claudio parentela

Introduzione.
Cominciamo ad indagare quale potrebbe essere il significato oggi della parola artista ed a cercare di comprendere se ha ancora un senso oggi parlare d’arte. La parola arte socio-antropologicamente e' sempre associata alla parola comunicazione, questo e' sempre avvenuto, dal punto di vista semiologico ed iconografico e iconologico, l’arte nasce come forma di comunicazione antecedente anche alla parola scritta, nasce con le stesse finalità della parola scritta, comunicare, trasmettere delle emozioni, narrare, farsi leggere in qualche maniera ma attraverso l’estetica, la visibilità, la linea, il segno, la forma, il colore e la superficie; l’arte è un raccontare ed un racconto, è un trasmettere una serie d’esperienze attraverso il fare, il problema che oggi dovrebbero porsi tutti gli artisti (anche se al termine artista preferisco il termine creativo poi spiegherò perché) è cosa raccontare, cosa trasmettere attraverso la loro esperienza singola di comunicazione estetica, cosa fare arrivare all’utente e come?
L’arte abbiamo detto è forma di comunicazione priva di parola, quindi estetica, quindi più profonda anche della parola, la parola in qualche modo è un filtro della realtà, una qualche cosa che permette di nascondere la realtà, la parola può anche essere recitazione, la parola può confondere e nascondere la realtà, l’arte no, non ha filtri, quello che si vede, quello che si mostra è giudicato in maniera nuda e cruda ed in maniera differente da differenti interlocutori, questo perché quello che si vede, quello che si decide di mostrare può anche non piacere, anche questo è un problema oggettivo da non sottovalutare assolutamente che rende il fare arte uno dei processi più complicati al mondo.
Dobbiamo, ora, cercare di capire un altro concetto, in altre parole, il perché quando si tratta d’analizzare o commentare un quadro nessuno non si tira mai indietro, dall’addetto ai lavori, dal salumiere all’imprenditore in carriera, questa cosa avviene per presunzione del commentatore o per spirito empatico nei confronti del comunicante, ossia l’oggetto d’arte? Io penso che la risposta da dare sia in questo caso molto, molto elementare, l’estetica è una qualche cosa di forte, perché non ha bisogno della parola, può facilmente provocare od allettare, ad una mostra della mia posse creativa ho sentito commentare per lo stesso quadro: per capire bene quest’opera c’è bisogno di cultura –e- Ecco, finalmente davanti al quadro della disperazione. Chi dei due utenti aveva colto l’essenza dell’opera? Entrambi, con codici di comunicazione, filtri interiori differenti erano entrambi riusciti a cogliere l’essenza dell’elaborato: un’opera disperata, poteva arrivare bene solo a chi avesse in qualche maniera interiorizzato certi codici di comunicazione attraverso la Storia dell’Arte, voglio dire chi non fosse mai riuscito ad apprezzare Munch od Ensor mai e poi mai sarebbe riuscito ad apprezzare quel pezzo.
L'arte è quindi messaggio e non massaggio, punto questo molto importante perché comunicazione estetica post millennio l’arte può confrontarsi con l’estetica legata ad i mezzi di comunicazione di massa. Dobbiamo ora decidere come affrontare il problema, l’arte contemporanea oggi possiamo considerarla un’altra forma d’artigianato estetica generalizzata totale e settoriale, rivolta solo ad una fetta d’utenti in grado di comprenderne i codici semantici tracciati da tutto il secondo millennio? francamente io penso che quest’eventualità sia da prendere in considerazione e tra l’altro eliminerebbe quell’ambiguità specifica insita nella parola arte abilmente cavalcata da imprenditori d’arte neoliberisti come A.B.O., Sgarbi, Politi e via dicendo, riconoscere l’arte come codice grammaticale da capire e da studiare a prescindere può però volere dire in prospettiva totale che tra un cinquantennio tutti potranno essere degli artisti creativi a patto che conoscano i codici grammaticali della comunicazione semantico – visiva.

