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Finito
è il mondo in cui viviamo, i suoi spazi, le sue leggi, le sue ricchezze.
Infinito, o sarebbe meglio dire esponenziale, il numero dei suoi abitanti,
i loro bisogni e i loro rifiuti.
Secondo il rapporto del Mit entro 100 anni l'umanità raggiungerà
il limite naturale al suo sviluppo in quanto consumiamo risorse per oltre
un terzo la capacità di rigenerazione della natura. Nel 2010 si
prevede un aumento della popolazione mondiale del 33% a cui potrà
corrispondere un aumento di suolo agricolo per la produzione di alimenti
del solo 5%, con un calo della sua disponibilità pro-capite del
21%. Siamo prossimi al raggiungimento di quella che Verlhust chiama "capacità
di carico", ovvero la quantità massima di popolazione che
la terra è in grado di sostenere in base alle risorse di cui dispone
e che si assottigliano di anno in anno mentre l' umanità continua
a crescere (nonostante le società a tasso 0 di natalità,
il rinnovato individualismo globale, la vita artificiale sempre più
prossima a sostituirsi alla vita biologica) proprio in quei paesi noti
per i loro primati in ben più tristi classifiche: quelle dell'
indigenza e dell' iponutrizione.
In tali realtà la crescita demografica nasce come problema locale
prima di divenire un problema globale. Secondo le previsioni ufficiali,
nel 2030 gli abitanti di questi paesi rappresenteranno circa il 95% della
popolazione mondiale. In seno alle Conferenze mondiali per la popolazione,
indette dall' Onu sin dal 1975, si è aperto un annoso dissidio
sulle strategie adottabili.
Per molti l'incremento demografico nei LDCS (Less Developed Countries)
è la causa stessa del loro sottosviluppo poiché tassi così
serrati non consentono l' accumulazione di capitale da investire, vanificando
qualsiasi sistema d' aiuti, rendendo inevitabile la crescita della disoccupazione
strutturale e di una domanda di beni e servizi che non potrà essere
soddisfatta date le limitate capacità produttive. In una simile
prospettiva si ritiene necessario agire sul comportamento e la cultura
delle famiglie attraverso idonee politiche governative di contenimento
della natalità.
Tuttavia appaiono più che ragionevoli le opposizioni di chi giudica
tali strategie di pianificazione familiare più di un indebita ingerenza
nella sfera privata degli individui, ma una vera e propria violenza contro
principi culturali e religiosi solidissimi. Inoltre, laddove le politiche
di controllo sono state adottate, anche con mezzi coercitivi, hanno ottenuto
uno scarso successo: in India si è rivelato un inutile dispendio
di risorse che ha provocato effetti solo tra le classi medie, più
colte e benestanti, che meno ne abbisognavano. In Cina l'unico effetto
tangibile è quello dell' "infanzia sommersa", cioè
di figli non registrati all'anagrafe e perciò "non esistenti"
per lo Stato in cui vivono.
Ancora più evidente appare poi come la questione demografica desti
soprattutto la preoccupazione del fortunato occidente, destinato a divenire
da terra di colonizzatori a sparuta minoranza incapace di difendere il
proprio privilegio. Sono da anni di fronte ai nostri occhi gli effetti
della concorrenza dei Paesi in via di sviluppo nell'economia globale:
un'inevitabile spirale verso il basso che sta erodendo i benefici di uno
scomodo stato-sociale a vantaggio della flessibilità e della deregulation.
Questi i dissidi di un mondo troppo piccolo per un'umanità che
ha combattuto la finitezza modellando e sottomettendo l'ambiente ai suoi
bisogni, ligia al dictat dell' autoconservazione più di tutte le
altre creature.
Quale destino: il crollo di una casa che collassa sotto l'ingombrante
peso dei suoi inquilini, o una società stazionaria in cui sviluppo
non sia necessariamente sinonimo di crescita?
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matteo
facchin

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