Ponte sullo Stretto:
Paradisi di cemento e vacanze in colonia

di Gianluca Ferro

La storia del ponte non comincia oggi; dopo cinquant'anni di progetti e migliaia di milardi già spesi solo per pagare i progettisti e i tecnici, è sotto il governo Prodi che, almeno a parole, l'idea viene presa nuovamente in considerazione pensando ai fatti.

Prodi affermava infatti di voler fare della Sicilia "la Florida dell'Italia", incoraggiato nei suoi propositi dalla dirigenza dell'Unione Europea che da sempre vede di buon occhio l'unificazione anche strutturale della comunità, ma non solo.
All'interno di un'ottica "razionalizzatrice" degli spazi, della produzione e dei servizi su scala continentale, la Sicilia è stata pensata, per le sue peculiarità geografiche e le attrattive turistiche, come il bacino di utenza più qualificato per quanti, dagli stati settentrionali europei oltre che extra-comunitari, desiderino recarsi in vacanza in un luogo che racchiude meravigliose montagne, spiagge sconfinate oltre a diversi millenni di storia e arte.
Si potrebbe essere orgogliosi di ricevere tanta attenzione dall'alto se non fosse che questo "alto" ha delle strane idee su come gestire i processi di innovazione e miglioramento.
Per prima cosa sono stati concessi permessi per aprire cantieri un po' ovunque sui litorali per costruire grandi alberghi a quattro, cinque stelle, snaturando quelle che erano fino a qualche anno fa oasi naturali circondate dall'abusivismo locale sempre graziato dalle sanatorie nazionali prima, regionali dopo. Questo fa anche meditare sul tipo di turista che si vuole invogliare a venire, quello da piscina e disco, che guarda all'esoticità del luogo come un esploratore allo zoo-safari, che pensa alle proprie ferie come un mordi e fuggi autoescludendosi dal contesto.
Pensiamo, un esempio tra mille, al casinò che da anni un consorzio di imprenditori di Taormina, luogo simbolo di questo turismo, chiede e che ora probabilmente otterrà. Ricordiamo gli incendi che hanno devastato l'incantata Baia dello Zingaro tra Palermo e Trapani, un'oasi "protetta" di cui ora il governo regionale vaglia l'edificabilità. Pensiamo al litorale sabbioso di Catania, la Playa, su cui si sono concentrati gli interessi di società edili e politici dubbi che, grazie ai finanziamenti del piano Agenda2000 e Urban, hanno già privatizzato e fabbricato (in stile neo-gotico cementato) i primi chilometri quadrati di spiaggia, sfoltendo per di più la centenaria pineta, unico verde di una città grigia per le polveri vulcaniche.
Se stimare i danni inferti all'ambiente, oltre che alla vivibilità, è un'operazione triste e difficile, l'impatto sociale di questa riorganizzazione rende i conti in prospettiva ancora più salati.
Dietro la carota dell'occupazione si celano delle bastonate con cui i siciliani dovranno fare i conti se non sfideranno la loro proverbiale ignavia.
L'aumento dei prezzi, dagli affitti ai prodotti alimentari, pesa già sul portafogli di molti, in una terra che ha fatto del lavoro nero e sottopagato la forma dominante di impiego.
Le nuove scuole e università dell'alimentazione nate negli ultimi tempi altro non fanno che indirizzare verso una settorializzazione del lavoro, in parole povere "fate i cuochi e i camerieri che a fare il resto ci pensano gli altri", e saper fare solo i cuochi e i camerieri in un mercato del turismo perennemente mobile e in cerca di nuovi svaghi non è pericoloso, è devastante. Il rischio è quello che a tempi di vacche grasse e hotel pieni di svedesi succedano periodi di generalizzata disoccupazione e, con una parola abusata ma calzante, precarizzazione, paragonabili a quelli degli stati in cui furono introdotte le monocolture (solo cotone, solo caffè) e che dopo una relativa abbondanza sono precipitati in crisi da cui non si sono più risollevati.
Per questo sostituire la definizione di "Sicilia-continente", data da Sciascia per riassumere le realtà e le potenzialità esistenti sull'isola, con quella di Florida italiana deve far riflettere. I cambiamenti imposti dall'alto, oltre a essere un sintomo nauseabondo di colonialismo, hanno prodotto mostri di povertà e conflitti irrisolti; il ponte sullo stretto, anche se può affascinare qualcuno afflitto da manie di gigantismo, è uno smacco per una terra senza acqua, senza treni, senza dignità del lavoro, è il sintomo di una mafia che sa sempre fare bene i propri affari, una dimostrazione ulteriore di cecità e arroganza contro l'uomo e la natura.

IO CE L'HO PIU' LUNGO
dossier de l'Erroneo PONTE sullo StReTTo

-La punta della Sicilia (e le foto del corteo)

-Paradisi di cemento e vacanze in colonia (e i costi del ponte)

-Io ce l'ho piu' lungo... becere sfide tra ponti... guarda!

- racconto: L'ultimo viaggio di un vento leggero

- Antonello da Messina (?) e il ponte: Hornitus orgia

- I signori del ponte. Speciale da Terre Libere

online da luglio 02
© 2001-2002   diritti umani rispettati - human rights respected Scrivici!
Home-Prima pagina
Cartacanta | Catania, senza mutande | de Musicadi Visioni | Fumetto logia | Galleria | Italia s'e' destra | l'Errotico | Mafiamafie | Mappamondo | Megafono | Monografie | Philosophiae | Sud(s) | Universita'
Colori in piazza + SOGNOdiSEGNI + Territori di voci e memorie + l'Erroneo cARTacEo
Chat | Forum | Links | Newsletter | Posta dei Lettori | rassegna Stampa | Redazione | webMail