I – Blitz di mercato:
Alla fine degli anni settanta, Bonito Oliva propose il blitz di mercato legato alla Transavanguardia, quello che fece Bonito Oliva, lo fece per evadere da forme d’espressione artistiche come la Body art, la Narrative art, la performance, l’arte comportamentale, i video, la fotografia ecc. tutto era come oggi, generico e generalizzato, il problema è che negli anni Ottanta non dipingevano soltanto Cucchi, Clemente, Paladino, Chia e De Maria, Bonito Oliva non si è interessato (operando da critico piuttosto che da storico) d’andare a ricercare i creativi che in maniera vera ed intelligente si differenziavano in queste ricerche (gravi omissioni storiche e culturali), urgerebbe una nuova Storia dell’Arte italiana alternativa a quell’esistente, tracciata da Argan prima e Bonito Oliva e Politi poi, servirebbero degli storici dell’arte poco critici e parziali per dirla alla Baudelaire, perché ormai la parzialità del critico nel villaggio globale neoliberista è un concetto che lascia il tempo che trova, superato, il sistema dell’arte contemporanea totale è nella melma, il mondo dell’arte contemporanea è sommerso, underground, andrebbe riscoperto reso overground, sarebbe l’unica maniera possibile per svalutare le esorbitanti valutazioni di mercato di certi artisti contemporanei che niente hanno in più d’altri artisti che invece non riescono a piazzare un pezzo neanche a regalarlo, anche questo rende il mondo dell’arte contemporanea vicino al villaggio globale, gli artisti ricchi s’arricchiscono ed i poveri s’impoveriscono sempre più. Bonito Oliva, con la sua transavanguardia ha posto un collettivo d’individui in una posizione culturale di potere che è servita a glorificare un’idea studiata a tavolino. Attenzione però, io non voglio affermare che l’arte contemporanea degli ultimi trent’anni è tutta da scartare, tutt’altro, l’arte è figlia del suo tempo e da sempre l’arte è stata al servizio di ricchi mecenati, mai però il piatto ricco è stato per così pochi, le tendenze della Storia dell’Arte contemporanea hanno fatto solo gli interessi di chi le ha studiate a tavolino, questo non vuole assicurare che la body art e le performance non siano delle forme d’arte, sono delle forme d’arte con i loro codici, ma anche qui anti democratici e populisti, chi assicura che una performance debba avere valore solo all’interno di certi luoghi consacrati da qualcuno all’arte o debba essere riconosciuta da qualche santone dell’arte contemporanea, ma l’arte in passato non era concepita anche per istruire le folle? Non è che questa missione in maniera del tutto irresponsabile spesso e volentieri il sistema dell’arte la lascia alla grafica pubblicitaria e ad il mondo dei mass-media?

II – Arte, codice ambiguo.
Premesso questo, penso che oggi l’arte, se si voglia in qualche modo ragionarci su seriamente, vada svalutata e svuotata del suo significato aulico ed ambiguo, va tenuto presente che il termine arte contemporanea è assolutamente un falso storico, più adatto sarebbe parlare di volta in volta d’artigianato contemporaneo, di poesia visiva contemporanea, artigianato d’avanguardia e via dicendo, la globalizzazione ha, infatti, generalizzato ed omogeneizzato anche la semantica del fare artistico, al punto da rendere improba una valutazione di un artista creativo nei confronti di un altro, in base a quale criterio si può valutare un artista miliardi e degli altri centesimi? Ambiguità che il sistema dell’arte si porta dietro anche nelle sue protesi più Accademiche ed istituzionali come le Accademie di Belle Arti, dove s’entra in base all’elaborato artistico visibile in cartelle, ma in base a quale criterio? Tristemente va preso atto che il sistema dell’arte contemporanea non è meritocratico, perché? Perché i parametri di valutazione di un oggetto d’arte sono molteplici e tutti ugualmente validi ed opinabili, al punto, appunto da rendere oggi nulla, superflua ed ambigua la parola arte, parola attraverso la quale oggi si lede la dignità sociale e lavorativa d’onesti professionisti.

