estraniante e coinvolgente si ripeterà, magicamente, come ogni volta che fai l'amore, uguale ma diversa, a riprova che c'è sempre qualcuno disposto ad andare oltre. L'aura espressa dall'originale prodotto pop è tale in virtù della sua irripetibilità, del suo essere unico a sé stesso, e su ciò si è fondato buona parte del culto della musica rock: i J&MC hanno avuto il merito di fare al meglio ciò che era per loro impensabile e, soprattutto, che non sapevano fare: suonare! Le canzoni impresse su questo long-playng saranno di futuro monito a chi pensi che il mondo adolescenziale sia disposto a barattare i suoi sentimenti con la merda preconfezionata, qualunque essa sia. Il messaggio era chiarissimo: se ci date questo, la musica ce la facciamo da soli. E siccome chi semina vento raccoglie tempesta, da li a poco sarà il diluvio: una pletora di geniali emuli, da Shop Assistans a My Bloody Valentine, House of Love e Ride, Primitives e Primal Scream e successivamente una valanga di schiere di freak out, Loop e Spacemen 3 davanti a tutti, approdati in anticipo nel Terzo Millennio anche grazie alla cocciutaggine di quattro scozzesi imberbi.
In definitiva, e lontano dai facili entusiasmi del tempo, PsychoCandy resta un grande trip, dove di psichedelico c'e' l'esperienza dell' alterazione della coscienza causata da uso di droghe percettive,
in questo caso i suoni terribili e meravigliosi che pochi han saputo ricreare con la stessa efficacia. Si aspettano repliche.

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