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Sulla genesi del rock progressivo

Non fate gli indiani!Alla fine degli anni ’60, il panorama della musica rock sta cambiando. I primi sintomi sono evidenti in Inghilterra, dove diverse bands contribuiscono alla creazione del genere denominato, poi, “rock progressivo”.Caratterizzato da composizioni spesso lunghe (si va dai sette minuti ai venti di complesse suites) che ereditano elementi dalla musica classica, dal rock-jazz, dal folk e dalla predilezione per atmosfere surreali, immaginifiche. Strumento tipico è il Moog o sintetizzatore che permette una grande quantità di registri, potendo riprodurre un’intera orchestra o fungere da strumento solista con grande capacità espressiva.
E’ importante quindi che i singoli musicisti abbiano una solida preparazione tecnica, perché l’esecuzione di un brano “prog-rock” richiede notevole abilità. Si potrebbe poi abbozzare una lista che comprenda almeno i nomi più importanti oltre che per notorietà, anche per le soluzioni sonore a cui sono giunti. Ecco quindi i King Crimson che con il loro esordio del 1969 “In the Court of the Crimson King” aprono le porte allo sviluppo del genere “progressivo”. I Jethro Tull, capitanati dal flautista e cantante Ian Anderson, fondevano felicemente spunti tratti dal folk inglese, dal blues, dall’hard rock con suggestioni classiche, specie nell’album “Thick as a Brick” del 1972. Yes
, Genesis, Gentle Giant, Van Der Graaf Generator, Emerson Lake & Palmer, questi ultimi, più di molti altri instancabili revisitatori di compositori come Bela Bartok, Mussorgsky in chiave rock – Soft Machine – sensibili all’ondata del rock-jazz soprattutto negli album “Third” e “Fourth”. Quindi, rispetto alla spesso “ingenua”  sonorità del beat, abbiamo poi soluzioni complesse, che presentano al loro interno repentini cambiamenti di tempo, intrecci di linee melodiche, assoli, passaggi di
atmosfere e mutamenti di colore e tono. Se questo accade oltremanica, negli Stati Uniti, però il genio di Frank Zappa è già attivo dal 1966 con l’esordio di “Freak Out”.
In Italia i musicisti non sono insensibili a questi nuovi modelli, ed alcuni gruppi come PFM, Banco, Orme, Osanna (gli Area meritano forse un discorso a parte), creano un sound personale, elaborando le soluzioni a cui sono pervenuti i complessi prima citati con istanze mediterranee, soprattutto per la “luminosità” dei brani, per la compattezza delle composizioni, per l’uso di strumenti “tipici” – flauti, mandolino, percussioni – presenti comunque non in tutte le canzoni, e per la melodia caratteristica della nostra tradizione musicale.

                                                                                  Eugenio Cappello

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