Riflettiamo ora di nuovo su quella cosa che alchemicamente stiamo continuando a chiamare sistema dell’arte ma che va assolutamente scisso dal concetto del fare arte, quanto tempo ancora questo sistema che Courbet e Van Gogh già rifiutavano e che da metà ottocento poco e nulla è cambiato può continuare ad esistere? Il sistema dell’arte complessivo ruota intorno a non più di duecento potenti, tra galleristi, critici ed artisti, duecento persone che decretano le sorti della Storia dell’Arte contemporanea (Vedi Clemente portaborse di Boetti o Longobardi spazzino di Lucio Amelio) rendendo overground solo quello che reputano vendibile ed alla moda, operazione che si tenga presente fanno in base al loro gusto, aristocratico e distante dalla vita reale.

Quello che sto affermando è che non è assolutamente vero che l’arte è morta negli anni settanta, né che sia rinata nei primi ottanta, la verità è semplicemente che mai il bisogno di comunicare è stato così forte e radicale, mai la parola ha forse avuto poco peso dal punto di vista del comportamentalismo sociale, questo sta significando che mai come oggi la profezia di Beuys s’è avverata, è vero, difatti che siamo tutti potenzialmente artisti, ma non solo dal punto di vista comportamentale, anche il fare pittorico o scultorio non è più una questione per pochi adepti maestri e relativi discepoli, l’industria culturale totale ha creato un vero problema sociale, manuali d’arte per tutti, monografie d’artista per tutte le tasche, materiali d’arte per tutti e pronti per essere usati da tutti, ma pochi nomi ad usufruire del mercato dell’arte complessivo per oggettive problematiche di mercato, questo è un vero problema che lede la dignità di molti artisti creativi costretti a navigare ed a morire nell’underground.

III – Possibilità.
L’industria culturale ha creato una figura del creativo innaturale, una sorta d’AGM, in altre parole Artista Geneticamente Modificato, il quale opera in simbiosi con il sistema dell’arte non interrogandosi per niente sul senso e le modalità del fare arte, figura che per nessun motivo al mondo metterebbe la sua vena creativa al servizio della comunicazione.

Isolata dalla cultura di massa l’arte contemporanea non è in grado d’arrivare ad i non addetti ai lavori, c’è oramai un’atavica incomprensione tra il popolo dei non addetti ad i lavori e l’arte contemporanea, i creativi dovrebbero per superare il problema portare in maniera situazionista l’arte contemporanea in piazza e fare saltare quindi le figure del gallerista e del critico d’arte, in qualche maniera ci si deve sforzare di recuperare la vecchia funzione sociale ed il legame con la gente, da instaurare con i nuovi codici, superando così quelle forme d’ermetismo elitario ed individualistico che fanno la fortuna ed il gioco di critici e galleristi, spesso ignoranti in materia d’arte, ma molto colti per quanto riguarda marketing ed operazioni imprenditoriali. Il creativo deve tornare a battersi per la libertà, si deve ricollocare socialmente e deve tornare utile alla gente, battersi per la libertà d’espressione artistica e d’opinione, non deve assolutamente essere schiavo della moda e di facoltose capre che a tempo perso collezionano l’arte quotata in borsa come oggetto radicale chic d’arredamento.

La sinergia creativa è forse l’unica possibilità per creare un nuovo mondo possibile per l’artista contemporaneo, è un dato di fatto quello che stiamo marciando verso la generalizzazione artistica e che in nome dell’ambiguità della cultura imprenditoriale d’arte si stanno compiendo grandi scempi storici, per riportare ordine dovremmo cominciare ad abolire la parola arte a favore della più efficace, generali sta e democratica d’artigianato creativo. In sostanza dell’arte contemporanea tutto si può dire, tranne che verta in uno stato di crisi, l’arte contemporanea soffre soltanto di forti e radicali crisi d’identità, dovute al semplice fatto che l’industria culturale ed artistica ha il bisogno fisiologico di un identità artistica dominante vendibile e svendibile, di una nuova linea da tracciare che faccia Accademia, che quindi sia importata nelle Accademie e quindi diventi sterilmente nuovo artigianato artistico. Oggi si pensa all’arte ancora come un aspetto prioritario o trascendente, come un valore assoluto e assiomatico nella cultura di massa, questo è un errore grossolano ed ingenuo; questo concetto se in questa maniera lo vogliamo definire assume una valenza soltanto negli ambienti artistici che hanno avallato ed avallano ancora oggi uno specifico filone d’espressioni artistiche al solo fine di ricavarci attorno sordide e false verità da inserire come fine ultimo nel sistema del mercato, questo sistema chiuso ha assunto, grazie anche agli artisti deboli, una posizione di straordinario potere a causa della necessità da parte dell’artista vivente, per istinto di sopravivenza della sua vanagloria e del successo.

