La neve dei cacciatori

 



di
Santo Mangiameli


Il silenzio, quello gelido, quello delle notti d'inverno.
Il silenzio, tanto vuoto da riempire i cortili di questo villaggio.
Il silenzio, così iconico da scorrere lento per i tragitti rugosi dei volti
duramente stanchi a sera. E nel silenzio i sentieri, anch'essi silenziosi,
umide e misteriose arterie tra il nero-Babele dei boschi.
L'incanto è l'inganno che avvolge tutto, terra e monte, collina e città, ogni cosa come neve. Fredda neve, densa sui tetti dei pagliai, carica sulle insegne delle taverne.
Neve bianca, chiara come chiaro è l'orizzonte, che è terso, azzurro al di là delle montagne.
E nel silenzio delle giornate al pascolo, nelle fatiche della transumanza, i cacciatori nella neve.
Chine le spalle sui passi d'un destino ignoto, miseri eredi d'una corte malnutrita.
I cacciatori nella neve e con essi i cani, cani smilzi e scuri: un'unica amara sorte, vicini nell'amicizia, responsabili anch'essi d'una realtà fatua, blanda, taciturna, consumata nei rancori della specie, nella fame dei ventri.
L'ossequio è nelle bestie l'impotenza nell'uomo.
E' malinconica l'intimità della natura.
E l'incanto è e sempre sarà l'inganno. E' il tappeto di neve, è l'incrociarsi dei rami ed il ricordo di quelle che furono un tempo le foglie, è la poesia della sera ed il vino che pastoso riscalda le tempie, è il deserto tra le rughe delle mani secche e l'umido del vecchio legno.
E' la neve che sa' già di sciogliersi e l'innocenza nel gioco dei bambini. Lontano giù a valle il volo di un rapace, il silenzio dei campanili e la fatica del carro.
Lontano giù a valle l'inverno ed il timore della morte. La paura del freddo pesa sul lavoro del giorno svelando nelle ore del gioco i precetti della vita.
E chi con il prossimo inverno, rubando bacche a primavera, cercherà furtivo i frutti sui rami bruciati dal gelo?
Chi se non l'ingordo nell'ingordigia dei sensi,
chi se non il garzone che ride senza denti,
chi se non il cacciatore silenzioso tra i venti?

pubblicato online marzo 2002

 

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