una lettura di Guernica




di
Glenda Dollo


Guernica non è solo un quadro. E' la più alta e concreta rappresentazione artistica del trionfo della morte sull'uomo per sua stessa mano. E' il risultato degli atti prodotti da una civiltà, la nostra, quella Occidentale, che tende all'autodistruzione. E' il corale e straziante grido di figure innaturali di fronte all'inesorabile fine. E' angoscia. E' la decisa e risoluta presa di posizione di un grande artista incapace di restare impassibile dinnanzi all'assurdità degli accadimenti storici cui è costretto ad assistere.

E' il 1937 e viene richiesto a Picasso un dipinto murale per il padiglione spagnolo dell'Esposizione Internazionale di Parigi. Il pittore lavorava su una composizione allegorica ispirata agli ideali repubblicani e democratici contro gli orrori della dittatura.
Il 26 Aprile si diffonde la notizia del terribile eccidio dell'inerme popolazione basca della piccola cittadina di Guernica per opera dei bombardieri tedeschi al servizio di Franco. All'evento Picasso non poteva restare indifferente e lo lesse come ciò che effettivamente era: non un altro atroce episodio nel contesto della guerra civile spagnola, ma il preludio di una tragedia ben più grande.
In poche settimane nasce Guernica.
Coerentemente con la sua concezione dell'arte come "problema", in totale antitesi con una nozione di pittura intesa ancora quale lirica contemplazione della natura (si pensi alla contemporanea opera di Matisse), Guernica non rappresenta né descrive il fatto. Né tanto meno si configura quale denuncia di un evento storico. E' essa stessa un "fatto", è essa stessa "storia". Irrompe prepotentemente nelle coscienze individuali, turba, crea angoscia e smarrimento; induce alla constatazione di una tragedia in atto. Una tragedia apocalittica, terribile e immotivata che non può non sconvolgere gli animi, non può non causare una reazione. E' tutta una società, un mondo intero quello che viene calpestato e trova una morte atroce nel dipinto. E' sufficiente un'occhiata per sentirsi parte del quadro: lì, in mezzo ai cadaveri dilaniati, all'assurdità di quelle figure sofferenti; sembra di sentire il pianto disperato della madre che tiene tra le braccia il figlio ucciso e lo straziante grido del cavallo sapientemente illuminato da un'enigmatica luce artificiale.
Questo è Guernica, una forza irruente e coinvolgente; non c'e' una realtà che si rappresenta,
un soggetto che significa.
Ecco l'effetto, ecco ciò che trasmette. Non è un quadro di denuncia o un mezzo per provocare sdegno. Si è attirati nel dipinto e il dipinto è morte. Uno scenario di morte è quello che il mondo Occidentale offre agli occhi dei popoli e la risposta non può consistere solo in indifferenza o indignazione.
Non ci si chieda perché Picasso sceglie di non utilizzare il colore. Picasso non sceglie, il colore non c'è. E' un fatto. Non c'è più la vita. E' un fatto. Il Nazismo tagliava i rapporti dell'uomo con il mondo, lo privava del suo pensiero, lo privava della vita. E Guernica è la risposta della cultura democratica agli orrori della dittatura. E' un grido di angoscia, un grido disperato che però non cerca compassione, ma tende a scuotere gli animi, invita a tirarsi fuori dal servilismo di massa, da un silenzio inerte, stagnante che non muove e crea e si assesta invece nel disagio di una passività imposta. E' l'estrema conseguenza, l'eccesso di una logica che inneggiando ad un indefinito progresso e all'esaltazione dell'individualismo piuttosto che dell'individualità si pone al servizio della morte anziché della vita perché è distruzione quella che produce. Euforica follia, dimostrazione di forza, esaltazione esasperata fanno della scienza uno strumento di morte e di un'ideologia la giustificazione "teorica" per commettere atti di indiscriminata crudeltà.
Il Nazismo era in ascesa e forse ancora non se ne intuiva la portata; nei più non vi era la coscienza di quello che l'estremizzazione di un sistema ideologico può causare. La degenerazione del nazionalismo, il travisamento dei concetti di "spazio vitale" e "razza", la strumentalizzazione della nietzscheana "volontà di potenza" costituirono parte del sostrato teorico di quella "logica dell'annientamento" che convogliando ogni energia al raggiungimento di un non definito fine provocava cecità e appiattimento ideologico, privava del raziocinio e induceva ad uno stato di paralisi. E allora non è che la morte il risultato di una logica nata per distruggere. Come morte fu il risultato dell'eccidio di Guernica. E al "che fare?" come rispondere con il silenzio o l'impassibilità?
Era la vigilia della seconda guerra mondiale; di lì a poco tutti avrebbero assistito al trionfo dell'autodistruzione umana, alla devastazione del mondo cosiddetto "civile", alla perdita della libertà e della pace, alla vittoria della guerra, alle folli gesta di pochi individui rivestiti di un potere che presto li avrebbe schiacciati.
E a questo punto il Picasso artista e intellettuale scende in campo, e questa è già una rivoluzione; la rivoluzione dell'arte che scende dal suo piedistallo e diventa arma democratica che si schiera, che sceglie, che combatte. E Picasso sceglie; e si schiera al fianco della vita e della civiltà contro il Nazismo e la morte. E' la riscossa dell'uomo, la vittoria della dignità e della libertà, la volontà di far sentire la propria voce.
E quando si guarda Guernica non si avverte solo la drammaticità di un momento storico o la tensione emotiva derivante da un'importante presa di coscienza. Quando guardiamo Guernica in realtà sentiamo un grido, quel grido, invocazione a lasciarsi coinvolgere, a non restare spettatori immobili, a prendere partito, a "gettarsi nella mischia", a sconfiggere stereotipi e automatismo, a far vincere l'uomo.

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