IV – Concetto “Arte”, falso storico.
La parola arte non esiste più, sopravvive il concetto del fare arte, la parola arte si è ridotta a classificare un prodotto inutile da custodire in un armadio virtuale, in quest’armadio sono riposti dei documenti, documenti selezionati dalla cultura imperante di massa, opere che hanno determinato una scoperta specifica in un determinato ambito. In realtà, bisogna tristemente ammettere che esse hanno un valore inferiore sotto l’aspetto utilitaristico di un qualsiasi oggetto che serve a migliorare la qualità della vita; dobbiamo ammettere che oggi è più importante la lavatrice o la corrente elettrica di un qualsiasi stiacciato di Donatello, questo vi fa inorridire? Torniamo adesso a ragionare sul senso del fare arte, quale utilizzo può avere un prodotto o una creazione artistica? Serve ad esaltare i valori dello spirito? Che cosa sono e quali sono i valori dello spirito? Siamo solo aria racchiusa in corpi mutevoli, un involucro organico misero che mistifichiamo a tal punto da inventarci chirurgie plastiche omologanti per somigliare più possibile agli stereotipi della comunicazione globale e dei media funzionali alle esigenze d’individui imprenditori grezzi, viaggiamo sul direttissimo per il concetto di “settore” verso il professionismo specializzato, altra incongruenza ed altro falso culturale storico dell’epoca post-globale. Che senso avrebbe oggi per l’artista soffrire per un pensiero? L’arte, l’abbiamo detto prima è un pensiero offerto per mezzo di una tecnica, il tempo e la memoria hanno poi fatto il resto, eleggendola modello riservato ed ineguagliabile, oggi diventare artisti vuole dire diventare eletti, entrare in un ristretto circolo vizioso che può esporre da New York a Berlino, che impedisce anche il libero scambio culturale a chi è fuori di tale giro. Questa cosa però vuole anche dire essere servi di un mercato pronto a tradire per qualsiasi novità che può ingrossare il portafoglio di critici, galleristi e sedicenti esperti d’arte. Possiamo tranquillamente teorizzare antropologicamente la sofferenza collettiva del popolo degli artisti creativi residenti nel villaggio globale, sofferenza forse però dovuta solo alla difficoltà tangibile d’ottenere visibilità e successo; quanti sono gli artisti che come Van Gogh o Bacon si disperano per il raggiungimento concettuale e per l’insoddisfazione dettata dalla consapevolezza della mediocrità del loro lavoro. Spesso e volentieri ci si uniforma alla massa stupida degli artisti trendy da salotto, in genere supportati da curatori, critici e mercanti beoti. Il comportamento di questi individui, nasce dalla vanità dell’artista di provincia che sogna ad occhi aperti d’essere incoronato sul podio, alloro sul capo e la presunzione di essere eletto poeta contemporaneo senza essersi mai preoccupato di capire cosa è la poesia. Perché l’arte contemporanea, quell’italiana in particolare vertono in questo stato di crisi? Che cosa è successo rispetto il passato? Gli ideali che hanno portato talenti al suicidio, esistono ancora? Quali sono questi ideali? Se questi ideali ci sono ancora che senso hanno, e quale senso avrebbe oggi il suicidio? Il dolore del creativo non va inteso come condizione periferica e perimetrale, il dolore per intensità e sostanza è uno stato che interagisce negli avvenimenti dell’individuo con una proiezione personale; non possiamo pensare che i creativi oggi soffrano per uniformarsi all’uniformato. Guardandoci attorno però chi troviamo sfogliando Flash Art non in linea con gli standard precostituiti? Chi prescinde il pensiero collettivo diretto dai magnati del sistema dell’arte? Possibile che l’artista creativo oggi cerchi in sostanza solo il suo compiacimento? Francamente mi sembra complicato accettare questa concezione dell’arte, accettarla come ricerca ossessiva da parte dell’artista di un giudizio capace di mostrare solo gli aspetti positivi dell’opera. Potremmo in uno slancio estremo arrivare ad affermare che l’arte non esiste, che la sua esistenza è composta d’elementi che danno giovamento e refrigerio economico solo alle strutture di potere, dove arriva l’arte, infatti, c’è sempre l’industria pronta a riciclare, i mobili di Calder, le linee neoplastiche di Mondrian, i neon di Fontana, i contenitori di Eva Hess, i televisori di Paick, gli specchi di Pistoletto, le sagome di Matisse, il surreale di Magritte e via dicendo.

L’industria si serve della creatività artistica per vendere prodotti di largo consumo, l’arte sacralizzata è una questione di mercato globale, il valore di Leonardo è non quantificabile, quindi è zero, chi sarebbe in grado di vendere il San Girolamo? Il successo artistico è inteso come gloria tra gli uomini e non come raggiungimento di un fine concettuale, di un pensiero in grado di migliorare la ricerca artistica complessiva.

Il designer può essere considerato un vero artista, perché crea un oggetto veramente utile alla società del suo tempo, lo rende arredamento, gli artisti creativi sciolti invece mirano a fare parlare e scrivere di loro siccome ideativi fuori della norma, quando poi abbiamo visto il mercato globale crearne e clonarne a bizzeffe, può sembrare un ragionamento radicale ma non è per niente così, la generalizzazione semantica globale voluta dall’industria culturale globale ha fatto sì che tutti possano fare gli artisti, basta conoscere pochi codici grammaticali della comunicazione visiva, oggi fare l’artista è non complicato, basta soltanto auto proclamarsi artista e trovarsi una cerchia di persone che ti riconoscono perché tale, processo che è un’effimera conquista, la conquista del nulla.

Questo processo non ci deve meravigliare, viviamo nella società dell’inflazione galoppante, dove il termine generalizzato d’artista abbraccia anche gli intrattenitori mediatici come Jerry Scotti e Lorella Cuccarini, ma loro quantomeno un lavoro remunerato, l’hanno…

La verità è che l’industria culturale ed imprenditoriale artistica e neocapitalistica propone anche mostre che sono assolutamente virtuali, mostre dove il lavoro di mercanzia triangolare critico, gallerista ed artista si è già svolto durante party notturni mondani in discoteche prese in prestito per una sera, da qui dovrebbero muoversi una serie d’interrogativi profondi per i creativi che operano così, come: Ma sono sul serio interessati al mio lavoro o a come sto appoggiato al muro con il bicchiere pieno in mano?

V – Narrazione.
Andiamo ora ad analizzare invece il concetto di “narrazione”, insito nel fare artistico, il pensiero collettivo della critica d’arte è indirizzato da tempo verso il recupero della “necessità della narrazione”, questo perché c’è la propensione a pensare che le avanguardie concettuali, sfoltendo ed omettendo il superfluo dall’opere e minimizzando la tecnica al parossismo hanno seminato la convinzione che artisti come Weiner, ad esempio, la escludessero. La narrazione può invece fare ancora parte dell’arte contemporanea come ha fatto parte della storia dell’arte, ma non limitandosi a citare l’arte, come la Transavanguardia o il citazionismo o l’anacronismo, ma narrando la contemporaneità, in maniera anche parziale e critica, e qui ritorna di moda Baudelaire.

Ripercorrendo trame poetiche e narrative a ritroso, troviamo artisti narrativi, epici, prolissi e geniali, ma non troviamo, porsi, il problema, di “raccontare” con naturalezza.

Dall’età Romantica in poi la necessità prima era quella di vagare nella tecnica e trovarvi soluzioni per giovarsi della sperimentazione tecnica stessa. L’arte oggi si nutre di molte influenze esterne e da necessità differenti, forzando e sintetizzandone gli sviluppi, riusciamo però a trovare due radici particolarmente significative: L’analisi sugli assembramenti societari e le sofferenze intime ed esistenziali. Due radici molto generiche che riducono le espressioni artistiche libere ad un discorso di massa, collettivo e miserando. Genericità che però non deve essere necessariamente svalutante, fare pittura, scultura o qualsiasi altro tipo di discorso artistico è questione molto complicata, proprio perché sono dei discorsi che vanno fatti con serietà estrema, la pittura è un codice linguistico e tecnico molto profondo e continuamente da scoprire e riscoprire, ed all’interno di queste due direttrici artistiche principali ve ne sono infinite altre, Vittorio Sgarbi sostiene che l’arte contemporanea è “arte escrementizia”, io posso essere anche d’accordo, ma mi chiedo: Ci sarà un perché? Perché l’arte s’è imbruttita, forse per denunciare l’apparire e la caducità delle cose? Questa culturalmente potrebbe essere una conquista, il fatto però che è diventata una conquista di massa la svaluta dal punto di vista del mercato, ora mi chiedo, dov’è il vero falso storico? Nelle tendenze dell’arte di massa, che nega l’arte e pretende giustizia artigianale sociale e poetica? Nelle gallerie alla moda, luoghi per pochi eletti che tracciano la direzione dello pseudo pensiero artistico? Il sistema dell’arte è l’overground, la MTV della distribuzione artistica, ma non è detto però che il sistema dell’arte non possa fare il gioco delle subculture creative ed artistiche, dovere dei creativi underground dovrebbe proprio essere quello di plagiare i codici dominanti e deformarli a proprio uso e consumo, il creativo per immettersi nella vera comunicazione diretta e sociale ha una unica possibilità, depropriare l’immaginario, fare propria la logica del sistema e sognare di rivoltargliela contro, perché altrimenti la retorica dell’“omologazione” puzza troppo d’ideologico, è vero che c’è un popolo globale di creativi, ma tutti diversi l’uno dall’altro, tutti con una anima interiore ed estetica d’ascoltare, ergo tutti con un loro valore insito non superiore od inferiore a nessuno, se è vero che l’arte è vita e la vita è anche ricerca, come facciamo a valutare una esperienza artistica ed una ricerca di vita in maniera superiore od inferiore a un’altra attraverso una valutazione fredda come quella dell’industria culturale ed il mercato? L’Arte visiva è globalizzata, guidata ed indirizzata, ma non ancora omologata, la molteplicità, il sincretismo e la contaminazione che la massificazione totale artistica ha creato solo una grande insoddisfazione creativa e una dispersione d’energie che in qualche maniera vanno riciclate, la Biennale di Venezia fa scuola ogni due anni così come Mtv somministra a menti giovani e malleabili il consumo per la creazione di una propria matrice identitaria, tutti consumano lo stesso patrimonio d’immagini (Cattellan ha monopolizzato i media così come Andrea Pezzi) ed ascoltano la stessa musica, gli stessi 99 Posse nel panorama dell’industria culturale complessivo valgono per un giovane estremista di sinistra né più né meno che un Last al limone per una casalinga, l’arte visiva rischia di regolare le proprie vibrazioni individuali su di uno stesso metro sereno variabile, il panorama delle arti visive contemporanee rischia di diventare pop anche nel suo underground fatto d’epigoni frustrati.

Il televisore e la cultura di massa ci propinano da tempo corpi nudi, spogliati in tutti i sensi, con un’inflazione della nudità volgare lontanissima dal nudo casto, classico ed elegante che l’arte ha sempre esaltato in passato, il nudo pornografico, anche quello diretto da una industria culturale, è un incentivo alle violenze sessuali ed all’impotenza, il corpo rivelato oggi è privo d’interesse, è svelato, appiattito e noioso.

Bisogna diffidare dell’arte nelle gallerie, nei privati e negli spazi consacrati all’arte in genere, siamo sempre in presenza in questi casi d’arte geneticamente modificata e d’artisti agli aromi naturali, proprio come i panini di Mac Donald’s. La Transavanguardia come principio avrebbe potuto creare la libertà del fare, non è stato cosi perché teoricamente e concettualmente è nata da un gioco d’alleanze, altrimenti non si spiegherebbe dopo la sua rivoluzione filosofica il fatto che su riviste specializzate si trovino fotografi-artisti, pittori-artisti, videoartisti e via dicendo, parcellizzati, sfaccettati, sezionati e analizzati senza protesi creative, ma com’è possibile questa cosa? possibile che i contenuti siano divenuti così poco importanti nel fare artistico? ma siamo davvero convinti che la tecnica sia tutto? O è solo più vendibile? non è che i potenti del sistema dell’arte si stanno solo dividendo fette di mercato? io non penso che i cinque super artisti della transavanguardia siano grandi pittori, sono solo degli onesti pittori, come c’è ne solo migliaia e forse milioni in giro per il globo.

VI – Retroguardia
La verità è che porsi domande su cosa sia diventata oggi l’Avanguardia o la Transavanguardia non serve a nulla, l’arte non è morta come affermava Giulio Carlo Argan così come non è morta l’avanguardia dopo Duchamp, l’arte forse ha solo esaurito le sue cartucce all’interno di un piccolo sistema imprenditoriale che non riesce a narrare più se non con i suoi cicli e ricicli ed i suoi déjà vue, non è morta ma è mutata, evolvendosi ed assecondando una cultura dominante e delle sue attese nei suoi confronti, una realtà quindi ideativa e progettuale assolutamente borghese.

Siamo in un contesto storico che oggettivamente ha messo in crisi i significati tradizionalmente attribuiti alle arti visive, il “fare artistico” non perpetua più immagini o s’incarica di rappresentare il non rappresentabile, c’è un gran sovraccarico d’icone e la produzione d’immagini è infinita nella sua sterminata riproducibilità tecnica, le vecchie esigenze dell’arte visiva sono divenute relative esigenze interiori di individualità sensibili, il concetto del fare artistico non può morire, anche la morte delle avanguardie è un finto problema storico, la sperimentazione artistica prosegue ma ad i margini del sistema dell’arte. Paradossale è constatare poi come fare arte oggi in maniera sperimentale sia un qualche cosa da definire di retroguardia più che d’avanguardia, molti suppongono di sperimentare seguendo quello che il gusto dominante propone come avanguardia attraverso i media specializzati, terminando così a produrre una cosa che vorrebbe essere avanguardia, ma in sostanza è artigianato di un concetto d’avanguardia venduto dai media e consumato dagli utenti.

VII – Tendenze di retroguardia

Va rilevato a questo punto come il novecento ebbe un gran debito da pagare all’arte negra, attraverso essa si è capito che l’arte non può coincidere più con il concetto di bello, anche perché il concetto di bello s’è notevolmente involgarito, non potrebbe essere altrimenti in un ambiente totale come il nostro, il bisogno d’arte continuerà ad esserci proprio per la gran lezione spirituale dell’arte negra, per questo, in ogni caso sia, ci sarà sempre bisogno d’arte che sarà quella che potrà essere.

C’è una linea delle nuove tendenze artistiche ancora ignorata perché troppo radicale nei confronti del sistema dell’arte dominante, che è quella di gruppi di creativi che s’associano, rinunciando al logo-firma d’artista e decidono di nascondersi dietro uno pseudonimo corale per portare l’arte tra la gente e mettere così l’arte al servizio del sociale, ora il sistema dell’arte fiutando la tendenza ha già cercato di creare a tavolino situazioni del genere da spendere-vendere in luoghi consacrati all’arte, vedi i Dormice od Oreste; questo perché sarebbe impossibile mettere queste bande di creativi al servizio dell’industria culturale, penso in questo caso alla mia posse creativa “Mario Pesce a Fore” a Napoli, ad i “New kid’s on the black block” a Barcellona, ad i “Player’s survilliance camera” a New York, ma anche al progetto dell’artista cinese Qiu Zhijie della “Long March Foundation”, ovvero una carovana d’artisti cinesi e non, oltre cento che ripercorre l’itinerario seguito nel 34-45 da Mao e dall’esercito rosso in quella ritirata strategica che è passata alla storia come la lunga marcia, obiettivo: portare la pratica dell’arte contemporanea in luoghi e a un pubblico generalmente esclusi dal fermento artistico ed intellettuale, dalle città cinesi della costa a quelle più moderne all’interno per quattro mesi di creazioni artistiche, performances e discussione con gli spettatori coinvolti negli e dagli eventi. Mi viene a questo punto in mente anche la brillante operazione del falso Oliviero Toscani, in realtà rete d’artisti che ha raggirato il vero Politi proponendosi come Toscani ed attraverso il logo industriale e culturale forte di Toscani sono riusciti ad arrivare alla Biennale di Tirana presentando quattro artisti inesistenti e quattro opere di gusto trash scaricate da Internet, artisti inesistenti per i quali già era entrato in fermento culturale il mercato dell’arte, Politi attraverso lo sponsor Toscani aveva, infatti, già adocchiato un introito economico non indifferente, niente contava a quel punto il valore poetico, storico o sociologico delle opere, quello era un problema secondario, intanto le opere andavano lanciate e vendute. “Oliviero Toscani” non è uscito allo scoperto, quello che interessava era, infatti, creare destabilizzazione attorno ad un ingranaggio illusorio mosso solo da interessi economici che hanno valore culturale pari a quello di un paio d’Adidas, quindi semplicemente moda, storia del costume, ma assolutamente non Storia dell’arte. Interessante notare poi come Mark Kostabi, altro artista magnate logo dell’industria culturale artistica abbia consigliato al vero Politi di muovere i servizi segreti americani contro questi potenziali terroristi del sistema dell’arte. Una citazione, la merita poi anche Helena Velena, bolognese punk artista del cabaret sadomaso e del transgender, per il suo gran lavoro di controinformazione e di connessione di creativi oltre il sistema attraverso la rete. Interessante anche il lavoro di Zac Manzi ed Angelo Rossi a Napoli, dove in pratica Angelo Rossi si diletta a fare arte, senza sporcarsi le mani con il sistema dell’arte e Zac Manzi invece firma le opere e s’incarica di fare la parte sporca del lavoro, contattare critici e galleristi e tentare di vivere d’arte, lavori concettuali i loro, Angelo Rossi crea finti Flash Art e finte Settimane enigmistiche, avvolte in involucri di cellophane poiché oggetti di culto d’ammirare e non da leggere. Interessante, il lavoro in rete, d’artisti come Loretta 68 a Ravenna, gioca al cambio d’identità perenne che la rete permette, sdoppiandosi ed interagendo con se stessa, e a Spoleto (Pg) Francesca De Santis che tenta di rendere palpabile e materia una cosa che palpabile e materia poco si presta ad essere come l’arte digitale. Interessanti anche il lavoro dell’Agenzia Esc a Napoli di Ninì Sgambati, la quale si propone come sito di riferimento per giovani creativi in difficoltà ad interagire con il sistema dell’arte contemporanea in un’area sociale fortemente a rischio come quella campana.

La globalizzazione, infatti, permette attraverso i nuovi media anche di dare voce in capitolo a chi prima non l’aveva, la rete da questo di vista, permette ad i creativi per la prima volta da due secoli, la comunicazione diretta con la gente che fruisce dell’opera, senza passare più per intermediari come galleristi e critico, questo emancipa a tutti gli effetti il creativo, che può e deve tornare ad interrogarsi sul senso della sua esistenza poetica, sociale e creativa, usufruisce, infatti, di nuovi media che permettono di riprodurre in proprio un sistema di comunicazione globale altero, parallelo a quello ufficiale. Il mondo dell’arte ufficiale infatti è un qualche cosa di ciarliero, salottiero e festivaliero, attraversato da rampanti creativi in cerca del quarto d’ora di successo (mi viene in mente Lorenzo Scotto di Luzio, nella sua imitazione di Bruce Nauman e degli Skiantos straripare dalle pagine di tutte le riviste d’arte e mercato del momento ), della recensione di un Pollo Politi qualsiasi (Giancarlo Politi) e della loro auto celebrazione, questa è predisposizione creativa e poetica al vuoto totale.

L'arte e' comunicazione?

> introduzione
> blitz di mercato

di Domenico Di Caterino

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